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Ricordi Immaginari - Spiegare un Film a un Bambino

 

Will Hunting, genio ribelle

 

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Titolo: Will Hunting, genio ribelle.

Titolo originale: Good Will Hunting.

Regista: Gus Van Sant.

Sceneggiatori: Matt Damon e Ben Affleck.

Paese di produzione: U.S.A..

Anno di produzione: 1997.

Attori principali: Matt Damon (Will Hunting), Robin Williams (Sean Maguire), Ben Affleck (Chuckie), Stellan Skarsgård (professor Lambeau), Minnie Driver (Skylar), Casey Affleck (Morgan), Cole Hauser (Billy), John Mighton (Tom).

Durata: 2h 06’.

 

Il regista

Gus Van Sant

 

Il film

 

Il professor Lambeau, docente di Matematica in una prestigiosa Università e vincitore di un ambitissimo premio per le sue scoperte, è solito cimentare gli studenti nei complicati problemi che lascia sulla lavagna dopo le lezioni. Neanche i più bravi riescono sempre a risolverli. Ma un bel giorno, con immensa sorpresa, Lambeau scopre che un difficilissimo teorema, rimasto sulla lavagna per mesi senza che nessuno ci capissse niente, è stato brillantemente dimostrato... dal ragazzo delle pulizie.

 

Non solo: il professore viene a sapere che il giovane, il cui nome è Will Hunting (interpretato con grande partecipazione da Matt Damon), ha avuto un’infanzia spaventosa, ha abbandonato gli studi da tempo, è stato più volte in riformatorio e attualmente tira a campare accettando modesti lavoretti. E che i suoi soli amici sono tre ragazzi senz’arte né parte sempre sull’orlo della delinquenza.

 

Ma Will, a differenza dei compagni d’avventure, ha una cultura da far invidia a parecchi docenti (della quale, però, non si serve che per passare il tempo, o per smantellare la boria degli studenti universitari che talvolta si fanno beffe dell’ignoranza dei suoi amici) e soprattutto è un autentico genio della Matematica, come non ne nascono più di tre o quattro per secolo. E il professor Lambeau, per impedirgli di continuare a sprecare il suo straordinario talento, decide di toglierlo dai bassifondi, dai lavori senza futuro, dalle risse e dalle baldorie con gli amici, e di prenderlo sotto la sua protezione.

 

Solo che Will non vuol saperne. Ma Lambeau, venuto a sapere che il ragazzo è stato arrestato in seguito all’ennesima rissa e rischia di trascorrere qualche annetto in carcere, si precipita dal giudice, gli espone la situazione e ottiene che a Will venga imposto, come unico mezzo per evitare la galera, di seguire le sue lezioni. E Will, allora, si rende conto di non avere scelta.

 

Lambeau sa bene, tuttavia, che la Matematica, da sola, non può cambiare la vita del ragazzo. E perciò, dopo alcuni tentativi (abilmente rintuzzati da Will) di farlo curare da famosi psicoanalisti, si decide a presentarlo a un suo antico compagno d’Università, Sean Maguire, (interpretato da Robin Williams), che un tempo era parso avviato verso una carriera scientifica anche più brillante di quella di Lambeau, ma che poi aveva rinunciato a essa per dedicarsi allo studio della psiche.

 

Will non può rifiutarsi d’incontrarlo, pena la prigione, ma cerca in tutti i modi di metterlo in difficoltà nella speranza che anche questo “strizzacervelli”, come gli altri, si stanchi di lui e interrompa le sedute. Non vuole aiuto, il ragazzo (o così crede) ed è convinto che la sua vita vada bene così com’è.

 

Scoprirà invece che Sean ha buone possibilità di spuntarla, con lui. Prima di tutto perché, diversamente dagli adulti che il ragazzo ha incontrato finora, è in grado di capirlo, di volergli bene e specialmente di costringerlo a entrare in rapporto con lui e ad ascoltarlo. E poi perché a Sean daranno un valido aiuto due amici di Will: Chuckie, il migliore dei suoi tre scapestrati compagni di baldorie e di risse, che avrà il coraggio di dirgli apertamente che la sua più grande speranza, ogni mattina, quando viene a prenderlo per andare al lavoro, è quella di scoprire che è partito per sempre: che finalmente ha smesso, cioè, di sprecare e rovinarsi la vita, e se n’è andato a fare qualcosa che gli piaccia davvero. E soprattutto la bella Skylar, una studentessa universitaria intelligente e decisa, che s’innamorerà di lui e gli farà ritrovare il desiderio, per la prima volta dopo tanti anni, di amare una donna senza riserve.

Il commento di Luigi Scialanca

 

Diciamo sùbito che l’eccezionalità e la genialità di Will Hunting sono quelle di ogni ragazzo o ragazza del mondo. Non solo i “geni” come lui, infatti, ma tutti gli esseri umani hanno qualcosa di assolutamente prezioso da non sciupare, non sprecare e non distruggere: sé stessi e le proprie vite.

 

È ciò che l’amico Chuckie intende dire a Will quando gli rivela che anche lui ha in mente un’immagine di come Will potrebbe essere. E che nemmeno lui, perciò, contrariamente a quel che pensa Will, lo accetta com’è: “Devi capire cosa ti piace fare, e devi riuscire ad andartene da qui. Non lo devi a te stesso, lo devi a me”. Esser degni di sé, vuol dire Chuckie, è un compito in cui ogni essere umano è tenuto a impegnarsi totalmente, qualunque sia il livello delle sue capacità. E chi fallisce in questo compito, oltre che perdere sé stesso, infligge una delusione a tutti gli altri e spinge anche loro verso il fallimento.

 

Capito ciò, quel che dobbiamo domandarci è perché mai Will Hunting (come tanti altri) sia così deciso a far niente della propria vita. E rispondere non è facile.

 

Vediamo, infatti, che egli non ha soffocato le sue capacità. Al contrario, non ha mai smesso di coltivarle, benché in segreto. In qualche modo, dunque, Will non ha rinunciato a sé stesso: tant’è vero che ha continuato a leggere e a studiare per conto proprio, impadronendosi di un’enorme cultura e imparando a servirsene con la più disinvolta sicurezza; e soprattutto non ha mai smesso di “divertirsi” con la Matematica, permettendo così al suo genio creativo di sopravvivere.

 

Ma come usa il sapere? Come “si diverte” con la matematica?

 

In realtà, Will si serve del suo genio e delle sue conoscenze come di un’arma contro gli altri. Non per creare qualcosa, ma solo per sconfiggere quelli che considera nemici (gli adulti in genere, specialmente chi è o si considera investito di un qualche potere, e i ragazzi cosiddetti “per bene”) o tutt’al più per affascinare qualche bella studentessa con cui spassarsela per un po’. Come se l’immensa ricchezza umana di Will, e la sua intensa e complessa vita interiore, non esistano che per difendersi dagli altri, per erigere contro di loro una barriera di anaffettività e renderla sempre più dura e impenetrabile.

 

Will, infatti, è un ragazzo selvaggio. Tremende delusioni e inenarrabili violenze si sono abbattute su di lui quand’era bambino. Ed egli, credendo di non poter sopravvivere se non indurendosi, si è chiuso in una corazza di spietata diffidenza che uccide la sua umanità impedendogli di attingere gli affetti, positivi o negativi, di cui son piene le idee, il sapere, le opere d’arte, ogni realizzazione umana; e naturalmente lui stesso, e tutti gli altri, e fra gli altri soprattutto le donne. E così le sue migliori qualità e capacità, ogni volta che le esprime da dentro la corazza, si tramutano fatalmente in armi micidiali.

 

È una situazione, anche questa, che non è solo di Will ma di chiunque reagisca contro gli affetti al dolore che gli è inflitto. Sembra un modo per difendersi, per spegnere la sofferenza eliminando i sentimenti che fanno soffrire. Invece è un modo per impedirsi di vivere, poiché l’anaffettività rende false e vuote tutte le esperienze tramutandole in “avventure” astratte, devitalizzate e sempre insoddisfacenti: la vita che farebbe un fantasma, se tentasse ― senza più corpo ― di far le cose che fanno i vivi.

 

È quel che Sean dice a Will quando si rivedono, dopo che Will, durante il primo incontro, ha interpretato un acquerello di Sean in modo molto intelligente, molto acuto, ma così pieno d’odio da impedirgli di capire ― anzi: di sentire ― il vero significato della sua stessa interpretazione: “Tu sai tante cose,” gli dice Sean, “ma non hai fatto mai niente davvero. Sai tutto di Michelangelo, per esempio, ma non hai mai guardato con affascinato stupore gli affreschi della Cappella Sistina. E saprai tutto anche delle donne, e magari qualche volta avrai anche scopato, ma non hai la minima idea di che cosa si provi, svegliandosi nel cuore della notte accanto a una donna e sentendosi più felici di quanto lo si è mai stati”.

 

La soluzione è quella che Sean suggerisce a Will e che Skylar, soprattutto, gli impone: l’impresa più importante non è difendersi dagli altri o, peggio, sottometterli, ma creare e mantenere un profondo legame affettivo. Lottare è talvolta necessario, certo, ma è comunque meno importante che amare. Poiché affermare e difendere la propria immagine di sé è ben poco, e alla lunga è anzi impossibile, se poi non si ha nessuno con cui essere sé stessi non soltanto nel chiuso della propria mente, ma nella realtà.

 

La nostra immagine di noi stessi va inserita, come una tessera di un puzzle, in un più grande disegno che ne comprenda anche altre. Pur sapendo che gli altri non potranno mai essere tutti, e forse saranno sempre solo alcuni; e che la nostra “tessera”, se fatta a mano e con la cura di un vero artista, non combacerà mai con le altre con la disumana precisione di quelle fabbricate in serie.

 

Sean, coinvolgendosi profondamente nel rapporto con Will e costringendolo a vederlo e a capirlo (cose che il ragazzo, da dentro la sua corazza, non poteva fare) fa scoprire a Will che lui, Sean, vive più umanamente e meglio. Will inizia quindi a desiderare di stargli vicino per imparare a fare altrettanto. E comprende davvero, così (e non solo in teoria, per averlo letto su qualche libro) che lui non ha colpa. Che non meritava il dolore che gli fu inflitto quand’era bambino. Che non c’era, in lui, niente di mostruoso. Che era anche lui, come all’inizio lo sono tutti, un essere umano assolutamente prezioso.

 

Ma che ne sarebbe di ciò che ha fatto Sean, se Will a un tratto non sentisse Skylar più importante di tutto: degli amici, della sua vita fino ad allora, e soprattutto di sé stesso?

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(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media.

Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto... semplicistiche.

Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e non dimenticare di citarne l’autore!)

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