L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

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diario del Prof (scolastico e oltre)

 

sabato 26 agosto 2006

 

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Lo Scolaro, il DPEF e CL

 

 

Lo Scolaro è uno dei più bei racconti di Henry James.

Che cosa può avere in comune col DPEF e con Comunione e Liberazione?

Se avete un po’ di pazienza, ve lo mostrerò.

 

Henry James ― nato a New York nel 1843 e morto a Londra nel 1916 ― è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.

La sua scrittura, però, è difficilissima! Non vi ci mettete, se non avete un bel po’ di ore da dedicarle e un gran silenzio intorno! Poiché James racchiudeva nella forma delle frasi e dei periodi non solo gli eventi che narrava, ma anche la percezione che ne avevano i personaggi, il loro muoversi l’uno rispetto all’altro nello spazio, lo scorrere del tempo intorno a essi, quel che sarebbe accaduto nelle nostre menti quando lo avremmo letto... E anche altre cose, non meno importanti, che forse pian pianino capirò. Un po’ come uno che, portandoci dell’acqua di sorgente nelle mani unite a coppa, cammini verso di noi danzando e con la sua danza ci racconti non solo il fatto nudo e crudo che viene a dissetarci, ma anche come cade l’acqua nella fonte, il suono che fa, lo stormire degli alberi su di essa, la frescura che ne emana, l’immensità delle ere geologiche che in milioni di anni quella sorgente hanno creato...

Dirci tutto questo solo muovendosi sarebbe una grande impresa, non vi pare? Ma quella danza non sarebbe facilissima, da capire...

Proprio come la scrittura di Henry James!

 

(Parentesi: che è ancora più difficile per chi non può leggerla in inglese, perché molti editori italiani, un tempo prestigiosi, si sono adeguati all’aria che tira e accrescono i profitti sottopagando traduttori improvvisati. Perciò, se ― come spero ― vi farò venir voglia di leggere Henry James, vi consiglio di andare su un sito Internet specializzato in libri usati, in vecchie edizioni, e di ordinare volumi editi prima degli anni ‘90. Non si tratta di libri rari, vi costeranno pochi euro (che non dovrete pagare con la carta di credito, ma al postino che vi consegnerà il gradito pacchetto) e scoprirete la differenza tra un editore di una volta, che voleva far denaro, sì, ma anche far bene il suo mestiere ― un editore dei tempi in cui Berlusconi non si era ancora pappato la Mondadori ― e uno che invece vuol solo sfruttare i dipendenti e il prossimo. Chiusa parentesi.)

 

Lo Scolaro ― letto nell’ottima traduzione del 1946 di Carlo Izzo, riedita da Bompiani nel 2002 nella raccolta La panchina della desolazione, e altri racconti ― è la storia di un giovane insegnante, Pemberton, al quale la ricca famiglia Moreen offre di occuparsi come precettore privato del più giovane dei figli, Morgan, che non può andare a scuola perché il padre è sempre in viaggio per affari e la famiglia non vuole dividersi. Pemberton sarà ospite dei Moreen, girerà l’Europa a loro carico, riceverà un ottimo stipendio e avrà un allievo che ― promette la madre ― “non potrete non amare... è un genio!

Il professore è incerto. L’offerta gli appare un po’ strana, forse rischiosa. Ma in realtà è conquistato fin dal primo incontro dalla simpatia del piccolo Morgan e dal bisogno di aiuto che intuisce nel bambino. Fin da quando, lasciando la villa dopo l’intervista, alza gli occhi verso il balcone, vede il bambino affacciato lassù e: “Ne faremo di tutti i colori!” gli grida. Morgan, dopo aver esitato, risponde allegramente: “Per quando tornerete avrò trovato una risposta spiritosa!” E questo fa sì che Pemberton dica a sé stesso: “È piuttosto simpatico, dopo tutto.

 

Accetta dunque l’incarico, il giovane insegnante ― tanto povero quanto disinteressato ― e si mette in viaggio con i datori di lavoro mettendosi al contempo in loro assoluto potere, perché di proprio, oltre a non avere un soldo in tasca, non ha neanche un amico al mondo. Ma presto inizia ad accorgersi che la famiglia Moreen ― sebbene abbia messo al mondo un ragazzo davvero eccezionale per l’intelligenza, la sensibilità, la gentilezza, la simpatia e la gradevole vivacità di cui dà prova ― non solo non è all’altezza di un figliolo del genere e non sa apprezzarlo, ma non si comporta con lui come se davvero lo amasse, né tanto meno come merita...

 

Intendiamoci: non lo maltrattano! A prima vista, al contrario, si direbbe addirittura che lo adorino, come un piccolo dio. E tuttavia è strano ― riflette Pemberton ― come riescano a conciliare l’apparenza e il fatto della loro adorazione per il ragazzo con l’ansia di lavarsene le mani...

 

A poco a poco, Pemberton si accorge che ai Moreen, del figlio, non importa niente. Che non solo trascurano, ma che la loro indifferenza si fa sempre più grossolana. Come se si preparassero a disfarsi di lui, a cederlo all’insegnante, a mano a mano che il ragazzo mostra di limitarsi sempre più alla compagnia del precettore, la signora Moreen trascura con sottile abilità di rinnovargli il guardaroba... E quanto più evidenti sono l’impegno e l’affetto di Pemberton per l’allievo, tanto più difficile diventa per il professore non solo ricevere lo stipendio che gli spetta ― che ancora non gli è stato mai pagato ― ma perfino indurli a parlare di questo argomento! Finché, quando si fa coraggio e avvisa la signora Moreen che, se non avrà almeno un acconto, li lascerà per sempre: “Non lo farete,” risponde lei, “sapete benissimo che non lo farete: il ragazzo v’interessa troppo...”

 

Pemberton capisce così che i Moreen sono degli avventurieri non solo perché non pagano i debiti e vivono alle spalle della società, ma perché tutta la loro visione della vita, vaga e confusa e istintiva, simile a quella di scaltri animali incapaci di distinguere i colori, è profittatrice e rapace e ignobile... E tuttavia non se ne va, gli sfruttatori hanno fatto bene i loro squallidi conti. E non solo continua a “togliergli dai piedi” quel figliolo che non meritano, ma si occupa di lui con tutta la serietà e l’affetto di cui è capace. Tanto che s’impone, da buon insegnante, di non parlargli male del padre e della madre, ed è lo stesso Morgan, un giorno ― da onesto e intelligente figlio abbandonato che vuol bene all’insegnante che lo soccorre ― a consigliargli di non pensare a lui e di licenziarsi. Ma il professore lo rimprovera, per aver giudicato i genitori, e gli chiede di non preoccuparsi, perché lui sta benissimo. Non lo fa, è ovvio, per difenderli, ma per proteggere il bambino dall’immenso e sconvolgente dolore di non valere niente per chi lo ha messo al mondo. E tra sé pensa: Non sono soprattutto pagato dal dolce rapporto stabilito con Morgan, rapporto davvero ideale fra maestro e scolaro, e dal privilegio di conoscere un ragazzo così stupendamente dotato e di far vita comune con lui?

 

Non vi dirò altro de Lo Scolaro di Henry James, per non togliervi il piacere e la gioia di scoprire da soli le meravigliose e struggenti finezze psicologiche e formali di cui questo racconto è così ricco da dover essere letto più e più volte prima di iniziare ad apprezzarle come meritano. Vi chiedo solo, se mai comincerete a leggerlo, di non abbandonarlo ― come il piccolo Morgan ― senza aver prima almeno tentato di essere alla sua altezza!... E passo a parlarvi del DPEF e di CL, e a cercare di spiegarvi a fondo ― pur senza disporre neanche di un barlume del genio di Henry James o di un po’ di talento ― quel che ho chiaro in mente su questi argomenti così disparati...

 

I quotidiani di venerdì 25 agosto hanno pubblicato tre interessanti notizie.

 

La prima, e la più importante, è che una maestra della scuola pubblica, la signora Ilia Pierantoni, morta a ottantaquattro anni senza eredi, ha lasciato tutto il denaro che possedeva, venticinquemila euro, a una prima elementare del 1971 che ricordava con particolare affetto. A condizione, però, che i suoi ex-allievi si ritrovino e avviino insieme un’attività benefica.

Michele Serra ha scritto su La Repubblica che ai beneficiati è toccato un ultimo compito in classe da una maestra che si è permessa di scomodare gli scolari ben oltre i limiti del suo incarico, oltre la pensione e perfino oltre la morte. Un compito difficile. Non tanto spendere bene le poche migliaia di euro affidati alle loro mani. Piuttosto, essere all’altezza di una maestra così intelligente da desiderare, per i suoi ex allievi, un ripasso di quanto aveva insegnato loro più di trent’anni fa.

 

Ha ragione, Michele Serra. Dei maestri e dei professori come la signora Pierantoni e il Pemberton di Henry James ― dei veri maestri e professori, non degli sfaccendati e dei morti viventi che fanno solo finta d’insegnare ― non è tanto facile liberarsi. Continuano a far lezione per tutta la vita, anche dopo morti! Come grilli parlanti che non si riesce, per quanto impegno ci si metta, a spiaccicare contro il muro! Li si paga poco, li si umilia ― le famiglie Moreen che si avvicendano al governo delle nazioni sono in ciò molto simili ― e loro non soltanto non “se ne vanno” ― non si rendono, cioè, inesistenti perdendo ogni interesse per gli allievi ― ma anzi vi si appassionano sempre di più, moltiplicano l’impegno e gli sforzi, arrivano a pagare di tasca propria, pur di rendere almeno in parte ai bambini e ai ragazzi ciò che gli è sottratto ogni giorno dalle indifferenti famiglie Moreen, dalle televisioni rincretinenti e dai governi ladri! E continuano a farlo anche dopo morti ― certo! ― perché ai loro allievi lasciano in eredità uno di quei ricordi che aiutano a resistere, a rimanere umani a dispetto di una società che vuole disumanizzarsi.

 

(Seconda parentesi. Perché lo faranno? Perché la loro è una missione, come dice chi vorrebbe convincerli che sono dei poveri pazzi che si spogliano di tutto per avvicinarsi al cielo? Nossignori! Lo fanno perché insegnare così è divertente, è impegnativo, è interessante, è avventuroso, è bello, dà gioia e fa sentire vivi perfino quando fa star male! Perché il solo modo per fare come si deve questo mestiere è conservare e rafforzare la propria umanità e metterla in rapporto con quella degli allievi e delle loro famiglie, e ciò ― diciamolo! ― fa un gran bene agli altri affetti che si hanno, alla creatività, all’autostima, alla salute e perfino alla qualità del sonno e della digestione!

Ma tutto questo fa rabbia a chi non solo non ce l’ha ― cosa che non sarebbe grave, quel che non si ha lo si può cercare e trovare ― ma stupidamente si è convinto che non lo potrà mai avere. Chiusa parentesi.)

 

Gli insegnanti come Pemberton e la signora Pierantoni, dunque ― fantasia e realtà unite nella lotta! ― sono oggi, insieme ai padri e alle madri della stessa pasta, una possente barriera contro la svalutazione e la commercializzazione degli esseri umani. Possente perché non è fatta di parole (dobbiamo essere buoni, cari fratelli, detto con voce e in pose più o meno ieratiche) ma della realtà di uomini e donne che ogni mattina fanno sentire i loro allievi così preziosi, da rendere ricchissimo un mestiere sottopagato e disprezzato! Che fanno sentire i bambini e i ragazzi ― che la Rai e Berlusconia trattano ogni pomeriggio e sera come deficienti ― che essi sono invece così interessanti da valere almeno quanto un secondo stipendio!

Non so se mi sono spiegato. Tento di farlo meglio: i veri insegnanti amano il loro lavoro (e sono, da esso, resi così ricchi da poter fare regali alla società) non perché siano dei missionari, ma perché hanno a che fare con degli esseri umani, e gli esseri umani sono immensamente interessanti. E i loro alunni lo sentono, magari inconsciamente, e gli piace. Gli piace, esser trattati da esseri umani e sentirsi preziosi per sé stessi. E da grandi, perciò, renderanno assai difficile la vita di chi invece vorrà trattarli come numeri.

 

Agli affaristi e agli schiavisti, tutto questo fa rabbia due volte. Gli fa rabbia perché sono degli infelici, nonostante le loro ricchezze, e quindi immaginate un po’ come possono odiare chi se la gode malgrado sia un pezzente. E gli fa rabbia perché i veri insegnanti ― e con loro, lo ripeto, tutte le famiglie che resistono ― continuano a sfornare futuri adulti che non si lasceranno tanto facilmente trasformare in rotelline per le loro macchinette mangiasoldi.

Ecco perché bisogna distruggere la Scuola pubblica! Perché è uno dei pochi luoghi ― o forse l’unico rimasto ― dove gli esseri umani non sono limoni da spremere per trarne soldi, ma ancora “soltanto” degli esseri umani.

 

La seconda notizia del 25 agosto è che al cosiddetto Meeting di Comunione e Liberazione, in decorso (speriamo benigno) a Rimini, si pretende a gran voce che lo Stato si disfi delle scuole (e anche della lotta alla disoccupazione e degli ospedali, tanto per gradire) e lasci fare all’iniziativa privata.

Proprio così: secondo questi “cristiani” deve finire lo “scandalo” di un luogo in cui l’istruzione viene regalata per il puro piacere di produrla insieme! È ora di finirla con i luoghi dove ciò che vale è scambiato gratis, per la gioia di farlo! Guai a chi dà qualcosa per niente! L’istruzione si paga, come fra poco si pagherà anche l’aria, e chi non può pagarla si arrangi con una scuola pubblica così derubata, immiserita e umiliata che i papà e le mamme saranno disposti a mendicare pur di pagare invece le nostre rate! È ora di arricchirsi non soltanto con le imprese di pulizie e con l’edilizia, che diamine, ma anche coi figli di mamma!

In nome della libertà, ben inteso...

Già! Secondo questi signori di Cl ― per i quali siamo forse tutti altrettanto ingenui dei loro creduli adepti ― le scuole pubbliche, dove l’insegnamento è libero perché così vuole la Costituzione, sarebbero luoghi di asservimento delle coscienze; mentre le scuole private, dove gli insegnanti sono tenuti a insegnare solo ciò che è gradito alla direzione, sarebbero templi della libertà!...

Mentono e gabbano per denaro ogni volta che aprono bocca, questi Moreen, con la loro visione della vita profittatrice e rapace e ignobile, simile a quella di scaltri animali incapaci di distinguere i colori! E vorrebbero dar lezioni di rettitudine ai Pemberton e alle signore Pierantoni!

 

La terza notizia di venerdì 25 ― con cui chiudo questo pezzo scusandomi per la sua anomala estensione ― è quella che si sta aprendo il confronto sulla Finanziaria 2007. E la prima cosa che i giornali si premurano di farci sapere in proposito è che nel DPEF (Documento di programmazione economica e finanziaria) c’è scritto che nella scuola secondaria italiana ci sono solo 10,3 studenti per ogni professore, contro una media dei Paesi OCSE pari a un docente ogni 14,4 studenti.

Notate i decimali: un terzo di ragazzino, mezzo ragazzino... Grazioso, non vi pare? Come fossero polletti!

Dice, ma i numeri sono cose precise, ci vogliono anche le virgole altrimenti si sbaglia...

Giusto! Ma quando si parla di istruzione non si parla solo di realtà materiali e misurabili, come le patate e le cipolle. Si parla della mente e del cuore dei bambini, cioè di qualcosa che non si può né pesare né comprare né vendere. (Tant’è vero che perfino i ciellini, quando parlano di scuola, fanno finta di attribuire grande importanza alla realtà non materiale.) Si parla di qualcosa che puramente e semplicemente non ha prezzo. E non perché si senta la cosa come una missione, intendiamoci ― guai! ― ma per il semplice motivo che le menti e i cuori dei bambini, se trascurati e abbandonati, faranno del mondo un luogo in cui verrà chiamato felice chi sarà morto prima di vederlo.

 

Ma c’è ben altro. Dire che nelle scuole italiane ci sono 10,3 studenti per ogni professore contro i 14,4 degli altri paesi, significa servirsi di una verità per propinare sottobanco una bugia, signori estensori del DPEF. (Chi ve l’ha insegnato? I Tartufi di Cl?) Poiché, se il prof italiano può dare ai suoi alunni ― poniamo ― solo nove ore alla settimana, quei poveri 10,3 alunni ricevono molto meno dei ricchi 14,4 d’altrove che di ore ne ricevono dieci, o undici, o dodici! Se siete onesti, quindi ― ma ormai ne dubito ― prima portate le ore di insegnamento a livello OCSE, e poi diminuite il numero dei docenti!

Ma questo argomento ― il numero delle ore d’insegnamento ― guarda caso è diventato un tabù. Non si riesce più a trovare uno straccio di giornalista o di ministro che accetti di parlarne o di scriverne. Come i signori Moreen, questa gente a quanto pare sa bene che non udire le grida dei derubati è il modo migliore per continuare a sentirsi delle persone per bene anche mentre si ruba...

 

Allora, ciò che diciamo ai ministri del Governo Prodi è questo: se davvero siete diversi dai vostri predecessori come avete gridato urbi et orbi per cinque anninon potete, come loro, derubare i bambini del nutrimento per le loro menti e i loro cuori che solo la Scuola pubblica, ormai ― insieme a una parte delle famiglie ― resiste ed è felice di offrirgli. E non vi illudete, come la famiglia Moreen, che alla rapina sopperiranno i Pemberton e le Pierantoni con la passione e i risparmi loro, perché il sistema Moratti ― cavar sangue alla scuola riducendo le ore di insegnamento per classe ― rende impossibile un lavoro ben fatto anche all’insegnante più motivato e competente.

Se farete come Berlusconi e Moratti, voi non sarete come loro, ma peggio di loro. Perché i Berlusconi e le Moratti ci sono, “poverini”, mentre voi, a questo punto, non si potrebbe non pensare che ci fate.

 

(Congratulazioni! Se siete arrivati fin qui, avete appena letto il Diario del Prof del 26 agosto 2006! Spero che, nonostante ciò, stiate ancora bene...)

Henry James

Henry James

(fotografia tratta dall'edizione 2001 dell'Enciclopedia Microsoft Encarta)

 

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