L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

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La Terra vista da Anticoli Corrado

 

diario del Prof (scolastico e oltre)

 

10 marzo 2007

 

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Clint Eastwood e Hilary Swank in "Million Dollar Baby", di Clint Eastwood (USA, 2004)

 

Million Dollar Baby: un film che non ci è piaciuto

 

Clicca qui per leggere il commento di Alessio!

 

Ci si sveglia da sogni agitati e confusi, una mattina che poteva essere bella, e: Voglio fare un film  si pensa, balzando dal letto come se scottasse, con una ragazza straordinaria: appassionata, intelligente, bella, forte, decisa. Che si solleva dalla miseria, che realizza sé stessa. E alla fine voglio farla morire. Ammazzata da me.”

 

Com’è possibile, vecchio Clint, che un’idea del genere ti sia piaciuta? Come ti è venuto in mente che propinarla al mondo intero sarebbe stata una cosa ben fatta?

 

Pensi che l’eutanasia in certi casi debba essere permessa e vuoi diffondere questa tua convinzione? Ne hai tutto il diritto. Ritieni che sul tema dell’eutanasia si possa fare un bel film e magari un capolavoro? Okay. Ma la domanda è: per quale motivo dev’essere proprio Maggie a illustrare morendo le tue legittime tesi?

 

C’erano due vecchi in questa storia, Clint. Non sarebbe stato meglio che morisse uno di loro, se qualcuno doveva proprio morire, piuttosto che una ragazza come Maggie? Non sarebbe stato più accettabile e naturale?

 

Al tuo personaggio, per esempio ― a Frankie Dunn, l’allenatore ― non poteva venire un bell’ictus proprio mentre Maggie trionfava sul ring su quella specie di assassina, la cui sola faccia bastava da sola a descrivere il mondo degli sport violenti e chiunque lo frequenti e se ne bei? E non poteva essere Maggie, poi, a dover prendere la decisione di staccare la spina a te, invece che tu a lei? Non sarebbe servito altrettanto bene al tuo scopo? Non sarebbe stato altrettanto commovente? Non ci avrebbe fatto piangere come viti tagliate? Non avrebbe dato modo lo stesso, ai tanti e orrendi brunivespe di tutte le televisioni del pianeta, di impiastricciare sulla tua opera i loro programmacci per la gioia di chi vuole andare a letto tardi per esser certo di trovare la moglie (o il marito) già addormentati?

 

E invece no. Poiché il tuo scopo, Clint ― non ci caschiamo! non era solo quello di girare un bel film drammatico. Poiché tu, Clint, non volevi solo dirci che l’eutanasia in certi casi è necessaria, oltre che accettabile, e dev’essere permessa. No, Clint, tu volevi proprio far morire Maggie. Renderla straordinaria, appassionata, intelligente, bella, forte, decisa, affettuosa, dolce... e poi ammazzarla. Ammazzarla tu.

 

Ci sono tre ragazzi in questo film, Clint: Maggie, un bullo e un povero idiota. Il bullo viene picchiato ― siamo negli Stati Uniti, no?, dove lo Stato è l’assassino degli assassini, l’occhio per occhio dente per dente è considerato educativo e la violenza un buon sistema per far capire ai violenti che la violenza non è un buon sistema ― viene picchiato e poi scacciato, mentre forse lo si sarebbe potuto aiutare. Maggie viene fatta morire ― il personaggio Maggie, cioè, viene messo dall’autore in una situazione in cui non si può far altro che farla morire. E coi due vecchi, alla fine ― coi due vecchi le cui facce paiono sagge e tenere ma son soltanto melense, rimbecillite dalle botte prese in gioventù e dall’ideologia di morte che non hanno mai neanche immaginato di rifiutare ― coi due vecchi rimane il povero idiota. Poiché è quello ― vero, Clint? ― il solo tipo di giovane che sta bene ai vecchi come te, Frankie e Scrap. Poiché il bullo vi ricorda troppo ciò che anche voi eravate alla sua età. E le ragazze straordinarie come Maggie vi ricordano troppo ciò che voi e le vostre donne non siete mai riusciti neanche a immaginare di poter essere. Mentre il povero idiota va bene, quello sì, perché un ragazzo così, poverino, non vi dirà mai di no. Vi amerà come vi amano i vostri cani che amate tanto. Non si ribellerà. E fino alla fine farà solo quello che voi gli direte di fare.

 

Come nel Cucciolo ― il romanzo scritto nel 1939 da Marjorie Kinnan Rawlings ed esportato in tutto il mondo ― in cui un ragazzino è costretto ad accettare l’idea che uccidere il suo piccolo cerbiatto sia il solo modo di diventare un grande come si deve. Come in Titanic ― il film che James Cameron nel 1997 ha propinato come un quinto Vangelo ai ragazzi di tutto il mondo ― dove la più tremenda catastrofe della storia della marineria è riesumata, a colpi di effetti speciali, al solo scopo di far crepare un giovane straordinario, appassionato, intelligente, bello, forte, deciso... Che cos’è, Clint, quest’idea americana che debbano per forza morire, i ragazzi e le ragazze che a dispetto della storia, della religione, della società, della famiglia e dell’ideologia riescono a conservare l’umanità che ci rende unici fra gli animali? Quest’idea americana (ma che ormai dai grandi e dai piccoli schermi gli amerikani e tutti i cattivi maestri di casa nostra, in tonaca e senza, diffondono anche da noi) che se i ragazzi non si guastano, non si rovinano, non si riducono a zombie e non muoiono da soli ― se rimangono vivi e umani malgrado voi, e vi rammentano con la loro bellezza quelli che anche voi eravate ma non siete riusciti a rimanere ― allora bisogna trovare il modo di dargli l’eutanasia e mandarli a morire sul ring o in Vietnam o in Irak? A morire ovunque? A morire comunque?

 

Riguardati Shining, vecchio Clint. Riguardati il grande Kubrick, che dagli Stati Uniti se n’è dovuto andare per non perdere la ragione e non si è salvato neanche così. E forse capirai, se non è troppo tardi, che non è il giovane, non è il ragazzo, non è il bambino, ma caso mai è proprio il vecchio che deve accettare di dover andarsene. Il vecchio che non ha saputo cambiare il mondo, né per sé né tanto meno per il giovane. Il vecchio che si è rassegnato e adeguato. Che anzi l’ha reso ancora più brutto, orribile, il mondo, e che poi ― se i ragazzi e le ragazze malgrado lui non si guastano e non muoiono ― allora li insegue con una scure per massacrarli in mezzo alla neve e al ghiaccio che un’ideologia mortifera ha sparso ovunque per isterilire tutto. Per perpetuare la “sacrosanta” tradizione che riempie le pareti dell’Overlook Hotel di fotografie e di antichi dipinti dove in tutti gli anni e in tutti i secoli c’è sempre lui, lo stesso vecchio, imbecille e pieno d’odio, che è stato il flagello di tutte le generazioni di ragazze e di ragazzi da che mondo è mondo e vuol continuare a vivere ammazzando loro...

 

No, Clint. Non ci caschiamo. Million Dollar Baby è un film fatto molto bene, come quasi tutti i tuoi, ma non è un film sull’eutanasia. È solo lennesimo dei mille decrepiti film e romanzi e racconti che dagli Stati Uniti son sempre venuti ad ammorbarci la mente congegnati in modo che per una ragazza o per un ragazzo straordinari alla fine non ci sia scampo né scelta e debbano per forza morire. Ma noi non ci caschiamo più, Clint. Basta. Abbi pazienza, sai, ma è ora di staccare la spina a questo vecchio che anche in coma continua a biascicare da millenni il suo rosario di morte.

 

Son passati millenni, Clint, dal giorno in cui Abramo arrivò fin quasi a uccidere Isacco per salvare Dio. Non credi che sarebbe ora di finirla col mondo alla rovescia? Non credi che sarebbe ora nella fantasia degli artisti, tanto per cominciare di capovolgere questo vecchio mondo capovolto e rimetterlo sui suoi giovani e sanissimi piedi?

 

(sabato 10 marzo 2007)

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Il commento di Alessio

 

Caro signor Scialanca,

sono un giovane di nome Alessio, forse mi ha visto qualche volta bighellonare nellabitazione di sua figlia.

Le scrivo sulle note di Twist and shout, che forse conoscerà anche meglio di me...

Non ho potuto fare a meno di visitare il suo sito... Non male, complimenti!

Mi ha appassionato molto leggere la sezione chiamata il diario del Prof. Mi ha rattristato non poco, però, notare il suo parere totalmente negativo nei riguardi del povero Clint per il suo, a mio giudizio, affascinante Million Dollar Baby.

Trovo che il film non sia incentrato sul racconto di una storia che nientaltro vuol esser che drammatica, ma trovo che il regista provi ad approcciare un tema più vasto e profondo, che forse non riesce ad esprimere a pieno.

La morte della giovane, a mio parere, è inevitabile per il messaggio del film.

Visto elementarmente, la buona alla fine muore (come mi suggerisce sua figlia, che anzi approva la sua idea in pieno), ma per quanto mi riguarda preferisco di gran lunga vedere un buono morire anzichè un cattivo.

Trovo che Clint non sia per nulla banale, che non voglia fare film solo per farli piacere alla gente, ripenso a Mystic river che è un autentico capolavoro.

Il finale di Million dollar baby è azzeccato, perché far morire un idiota oppure unavida madre? Molto più significativo far morire lunico elemento puro del film, lunico che prova ad uscire da una situazione di disagio come poteva essere quella della madre o del ragazzo malmenato da tutti.

Mi dice sua figlia: MA CHE SENSO CI HA FA MORI LUNICO ELEMENTO BONO DER FILM!!!mentre mangia le mie ultime patatine (ma questo è un altro discorso)... Come dicevo, sì... Cioè, il senso è quello di far vedere che è proprio questo spirito, che la ragazza aveva e gli altri no, a far innamorare Clint di lei, come non aveva più amato nessuno dopo la scomparsa della figlia.

Tesi finale: è giusto provarci, ma alle volte puoi pagarne anche le conseguenze.

Cordiali saluti

Alessio

[Ciao, papo! Alessio ha sclerato... Sè infognato co sto discorso e ora non se ne esce più... FERMALOOO!!! Bacioni, tua figlia.]

 

La risposta del Prof

 

Caro Alessio,

ne I fratelli Karamazov, di Dostojevski ― cito a memoria, perdonami le eventuali imprecisioni ― Ivan Karamazov, richiesto di spiegare il proprio ateismo, afferma di non poter credere in un Dio che lascia che i suoi figli siano colpiti da disgrazie e miserie così orribili come quelle che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. E aggiunge che un Dio che permette la sofferenza anche di un solo bambino non sarebbe accettabile nemmeno se quella sofferenza fosse necessaria per la salvezza eterna di tutto il genere umano.

Io, nel mio piccolo, non è che pensi che Clint Eastwood non esista; ritengo, però, che nei suoi ultimi film (come un dio che se ne infischia del dolore che l’Universo da lui creato infligge a chi si trova a viverci) egli badi solo alla perfezione dell’opera ― è un grande regista, e di perfezione è capace ― e agli effetti che lo spettacolo eserciterà sul pubblico. E si disinteressi, invece, e anzi sacrifichi sull’altare del risultato, la felicità, la realizzazione e la vita delle sue creature.

Gillo Pontecorvo, regista italiano di film famosi come La battaglia di Algeri e Queimada, fu violentemente stroncato dal critico Jacques Rivette (in un articolo intitolato De l’abjection, uscito sui Cahiers du Cinéma nel giugno del 1961) per una scena del film Kapò, ambientato in un campo di sterminio, in cui una carrellata in avanti andava a inquadrare il cadavere della protagonista, suicida sul filo spinato elettrificato. Questo movimento di macchina, secondo Rivette, strumentalizzava la sofferenza e la morte per trarne un effetto spettacolare; e quindi non solo si dimostrava indifferente alla tragedia che esibiva, ma addirittura se ne compiaceva.

Un’indifferenza di questo genere, secondo me ― nei confronti dei suoi personaggi e della loro storia e umanità ― da un po’ di tempo nei film di Eastwood si vede e si sente sempre di più. C’era già in Un mondo perfetto, del 1993, dove il bambino, dopo l’assassinio del bandito dal cuore tenero che è il suo unico amico, viene riconsegnato a una madre orribile e brutale che forse riuscirà a fare anche di lui uno spostato; c’era in Mystic river, esattamente dieci anni dopo, dove a nessuno dei personaggi con cui lo spettatore è portato a solidarizzare ― e in particolare a nessuno dei bambini e dei ragazzi ― viene data la benché minima possibilità di salvezza. E c’è, soprattutto, per i motivi che ho esposto nell’articolo, in Million dollar baby.

Questa indifferenza, caro Alessio, io non l’accetto. Per due motivi. Per un motivo, per così dire, personale. E per un motivo, invece, più “generale” e importante.

Il motivo “personale” è che non sono disposto ad accettare di essere esposto da nessuno a un sentimento, per quanto intenso e sincero esso sia, che non comprenda anche una totale e profonda attenzione, “cura” e  ― insomma ― non-indifferenza nei confronti dell’oggetto di tale sentimento, di tutto ciò che gli accade, della sua realizzazione e del suo futuro. Attenzione, cura e non-indifferenza che per me non significano in alcun modo, beninteso, accettazione e tolleranza assoluta, volemose bene, semo tutti sulla stessa barca, tutto capire è tutto perdonare, e altre scemenze più o meno missionarie della stessa risma. Attenzione, cura e non-indifferenza che, al contrario, devono saper essere, all’occasione, anche molto severe verso l’oggetto amato. Ma che, una volta trovato un “oggetto” che corrisponda loro degnamente, devono sempre essere le più intense e presenti possibili.

Vale nei confronti degli esseri umani in carne e ossa, naturalmente. Ma vale anche nei confronti di quelle creature immaginarie che sono i personaggi. Vale, insomma, nei confronti di tutto ciò che umano. Poiché oltre i personaggi, oltre le opere d’arte, ci siamo noi, che quelle opere e quei personaggi facciamo nostri e amiamo. E l’indifferenza che li colpisce, dunque, attraverso di essi colpisce noi.

La ragazza di Million dollar baby non è meno figlia di Clint Eastwood che se fosse una ragazza reale. L’ha messa al mondo lui. E noi, vedendo il film, l’adottiamo. Diventa anche figlia nostra. L’indifferenza con cui è fatta morire è l’indifferenza con cui anche noi ― nella speranza con cui l’avevamo accolta ― siamo lasciati morire.

La ragazza è bella, meravigliosa, la sua passione, il suo desiderio di realizzarsi, la sua forza, il bellissimo rapporto che stabilisce col vecchio ― tutto ci induce ad amarla come una figlia. La sua fine è ingiusta, quindi, non perché queste cose nella realtà non accadano ― certo che accadono, purtroppo! ― ma perché non è accettabile che a una creatura del genere sia inflitto un trattamento del genere proprio da colui che l’ha creata. E non è accettabile non perché ne è colpita lei ― lei non esiste davvero ― ma perché ne siamo colpiti noi che accogliendola ne abbiamo fatto una creatura anche nostra.

A meno che anche noi, come il regista, non ci rendiamo indifferenti e cinici.

Io non sono disposto a farmi fare questo, a farmi colpire così. Nemmeno da Clint Eastwood, che stimo e ammiro.

Questo era il motivo “personale” per il quale non mi è piaciuto Million dollar baby. Ma c’è di più.

Si dice: il film è un ritratto tanto spietato quanto straordinario ― come Un mondo perfetto, come Mystic river ― della violenza che già permea ogni “piega” della società americana e che purtroppo si sta diffondendo anche da noi. Una violenza totale, onnipresente, onnipervasiva, che si diffonde ovunque, che si trasmette di generazione in generazione, che i figli ereditano dai padri, che non si può curare né alleviare e dalla quale non esiste alcuna realistica possibilità di scampo. Il vecchio di Million dollar baby ― l’avrai capito ― è odiato dalla figlia perché l’ha violentata o quanto meno molestata. È per questo che da anni ogni giorno il vecchio va in chiesa, senza peraltro ricavarne alcun sollievo, alcun rimedio, alcuna soluzione. Poiché dalla violenza non c’è fuga né salvezza, è un destino a cui non si sfugge. E così, quando gli arriva un’altra, bellissima “figlia” e al vecchio si presenta un’opportunità di redimersi, la violenza subito si riforma come una metastasi: è violenta la boxe, sono violenti gli impresari e gli scommettitori, sono violente e disoneste le avversarie. E violento, puntualmente, alla fine deve di nuovo essere anche lui, e questa volta peggio della precedente: poiché la figlia, questa volta, deve addirittura ammazzarla. Come il regista, che deve ammazzare la sua creatura. Come noi spettatori, che dobbiamo ucciderla nel nostro cuore. Come se la bellezza e la speranza ― rappresentate dalla ragazza ― non avessero a questo mondo altra funzione che quella di permettere alla violenza di tornare a scatenarsi. Come se il “bene” fosse al mondo solo per permettere al “male” di scatenarsi.

Non è così, caro Alessio. La violenza non è un destino ineluttabile dell’Umanità. La violenza ha una causa. Ha una madre. E la madre della violenza ― guarda caso ― è proprio l’indifferenza.

È l’indifferenza di Eastwood per la sua creatura cinematografica ― non m’importa di lei, ciò che importa è che il film sia grande e indimenticabile ― che scatena su quella creatura la violenza che alla fine la porta alla morte. È l’indifferenza dei genitori e degli insegnanti che spinge alla violenza i figli e i ragazzi. È l’indifferenza del potere che rende violenti coloro che la subiscono. E il film, alla fine ― guarda caso ― proprio come le famiglie e le società indifferenti, non è né grande né indimenticabile, ma solo meschino e doloroso. Stupendamente meschino e doloroso, se l’autore è un grande ― chi lo nega ― ma pur sempre meschino e doloroso. Sai quanti ne sono stati fatti di film in cui delle belle e straordinarie ragazze soffrono e muoiono? Migliaia e migliaia. Non c’è niente di speciale, niente di originale. L’ha già detto, una volta per tutte, Shakespeare in Romeo e Giulietta, e basta e avanza. Tutto il resto è copia da copia da copia. Davvero grandi sarebbero altri film, altre opere. In cui l’umano trionfasse sul non umano in tutti i modi in cui l’umano sa essere immenso e meraviglioso. E non ― sono d’accordo ― per una stucchevole tenerezza per il lieto fine, un po’ alla Frank Capra, che neanch’io sopporto, ma per la forza gigantesca che tutto ciò che è umano possiede, quando l’indifferenza non l’avvelena e non lo sfianca.

Million dollar baby, quindi, non è una denuncia di una società violenta. È un contributo alla violenza della società. Non per l’eutanasia, ma per l’indifferenza (dell’autore nei confronti del personaggio) che rende inevitabile l’eutanasia. E che, colpendo in noi la speranza inizialmente suscitata, ci spinge verso la rassegnazione alla violenza. Cioè verso l’indifferenza. Che produce la violenza.

Scusami, caro Alessio, per l’eccessiva lunghezza di questa missiva. Ma la questione è per me molto importante, e all’importanza della questione si è aggiunta quella non minore che tu hai per me in quanto persona importante per mia figlia. Ti ringrazio ancora per avermi scritto, è stato davvero un grandissimo segno di interesse e di gentilezza. Clint non lo farà, temo.

Con molta stima

Luigi Scialanca

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