L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

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La Terra vista da Anticoli Corrado

 

diario del Prof (scolastico e oltre)

 

gennaio 2008

 

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venerdì 4 gennaio

Johnny Depp e Freddie Highmore in "Neverland" (2004), di Marc Forster.

Johnny Depp e Freddie Highmore

in Neverland (2004), di Marc Forster.

Il vero James Matthew Barrie (1860-1937).

Il vero James Matthew

Barrie (1860-1937).

Johnny Depp e Kate Winslet in "Neverland" (2004), di Marc Forster.

Johnny Depp e Kate Winslet

in Neverland (2004), di Marc Forster.

 

Un film che ci è piaciuto troppo... per essere vero

 

La Neverland di Marc Forster e Johnny Depp e l’Isolachenoncè di James Matthew Barrie

 

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Un bel film, Neverland. Bella la figura del protagonista, ottimamente interpretato da Johnny Depp. Bravi anche Kate Winslet, Dustin Hoffman, Julie Christie. Straordinari i bambini, specialmente il piccolo Freddie Highmore. Buona la sceneggiatura, buona la direzione del regista Marc Forster, grandi soprattutto i momenti a teatro, quelli ufficiali come quelli allestiti dai bambini o dal protagonista per i bambini. E commovente l’immagine dell’artista, del grande scrittore James Matthew Barrie.

 

Peccato solo che il vero James Matthew Barrie fosse del tutto diverso dal protagonista del film... La cosa è irrilevante, perché un film va giudicato per quel che è, un’opera d’arte, e non per la sua maggiore o minore verosimiglianza? No, la cosa non è irrilevante, poiché un film come questo è anche un’operazione culturale, e nella fattispecie un’operazione volta a ribadire e inculcare nelle nostre menti, come avviene ormai da più di un secolo, l’idea che l’immagine di Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere, sia una meravigliosa immagine di bambino. Cioè un’operazione molto pericolosa, poiché l’immagine di bambino creata da James Matthew Barrie è invece una bruttissima immagine. Un’immagine disumana. Addirittura mortifera. E il non averlo compreso (e continuare a non comprenderlo) ha avuto conseguenze gravi sull’immaginario del 900. Come cercheremo di dimostrare nelle righe che seguono.

 

Quali sono i motivi che inducono i grandi a raccontare, far vedere, insegnare, spiegare delle cose ai piccoli? A desiderare, cioè, di ritornare proprio con dei bambini nei luoghi dell’universo fantastico umano che più gli sono cari, e che per le più varie ragioni considerano importanti?

 

Una prima risposta ci viene da una constatazione: gli adulti, a partire dalla fine del secolo XVIII, smettono di pensare al rapporto con i bambini come a qualcosa di irrilevante o di fastidioso, da delegare alle madri (viste come le sole che sarebbero disinteressatamente portate a farsene carico in virtù di un istinto materno del tutto irriflesso, privo d’immagini e idee e quindi animalesco) o a un apposito personale subalterno (servile nell’antichità e nell’alto medioevo, impiegatizio in seguito) e cominciano invece a provare, nei confronti di tale rapporto, un’attrazione e un interesse profondi, talvolta esclusivi. Iniziano cioè, secondo la stupenda e illuminante metafora di Robert Louis Stevenson, a vedere nel bambino una sorta di piccola Isola del Tesoro umana: il solo possessore di un bene di immenso valore, che ciascuno identifica e descrive a modo proprio, ma che in realtà è poi sempre il medesimo, racchiuso come l’anima nel corpo in ogni sua diversa incarnazione e di essa invariabilmente più prezioso: il segreto della capacità di sedurre e affascinare le menti.

 

Sinite parvulos venire ad me... A poco a poco, tra la fine del secolo XVIII e i giorni nostri, religiosi e filosofi, psicologi e politici, artisti e scienziati riscoprono il senso dell’antica parabola: a colui che sa farsi ascoltare dal bambino, nessuno che sia nato di donna potrà resistere, nessuna impresa sarà impossibile! E dunque è ai piccoli che si rivolgono, a quelli che lo sono di fatto e a quelli che sempre più spesso (per più o meno tempo e in condizioni più o meno buone) sopravvivono nei cuori degli adulti; ed è per loro, perché nuovi mondi da conquistare e sfruttare appaiano all’orizzonte delle loro menti, che creano nuovi mondi fantastici entro i confini sempre più avanzati e mobili delle proprie. Ma è poi a sé stessi che in primo luogo li offrono: poiché comprendono, più o meno inconsciamente, che solo se la passione e la convinzione del pifferaio di Hamelin saranno assolute, solo se il suo magico flauto ammalierà lui stesso prima e più di chiunque altro, tutti i bambini lo seguiranno incantati e il mondo si prostrerà ai suoi piedi.

 

Ma farsi ascoltare da un bambino, soprattutto quando non si è sua madre o suo padre, non è facile. Come mostrò la storia del dottor Itard e di Victor, il bambino selvaggio dell’Aveyron, il rapporto può fallire a dispetto dell’impegno e degli sforzi di entrambe le parti; e il bambino, allora, rimasto selvaggio e abbandonato al rischio di fallire dall’adulto che ha fallito il rapporto con lui, talora scompare di nuovo nelle tenebre della foresta e di laggiù ordisce e scatena Terrori. Poiché il rapporto con un bambino, come ogni rapporto umano, si modella sull’idea che di lui si ha, e dunque è da essa, e dalla misura in cui essa corrisponde alla verità del bambino, che dipende l’esito ultimo del rapporto stesso.

 

Robert Louis Stevenson, per bocca dell’immortale pirata Silver, suggerì alla fantasia un’idea di bambino che a nostro avviso è la meno delirante nei confronti della verità e di conseguenza la meno distruttiva nei confronti del rapporto. Eppure, per quanto strano possa sembrare, non fu su Jim Hawkins, immagine di noi stessi quand’eravamo giovani e belli, che il secolo XX modellò la sua idea di bambino...

 

Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere[1] presentato al mondo da James Matthew Barrie a pochi anni dalla prematura scomparsa di Stevenson sull’isola di Samoa, sembrò compiere un ulteriore passo avanti verso la creazione di un’idea del bambino che ne riconosca la piena umanità. Con lui, infatti, l’età rimpianta da Long John Silver è apparentemente innalzata allo status di unica età davvero umana e di solo periodo dell’esistenza che valga la pena di vivere: poiché, come si legge nella prima pagina di Peter Pan and Wendy, i due anni sono il principio della fine...[2]

 

Dopo i due anni, inesorabilmente, inizia il processo distruttivo della crescita: i bambini cominciano a dimenticare come si vola, a poco a poco smettono di credere nelle fate, non tornano più sull’Isolachenoncè, dubitano addirittura della sua esistenza, e si trasformano infine (quando non hanno la fortuna di poter diventare delle tenere mammine, gli unici grandi in cui talora permanga un vago e malinconico ricordo dell’infanzia) in malvagi pirati come James Hook, che odia i bambini e ne fa scempio ogni volta che può. Poiché l’età adulta (in un totale capovolgimento del pensiero che la concepiva come la sola in cui si possa raggiungere, per mezzo dell’educazione e dell’istruzione, la piena umanità) nel suo progressivo allontanarsi dalla purezza e dalla bellezza infantili non sarebbe altro, invece, che l’età della degenerazione, della scomparsa e della morte dell’essere umano...[3]

 

Il bambino, sembra annunciare al mondo Peter Pan, può dunque conservare la propria umanità solo se rifiuta e abbandona i grandi al più presto e nel modo più radicale[4] (sfuggendo così a tutto ciò che altrimenti gli verrà da loro, e che inevitabilmente lo pervertirebbe[5]) per dar vita a una nuova società esclusivamente infantile, da cui la crescita, del corpo come della mente, sia bandita per sempre[6]. Solo l’amore per una mamma che per miracolo non sia diventata del tutto adulta potrebbe trattenerlo da questo passo estremo o indurlo a recederne... Ma dato che neppure la migliore delle mamme può preservarlo dal crescere, un bambino, come Peter Pan, dovrebbe aver la forza di fare a meno anche di lei![7]

 

Le cose, tuttavia, in realtà non stanno affatto così. Ed è per questo, probabilmente, che molti genitori diffidano di Peter Pan: i nostri, per esempio, benché assai prodighi di consigli e regali letterari e convinti che quasi solo la produzione Disney fosse adatta a un bambino, non ci fecero mai leggere il libro e non ci portarono a vedere il film. E lo stesso Disney, pur nel contesto di una versione abbastanza fedele, nel 1953 smussò con gran cura i numerosi "estremismi" dell’opera e ne edulcorò sensibilmente il malinconico finale; mentre Spielberg, dal canto suo, nel 1991 sentì l’esigenza di darne un’interpretazione nuova, che in modo intelligente e sottile ne tradì lo spirito originale...

 

Intendiamo dire che quella di Peter Pan, anziché l’immagine di un bambino (finalmente) umano, visto e rappresentato nella sua più autentica realtà e senza alcun riguardo per gli annullamenti e le negazioni del passato, è al contrario una puntuale riconferma (ancorché molto astuta, e attenta a quanto andava maturando nella cultura di quegli anni) proprio di quegli stessi annullamenti e negazioni. Pur essendo, infatti, l’immagine di un bambino così come l’autore fantastica che sarebbe se, a partire da una settimana dopo la nascita, non avesse avuto più alcun contatto con esseri umani adulti, non è, tuttavia, quella di un selvaggio come Victor dell’Aveyron, che non indossa vestiti, non parla, non risponde alle domande, non reagisce alle voci umane... Al contrario, Peter Pan ha riportato ben pochi danni dalla perdita del rapporto con i propri simili: sta benissimo fisicamente e quasi sempre anche mentalmente, è più felice di qualsiasi altro bambino ed è capace di imprese eccezionali! Come mai? Come può, questo piccolo, sin dalla nascita far tranquillamente a meno dei grandi e perfino della madre? La risposta è semplice: perché, ancora una volta, quella di Peter Pan è l’immagine di un bambino umano... che non è umano affatto! Di un bambino affascinante partorito da una fantasia straordinaria, non v’è dubbio, ma nondimeno di un bambino che non fa parte della nostra specie. E pertanto è un’immagine che continua a ingannarci, ancorché in maniera assai suggestiva, sulla verità dei nostri veri bambini e del nostro vero rapporto con loro.

 

Peter Pan, insomma, non è nato da donna, e lo dimostra in molti modi anche nella sua più sorvegliata versione del 1911: come i bambini fantasticati dalla delirante istitutrice di Giro di vite, anch’egli ha misteriosi rapporti con l’Aldilà[8]; è capace di linguaggio ma non di pensiero[9]; non è in grado di mantenere un rapporto nella separazione, nemmeno per breve tempo, ma deve riannodarlo più o meno faticosamente ogni volta che ritrova una persona[10]; non ha memoria né senso del tempo[11], e neanche i suoi stessi sentimenti (seppure ne prova qualcuno[12]) lasciano mai alcuna traccia in lui[13]; non può o non vuole fondere né far confliggere il proprio mondo fantastico con quelli degli altri, ma anzi lo impone loro nella convinzione che sia l’unico reale[14]; non è e non sarà mai capace di sessualità[15]; c’è qualcosa, in lui, a dispetto della sua immutabilità e immortalità, che lo spinge più d’una volta a scimmiottare Uncino, quasi si preparasse a prenderne il posto[16]; non possiede, dunque, alcuna immagine o sentimento di sé stesso[17], ma come un animale è soltanto, di volta in volta, il sentimento che in quel momento sta provando; e i suoi sonni, infine, e probabilmente non per caso, sono talvolta turbati da terribili incubi[18].

 

Solo il fascino che esercita su di lui la figura della mamma, che Peter non ha mai avuto (tranne che per sette giorni, per altro completamente dimenticati) ma che comprende al punto di dedicarle molte fantasticherie e qualche realistica sperimentazione con Wendy, riesce a creare e a mantenere un legame tra il ragazzo che non voleva crescere e il mondo umano: è per effetto di questo sentimento che di quando in quando si ricorda di tornare a Londra; ed è proprio il rimpianto e il desiderio di una mamma, oltre che l’ambigua somiglianza di carattere con Hook a cui ho già accennato, l’unico tratto psichico che egli ha in comune con i pirati... Poiché, per il resto, la presenza degli esseri umani e del loro mondo fantastico sull’Isolachenoncè non pare dovuta che al bisogno di Peter di combattere e sterminare gli uni[19] e di sovvertire l’altro: solo per questo permette ai pirati e ai pellerossa di soggiornare sul suo pianeta; e perfino i Bimbi Smarriti, a giudicare almeno dall’assoluta spensieratezza con cui alla fine lo abbandonano, vi sono stati ammessi solo per servirlo e ammirarlo.

 

Ma vi sono elementi, in Peter Pan e nella sua storia, che parlano ancor più esplicitamente della sua origine da un’idea mostruosa del bambino, al punto da lasciar supporre che discendano da lui non solo i piccoli Bas-Thornton di Un ciclone sulla Giamaica (il cui autore aveva la stessa età di Peter proprio nell’anno in cui uscì Peter Pan and Wendy) ma perfino i giovanissimi alieni telepatici e senza cuore de Il villaggio dei dannati. L’odio feroce di Peter nei confronti dei grandi, per esempio, non è facilmente conciliabile con la sua immagine disneyana: Buttò fuori con intenzione rapidi e corti sospiri alla velocità di circa cinque al minuto secondo. Fece questo perché nell’Isolachenoncè, ogni volta che uno sospira, un adulto muore. E Peter, per vendicarsene, li voleva uccidere più in fretta che poteva...[20] È vero che i cuori dei bambini umani possono, talvolta, albergare sentimenti di intensa avversione nei confronti dei genitori; ma è comunque un fenomeno che si verifica all’interno del rapporto quasi indistruttibile che li lega a essi (talmente solido, a dispetto di ciò che può talora sembrare, che neanche le violenze di certi padri e certe madri riescono sempre a determinarne la fine); mentre l’odio di Peter Pan è un odio del tutto freddo, che parte e colpisce dall’esterno, poiché non c’è e non c’è mai stato alcun rapporto, tra lui e gli adulti della specie umana, né mai ci sarà!

 

Un altro elemento, forse ancor più sconcertante, è dato dalla natura stessa dell’Isolachenoncè. Neverland, infatti, come dice il suo nome, non appartiene certo alla realtà, perché non è in nessun posto; ma d’altra parte non è neppure un luogo della fantasia, perché esiste davvero: è una mente, o forse una parte di essa, e come tale esiste in un cervello: La pianta di una mente di bambino... non solo è confusa, ma è in continuo movimento. (...) Vi sono linee a zig zag... e con ogni verosimiglianza rappresentano le vie di un’isola. Infatti l’Isolachenoncè è, più o meno, un’isola con meravigliose macchie di colore qua e là, e banchi di corallo, e vascelli pirati al largo... (...) Sarebbe molto facile disegnare questa pianta se fosse tutto qui, ma c’è anche il primo giorno di scuola, il catechismo, papà e mamma, una vasca rotonda, il ricamo, assassini, impiccati, verbi che reggono il dativo, il giorno della torta al cioccolato, i primi pantaloni, le caselline, i tre soldi se ti levi il dentino da latte da solo, e così via. Ora, o tutte queste cose fanno parte dell’isola, o formano un’altra pianta che appare attraverso la prima, e ciò è abbastanza confuso, specialmente perché non v’è nulla di stabile. (...) Nell’insieme, però, tutte le Isolechenoncisono hanno un’aria di famiglia e, se le vedessimo in fila, vedremmo che una ha il naso come l’altra.[21]

 

Sbarcare a Neverland significa dunque entrare nella mente di un bambino. Di qualsiasi bambino, come queste righe vorrebbero suggerire? Può darsi... Ma se è così, com’è che solo il Pan regna da sovrano assoluto su questa terra, ne determina le più minute caratteristiche e vi accoglie o vi porta chi vuole lui?... No, l’Isolachenoncè è la mente di un solo bambino, Peter Pan, poiché solo lui ha questa mente. Gli altri la pèrdono, a poco a poco ma senza scampo, a partire dai due anni. E tuttavia, finché non l’hanno perduta del tutto, possono mettersi in contatto con essa, leggere telepaticamente in essa, e per così dire soggiornarvi col pensiero: Peter si rivolse a tutti quelli che in quel momento stavano sognando l’Isolachenoncè e che perciò erano più vicini di quanto immaginiate. Bambini e bambine nelle loro camerine da notte e piccoli selvaggetti nudi nei loro panieri appesi agli alberi, tutti furono interpellati da Peter...[22] Neverland, insomma, è una mente infantile collettiva (e aliena), proprio come quella che permette ai piccoli cuculi di Midwich (ne Il villaggio dei dannati) di venire a conoscenza, in tempo reale, di tutto ciò che ognuno di loro apprende o pensa. Ma con due caratteristiche peculiari: che col passar del tempo, come abbiamo visto, la si perde e la si sostituisce con quella adulta (e umana); e che il suo contenuto, per l’appunto, è quello che solo Peter ha il potere di determinare, come dimostra anche il fatto che gli altri bambini la sentono, all’interno della propria, come un qualcosa di estraneo e perfino di spaventoso: L’Isolachenoncè incominciava sempre a sembrare un po’ buia e a incutere paura soltanto al momento di andare a letto. Allora sorgevano in un lampo e ingrandivano spaventosamente strane macchie inesplorate. Nere ombre... belve feroci... e il buio diventava sempre più buio di momento in momento... Ora sorvolavano l’isola spaventevole... Così, brutalmente, i tre piccoli Darling impauriti capirono quale differenza esiste tra un’isola nata dalla fantasia e la stessa isola divenuta realtà...[23]

 

È questa, al di là delle svenevolezze e dei belletti, la mente neonatale di Peter Pan e la Neverland di James Matthew Barrie: un luogo alieno, pieno d’odio, spaventoso. E tuttavia si vorrebbe che i bambini, come Peter, la conservassero per sempre e vi si dedicassero allo sterminio fantastico degli adulti!

 

Barrie, del resto, riguardo alla natura aliena di Peter Pan e di tutti i bambini, aveva avuto assai meno pudori in Peter Pan in Kensington Gardens, prima versione della sua storia[24]. Dove l’incompleta umanità dei bambini viene infatti dichiarata a chiare lettere: Peter Pan è umano soltanto a metà...[25] Era sfuggito alla condizione di essere umano quando aveva sette giorni...[26] Si era già completamente dimenticato d’essere stato una creatura umana e credeva d’essere un uccello anche nell’aspetto, proprio come nei primi giorni di vita...[27] ‘Allora non sarò... una creatura umana?’ chiese Peter. ‘No.’ ‘E nemmeno... un uccello?’ ‘No.’ ‘Che cosa sarò?’ ‘Sarai un Tra-il-Qua-e-il-Là’ disse Salomone, e certamente era un vecchio saggio, perché è esattamente ciò che avvenne...[28] Ma (Peter) ricorda ancora vagamente di essere stato un tempo una creatura umana[29] e questo ricordo lo rende particolarmente gentile con le rondini quando visitano l’isola, perché le rondini sono gli spiriti dei bambini morti. Esse si fanno i nidi nelle grondaie delle case dove hanno vissuto quando erano creature umane, e a volte tentano di volare verso le stanze dei bambini, e forse è per questo che Peter le ama più di tutti gli altri uccelli.[30]

 

L’idea di bambino che l’opera di Barrie ha donato al mondo è dunque, ancora una volta (ma con l’aggravante di una cert’aria da adesso-metto-io-le-cose-a-posto-una-volta-per-tutte che si direbbe rivolta soprattutto, e invidiosamente, all’indirizzo del suo grande connazionale Stevenson, che ormai non poteva più difendersi) l’antichissima idea di una creatura non del tutto umana e per certi versi mostruosa. Che con qualche originalità viene tuttavia dichiarata migliore, per sua natura, degli esseri umani adulti, e di gran lunga superiore a quel che l’educazione e l’istruzione da essi impartite vorrebbero fare di lei... Ma, ahimé!, solo per riaffermare, subito dopo, il suo ineluttabile destino d’essere a poco a poco trasformata (lentamente già a partire dal primo vagito, e a rotta di collo dopo i due anni) in quell’essere inferiore che, altrettanto per natura, non può comunque evitare di diventare. Il bambino come farfalla alla rovescia, insomma, che dalla stupenda creatura (tuttavia non umana) del proprio stadio larvale decade ben presto in un esemplare malinconico, squallido e rapidamente senescente di adulto umano. Ma d’altra parte, come può essere davvero umano il piccolo di una specie che non riesce a esserlo neanche nei suoi esemplari adulti?

 

I discendenti di Peter Pan sono stati legione, nell’immaginario del Ventesimo Secolo, e alcuni così deformi da non permettere un veloce e agevole riconoscimento, nei loro tratti somatici, dei lineamenti aggraziati e sbarazzini del ragazzo che non voleva crescere. Ci limiteremo a dire, per non farla troppo lunga, che hanno qualcosa a che vedere con la sua eredità genetica tutte le rassegnazioni giovanili del secolo scorso all’idea delirante che sia impossibile evolversi in un essere umano adulto serio e responsabile senza per ciò stesso degenerare in un indifferente stupido e violento: con gli inevitabili esiti, solo apparentemente opposti, della rinuncia a crescere, palesata dall’attardarsi di molti, via via più stereotipato e lugubre, in rituali ribellistici o misticheggianti o autodistruttivi (o tutti e tre insieme); oppure della rinuncia a essere umani, manifestata da altri con la loro piena accettazione (tanto più convinta e arrogante quanto più la ritengono naturale) del modello di adulto che per un attimo, al tempo in cui anch’essi avevano creduto in Peter Pan, si erano illusi di poter criticare ed abbattere.

 

È forse superfluo ricordare che non solo la madre, ma nessuno dei bambini che ebbero la fortuna di imbattersi in James Matthew Barrie raggiunse l’età adulta. Morirono prima. Il che, perfino statisticamente, è un po’ strano. In compenso lo scrittore, che li seppellì tutti, non dovette vederli crescere.

 

 

Note

 

[1]. Ideato dallo scozzese James Matthew Barrie (1860-1937) a partire dal 1898, Peter Pan fece la sua prima apparizione pubblica nel 1903 nel romanzo The little white bird (“L’uccellino bianco”) del quale occupava sei capitoli con il racconto della sua nascita e della prima parte della sua vita. L’anno dopo, nel 1904, fu il protagonista della commedia Peter Pan, or the boy who wouldn’t graw up (“Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere”) che descrive il suo incontro con Wendy, John e Michael Darling e le loro avventure sull’Isolachenoncè (Neverland). Nel 1906, in seguito all’enorme successo della commedia, Barrie autorizzò la pubblicazione separata dei sei capitoli del 1903 con il titolo di Peter Pan in Kensington Gardens (“Peter Pan nei giardini di Kensington”). Infine, nel 1911, uscì Peter Pan and Wendy, versione narrativa della commedia del 1904. Le sue trasposizioni cinematografiche più importanti sono state: Peter Pan, lungometraggio d’animazione prodotto da Walt Disney nel 1953; e Hook, diretto da Steven Spielberg nel 1991 e interpretato da Dustin Hoffman (nella parte di James Hook, conosciuto in Italia come Giacomo Uncino), Robin Williams (Peter Pan) Julia Roberts (Trilly, in Italia Campanellino), Maggie Smith (Wendy) e Bob Hoskins (Smee, in Italia Spugna). (Le citazioni dalle opere di James Barrie sono tratte dalle seguenti edizioni italiane: Peter Pan, traduzione di Pina Ballario, Mondadori, Milano,1996, d’ora in poi citato semplicemente come Peter Pan; e Peter Pan nei giardini di Kensington, traduzione di Renato Gorgoni, Rizzoli, Milano, 1999, d’ora in poi citato come Kensington.).

 

[2]. Peter Pan, cit., pag. 3.

 

[3]. Nell’ultimo capitolo di Peter Pan, cit., (intitolato Wendy diventa grande) nel giro di pochissime pagine muoiono James Hook e Trilly, la fatina, i signori Darling, Nana (la “bambinaia” canina), Wendy (e con lei, implicitamente, i suoi fratelli e tutti i Bimbi Smarriti, che come lei hanno scelto di lasciare l’Isolachenoncè e di crescere). Inoltre si avvia verso la vecchiaia e la morte anche Jane, la figlia di Wendy, e si comincia a parlare di quando sarà adulta e madre perfino Margaret, figlia di Jane. Solo Peter Pan, immortale e immutabile, sopravvive a tutti.

 

[4]. “A sette giorni era fuggito dalla finestra tornandosene in volo ai giardini di Kensington...” (Kensington, cit., pag. 58.) “Sai, Wendy, io sono fuggito da casa il giorno stesso in cui nacqui.” (Peter Pan, cit., pag. 33).

 

[5]. “Io non voglio andare a scuola e imparare cose noiose” dichiarò egli con energia.” (...) “Indietro, signora! Nessuno mi prenderà per farmi diventare un uomo!” (Peter Pan, cit., pag. 182).

 

[6]. “Quando poi sembra che i Bimbi Smarriti diventino adulti, cosa contraria al regolamento, Peter li butta fuori.” (Peter Pan, cit., pag. 58).

 

[7]. “Non solo non aveva la mamma, ma non aveva nemmeno il più debole desiderio di averla.” (Peter Pan, cit., pag. 30.) Ma non era stato sempre così: nei primi tempi, dopo la sua fuga da casa all’età di sette giorni, Peter aveva provato una nostalgia così intensa per la mamma, che aveva pensato di tornare da lei... Aveva però lasciato trascorrere troppo tempo e, quando infine si era deciso, la finestra della sua cameretta era ormai chiusa e protetta da sbarre, e la mamma aveva avuto un altro bambino.

 

[8]. “Si dice che allorché i bambini muoiono, egli li accompagni per un tratto di strada perché non abbiano paura.” (Peter Pan, cit., pag. 11).

 

[9]. “Se avesse avuto la capacità di concepire un pensiero (ma io credo che non abbia mai pensato)...” (Peter Pan, cit., pag. 29).

 

[10]. “Non di rado, infatti, al suo ritorno dalle scorribande celesti, Peter non li riconosceva affatto o per lo meno confusamente.” (Peter Pan, cit., pag. 48.) “-Salute!- rispose Peter amichevolmente, sebbene avesse dimenticato del tutto chi fossero.” (Peter Pan, cit., pag. 75).

 

[11]. “Egli non aveva nozione alcuna del tempo...” (Peter Pan, cit., pag. 184).

 

[12]. “Quando si diventa grandi (...) non si è più spensierati, innocenti e senza cuore. Soltanto chi è spensierato, innocente e senza cuore è capace di volare.” (Peter Pan, cit., pag. 188; corsivi miei).

 

[13]. “Peter, che aveva assistito a una quantità di tragiche vicende, le aveva tutte dimenticate.” (Peter Pan, pag. 95.) “Nessun bambino dimentica la prima slealtà degli adulti. Nessuno, tranne Peter. Peter l’ha incontrata spesso e l’ha sempre dimenticata. Io credo sia questa la vera differenza tra lui e gli altri ragazzi.” (Peter Pan, cit., pag. 103).

 

[14]. “Per lui, verità e favola erano la stessa cosa. Talora questo li metteva a disagio, soprattutto quando erano costretti a fingere di aver già desinato e Peter li picchiava sulle nocche delle dita se pretendevano di uscire dalla favola.” (Peter Pan, cit., pagg. 76-77).

 

[15]. All’acorporeità di Peter allude il suo malcerto legame con la propria ombra, ma del resto lo confermano le sue stesse parole: “Peter, (...) quali sono i tuoi veri sentimenti a mio riguardo?” gli domanda la bambina. “Quelli di un figlio devoto, Wendy!” risponde lui. E aggiunge, perplesso: “Sei tanto strana! E Giglio Tigrato è come te! Dice che vuol essere qualcosa per me, ma non una madre.” (Peter Pan, cit., pag. 117).

 

[16]. Com’è testimoniato assai eloquentemente, oltre che dal suo modo dispotico di trattare i Bimbi Sperduti e dall’assoluta mancanza di pietà verso i nemici sconfitti, soprattutto dallo spettacolo inquietante che ci offre dopo la definitiva vittoria su Uncino: “La prima sera in cui Peter indossò quel costume, sedette a lungo in cabina con il vecchio bocchino di Uncino in bocca e una mano chiusa a pugno. Ne lasciava sporgere solamente l’indice e lo piegava e lo drizzava minacciosamente come un artiglio.” (Peter Pan, cit., pag. 170).

 

[17]. “Pan, chi o che cosa sei tu?” gli domanda Uncino. “Io sono la giovinezza, io sono la gioia” risponde Peter a caso. “Sono l’uccello appena uscito dall’uovo.” (Peter Pan, cit., pag. 116; corsivi miei).

 

[18]. “Qualche volta, non troppo spesso, Peter sognava e i suoi sogni erano più angosciosi di quelli degli altri ragazzi. Per ore e ore non riusciva a destarsi, e gemeva pietosamente, mentre sognava. Quei sogni avevano attinenza, credo, con il segreto della sua esistenza.” (Peter Pan, cit., pag. 139).

 

[19]. Molti Indiani e quasi tutti pirati, in Peter Pan and Wendy, cit., muoiono trucidandosi a vicenda o per mano di Peter, come si può leggere specialmente alle pagg. 133 e 168.

 

[20]. Peter Pan, cit., pagg. 124-125.

 

[21]. Peter Pan, cit., pagg. 9-10.

 

[22]. Peter Pan, cit., pag. 144.

 

[23]. Peter Pan, cit., pagg. 50-51 e 55.

 

[24]. Cfr., qui, la nota 48 a pag. 28.

 

[25]. Kensington, cit., pag. 54.

 

[26]. Kensington, cit., pag. 58.

 

[27]. Kensington, cit., pag.60. In Peter Pan nei giardini di Kensington si legge infatti che i bambini vengono al mondo non come esseri umani, ma come uccelli, e che cominciano a diventare umani nel momento in cui, per esplicita richiesta delle donne che desiderano averli, vengono inviati nelle case delle loro future mamme e sottratti, così, all’ornitologico destino che altrimenti li attenderebbe. Solo Peter Pan, nel corso dei secoli, è riuscito a tornare fra gli uccelli. Non del tutto, però: infatti, per via di quei sette giorni che ha trascorso con la sua mamma, egli rimarrà per sempre per metà umano...

 

[28]. Kensington, cit., pag. 67. Salomone è il vecchio corvo che riceve le lettere delle mamme e manda loro i bambini che esse gli richiedono.

 

[29]. Solo per sette giorni (ricordiamolo ancora!) perché prima era stato un uccello.

 

[30]. Kensington, cit., pag. 149. Sulle rondini, e sui nessi fantastici che collegano questi uccelli (e, come si è visto, ancora una volta Peter Pan) al mondo dei morti, è illuminante e piacevole la lettura del bel saggio di Maurizio Bettini, Turno e la rondine nera, in Maurizio Bettini, Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche, Einaudi, Torino, 2000, pagg. 125-143.

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mercoledì 2 gennaio

È Lucy l’unica psicologa a cui affideremmo volentieri i nostri alunni!

È Lucy l’unica psicologa a cui affideremmo volentieri i nostri alunni!

 

Perché non ci piacciono gli psicologi (e le psicologhe) a scuola

 

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Nell’Unione Sovietica di Stalin, di Krusciov e di Breznev, come tutti sanno, i dissidenti, gli avversari del regime, venivano internati in manicomio. Negli Stati Uniti di Bush, un bambino che non si comporti come i bimbi degli spot pubblicitari può essere imbottito di psicofarmaci fin dalla più tenera età, per impedirgli di infastidire genitori e insegnanti. In Italia, politici e intellettuali berlusconiani e veltroniani accusano di percezioni errate” o addirittura di esser diventati matti” gli Italiani che non son felici di come vanno le cose, mentre giornali e televisioni collaborano accanendosi giorno dopo giorno soprattutto contro i ragazzi: come se fossero tutti stupidi, tutti cattivi, tutti folli.

 

Sempre più spesso, l’arroganza dei detentori di piccoli o grandi poteri contro chi li mette in difficoltà, o pensa e vive in modo diverso da quello che per essi è l’unico valido, o dà segni di disagio e di ribellione mentre si sforza di adattarsi ai modelli di comportamento prevalenti ― non solo prende la forma di un’accusa più o meno esplicita di patologia mentale (che lascerebbe il tempo che trova, in quanto lanciata da individui che non hanno titoli per pronunciarla) ma tenta di ergersi a diagnosi (e di imporre terapie) con lappoggio di scienziati e sedicenti esperti stipendiati dalle multinazionali farmaceutiche o in cerca di stipendio da parte delle amministrazioni pubbliche.

 

Dobbiamo dirlo con la massima chiarezza: quando un piccolo o grande potere (politico, culturale, scientifico, religioso) pensa e chiama folli (o malvagi, o miscredenti) gli uomini, le donne, i bambini nei cui confronti esercita un’autorità e detiene una responsabilità che da essi sono messe in discussione, quel potere (consapevolmente o meno) li pensa e li chiama mostri, cioè disumani. E che cos’è la disumanizzazione di un’etnia, di un popolo, di un gruppo ― dobbiamo dirlo con altrettanta chiarezza ― se non il medesimo delirio che in passato ha più volte permesso e suggerito al potere (politico, culturale, scientifico, religioso) di privare chi ne era colpito di tutti i diritti, ivi compreso il diritto alla vita?

 

Desta grande meraviglia che vi sia, fra gli insegnanti, chi non s’è accorto che la Scuola nel mondo già da tempo, in Italia soprattutto negli ultimi due anni è stata eletta a luogo capitale di un violentissimo attacco al rapporto bambini-adulti (e giovani-adulti) qual è andato a poco a poco modificandosi in senso libertario dalla fine del Settecento e soprattutto a partire dagli anni ’60 del Novecento: da quando, cioè, ha iniziato a essere sapere comune l’intuizione che il potere dei grandi sui piccoli non ha alcun senso se gli adulti (genitori, insegnanti, la società nel suo insieme) ostacolano o non permettono la realizzazione dei bambini e dei giovani. Aggredire questo nuovo rapporto, ricondurlo all’autoritarismo senza contenuti dei bei tempi andati è oggi la strategia d’elezione di chi ha compreso che la battaglia per la regressione dell’Umanità al Medio Evo va condotta soprattutto sul piano culturale e dell’immaginario colpendo lo sviluppo della mente del bambino e del giovane nel loro rapporto con l’adulto.

 

Così come desta meraviglia che vi siano insegnanti che non si sono accorti che questo attacco alle menti dei bambini e dei giovani, che in passato sarebbe stato condotto sul campo della ricerca pedagogica e delle riforme della Scuola, oggi veda in prima linea nelle aule soprattutto gli psicologi, con le loro pratiche e pratichine più o meno fantastiche, e nelle retrovie gli psichiatri organicisti armati di psicofarmaci.

 

Si vuol forse dire, con questo, che non può accadere che un bambino si trovi a vivere un disagio che turba lo sviluppo della sua psiche? O che non sia degno di stima e di appoggio l’insegnante che (accorgendosi di ciò perché è un bravo insegnante e un buon essere umano) osi intervenire nella dinamica familiare suggerendo ai genitori di chiedere l’aiuto di uno psicologo o uno psichiatra? Certo che no. Si vuol dire e lo si vuol dire, lo ribadiamo, con la massima chiarezza, affinché non si possa domani insinuare che certe iniziative non abbiano incontrato il nostro più totale dissenso ― che della possibilità che alcuni vivano un disagio psichico nessuno può servirsi come di un’arma per imporre (sulla Scuola, sulle famiglie, sulla comunità o sulla Società tutta) un potere di controllo o interferenza nelle menti e nei rapporti, che né la Costituzione né le leggi scolastiche né il buon senso e l’umanità lo autorizzano a usurpare.

 

Nemmeno la buona fede”, le migliori” intenzioni e i più nobili” scopi giustificherebbero un tentativo del genere. Figuriamoci il bisogno di lavoro degli psicologi.

 

Quando un bambino è in difficoltà nei rapporti con gli altri, coetanei o adulti che siano, il primo pensiero dell’insegnante o del genitore non può essere: In questo bambino qualcosa non va. Lo potremmo paragonare, un grande così ― se il fatto non fosse troppo tragico per aver voglia di riderne ― a un clown che dopo aver picchiato un compagno se la prendesse con lui per essersi fatto male alla mano.

 

Il primo pensiero di un adulto, dinanzi a un piccolo in difficoltà, dovrebbe essere: Questo bambino va difeso.

 

I problemi psicologici” di un bambino, infatti, quasi mai sono problemi che il bambino ha. Quasi sempre, al contrario, sono problemi che gli adulti gli creano.

 

Dinanzi a un bambino che dà segni di disagio” ― che non s’impegna nelle attività scolastiche e nello studio, che non si concentra, che non stabilisce un buon rapporto con i docenti o non entra in rapporto affatto, che non socializza con i compagni o adotta nei loro confronti modalità di relazione palesemente dannose sia a lui che a essi l’insegnante, prima di pensare: Questo bambino va curato, deve domandarsi: C’è forse qualcosa che non va in me, nel mio comportamento, nel mio modo d’insegnare, nel mio rapporto con lui? E poi: C’è forse qualcosa che non va nella famiglia? C’è forse qualcosa che non va nella comunità?

 

Sono i grandi, cioè, che devono interrogarsi, chiedere aiuto, cercare una cura. Per sé stessi, non per i piccoli. Se lo faranno ― e se l’aiuto e la cura saranno trovati, cosa che non sempre accade, e accettati, cosa ancor più rara ― i problemi” del bambino quasi sempre inizieranno a regredire e ad attenuarsi fin dal primo giorno.

 

Che dire, allora, di una comunità scolastica che voglia porre sotto osservazione da parte di uno psicologo (o di una psicologa) non un singolo bambino, non alcuni bambini, ma tutti i bambini a essa affidati?

 

Tre ipotesi sono possibili:

 

1. Tale comunità scolastica ritiene (o non si sente di escludere) che ogni piccolo umano possa, in quanto tale, non essere del tutto sano di mente. E che ogni bambino, perciò ― insieme all’italiano, alla matematica, alla storia ― debba ricevere dalla Scuola, cioè dallo Stato, assistenza psicologica o psichiatrica.

 

2. Tale comunità scolastica ritiene (o non si sente di escludere) che tutti i bambini a essa affidati possano necessitare di assistenza psicologica o psichiatrica. E che la Scuola, cioè lo Stato, debba fornirgliela.

 

3. Tale comunità scolastica ritiene che solo alcuni dei bambini a essa affidati debbano ricevere assistenza psicologica o psichiatrica. Ma, non riuscendo a vincere le resistenze delle famiglie di quei bambini a rivolgersi a uno psicologo o a uno psichiatra (o peggio, non volendo neanche tentare di vincerle) decide di aggirare l’ostacolo ponendo sotto osservazione tutti gli alunni.

 

Nel primo e nel secondo caso, la comunità scolastica sarebbe portatrice di un’ideologia ― o sarebbe stata esposta e sarebbe affetta da idee ― gravemente errate e pericolose nei confronti dei bambini. Nel primo caso, infatti, che tutti i piccoli abbiano problemi psichici è impossibile, poiché una specie che sistematicamente metta al mondo una prole non sana di mente non si sarebbe evoluta o si sarebbe sùbito estinta. Nel secondo caso, che di problemi psicologici soffrano tutti i bambini di un paese o di un quartiere, in tempo di pace e senza che alcuna catastrofe vi si sia verificata, è così assurdo, che chiunque lo ipotizzi dovrebbe essere ritenuto lui per primo affetto da una qualche patologia psichica.

 

(E come sarebbero penetrate nelle comunità scolastiche quell’ideologia e quelle idee, se non per effetto della campagna mediatica a cui accennavamo, politica culturale e religiosa insieme, tesa a convincere tutti noi della necessità di lasciarci ricondurre all’ordine mentale che altri ― i sapienti, i colti, gli esperti, gli ispirati dallo Spirito Santo ― stanno pensando e organizzando per noi, poveri piccoli folli depressi, confusi, spauriti?)

 

Nel terzo caso, la comunità scolastica che richieda assistenza psicologica per tutti i bambini per aggirare le resistenze dei genitori di alcuni di essi a ricorrervi per proprio conto o anche per dissimulare o attenuare, ai loro occhi, la portata del disagio che ritiene di aver individuato nei loro figli commetterebbe una grave scorrettezza: in primo luogo, per l’insincerità (in linguaggio burocratico, per la mancanza di trasparenza) di cui si renderebbe colpevole nei confronti di quelle famiglie; e in secondo luogo per il mancato rispetto o, quanto meno, per la surrettizia evasione dalla procedura prevista dalle leggi per questi casi. Secondo la quale, il consenso dei genitori dei bambini, per i quali si ritiene di dover chiedere assistenza:

 

A. Deve essere obbligatoriamente richiesto;

B. Dev’essere richiesto individualmente e in privato;

C. Dev’essere pienamente informato;

D. Può dai genitori essere negato.

 

E com’è ovvio, una volta negato, non può poi essere artatamente carpito.

 

Ma c’è di più. Già una semplice visita medica può causare disagio o addirittura sofferenza, in un bambino o perfino in un adulto, se chi la effettua è persona incompetente o anche solo grossolana o scortese. Ma un accertamento psicologico non è una semplice visita medica.

 

In primo luogo, perché psicologia, psicoanalisi e psichiatria ― avendo come oggetto di studio e d’intervento non il corpo, che è ben conosciuto, ma la mente, nei cui riguardi gli studiosi sono lontani dall’accordarsi su un corpus sia pur minimo di nozioni certe  non sono ancora scienze, e dunque procedono spesso a tentoni, e per ignoranza o imperizia possono quindi danneggiare la psiche, anziché curarla, specie se in formazione com’è quella di un bambino.

 

In secondo luogo perché ― quali che siano la teoria e la prassi a cui, fra le mille esistenti e discordi fra loro, consente chi effettua l’accertamento ― esso richiede sempre che lo psicologo manipoli i sentimenti, le fantasie, le idee, le credenze e i rapporti umani della persona che a lui (o a lei) si rivolge per verificare e rettificare il contenuto della propria mente. Intervenire sulla quale non è come ridurre una frattura o somministrare un farmaco di cui sono noti gli effetti (anche se quelli collaterali, perfino in medicina, causano talvolta delle bruttissime sorprese...) Il medico, infatti, sa com’è fatto il corpo su cui interviene (e anche così gli accade di quando in quando di sbagliare...) Lo psicologo (o la psicologa) invece, non sanno come sono fatte le menti. Alcuni potrebbero aver solo letto e memorizzato (quando va bene!) un certo numero di testi teorici in contrasto gli uni con gli altri, e partecipato o assistito (i più scrupolosi, o semplicemente i più fortunati) a un certo numero di sedute di psicoterapia individuale o di gruppo condotte secondo l’una o l’altra di quelle teorie. Niente che si possa anche solo lontanamente paragonare alle certezze della medicina. Ragion per cui, se lo psicologo (o la psicologa) dice: È come una visita medica!, dice una bugia. O quanto meno non sa quel che dice.

 

Sottoporsi ad accertamento psicologico ed eventualmente a una qualche forma di trattamento è insomma ben più rischioso, per la mente, di quanto lo sia per il corpo l’essere sottoposto a terapia medica. E il rischio è più grave se la psiche di chi vi è sottoposto è più malleabile perché giovanissima, inesperta, fiduciosa e ancóra in formazione. E ancór più grave se quella psiche è in realtà perfettamente sana. Che non si curano i sani  ― e che lidea di farlo non depone a favore della serietà e affidabilità di chi la secerne dovrebbe essere ovvio per il buon senso comune, prim’ancora che obbligatorio per legge! Ma quanti bambini del tutto sani saranno esposti a intrusioni nella mente e negli affetti, nel caso che una comunità scolastica decida ― anche in buona fede e con le migliori intenzioni ― di affidarli tutti a uno psicologo (o a una psicologa)?

 

Fra i compiti della Scuola ― secondo noi e le leggi ― non cè quello di improvvisare screening di massa delle condizioni psichiche dei bambini. La sola idea di una tale mutazione dovrebbe a nostro avviso far inorridire ogni uomo o donna di buon senso. Ed è per questo che siamo certi, conoscendo la passione, l’intelligenza e la professionalità che animano la maggior parte degli insegnanti italiani, che molti di essi vorranno e sapranno riflettere meglio ― qualunque sia la situazione in cui si trovino a operare ― sull’opportunità di favorire, con iniziative di tal genere, quello che sempre più si sta palesando come un tentativo di servirsi della Scuola per intervenire regressivamente nel libero e creativo evolversi del rapporto tra genitori e figli.

 

Consigli pratici

 

Che cosa consigliamo, dunque, al papà e alla mamma i cui bambini siano affidati a una comunità scolastica che voglia metterli sotto osservazione (ed eventuale trattamento) di uno psicologo (o di una psicologa)?

 

1. Non dimenticare che ogni famiglia, per legge, deve preliminarmente ricevere un modulo da firmare per concedere o meno l’autorizzazione a far incontrare i propri bambini con lo psicologo (o la psicologa).

 

2. Ricorda che tale modulo non può essere una semplice richiesta di autorizzazione! Deve contenere anche un testo, firmato dallo psicologo (o dalla psicologa), che ti spieghi bene a quali fra le molte teorie psicologiche, psichiatriche o psicoanalitiche si ispireranno l’osservazione e il trattamento, e quali test e azioni saranno effettuati sui tuoi bambini. Se temi di non essere in grado di comprenderlo, mostralo a un esperto di tua fiducia o anche solo al medico di famiglia! Diffida dello psicologo (o della psicologa) che non voglia (o non sia capace) di mettere per iscritto quali teorie e metodi seguirà e quali azioni intraprenderà.

 

3. Pretendi un incontro privato con lo psicologo (o con la psicologa) designati dalla scuola. È un tuo preciso diritto! E ti permetterà di farti un’idea  con calma, senza essere influenzato da terzi, e soprattutto col tuo buon senso di mamma o di papà  di che genere di persona sia quella a cui stai per affidare la mente, gli affetti, l’immaginazione e le idee dei tuoi bambini.

 

4. Se lo psicologo o la psicologa, per qualsiasi motivo ― anche apparentemente banale, come un particolare dell’aspetto, del modo di fare o dell’abbigliamento non ispira pienamente fiducia a te, all’altro genitore e soprattutto ai tuoi bambini, non affidarglieli! Non hai che le tue sensazioni per capire che cos’è meglio fare o non fare, e se non ti fidi di esse, chiunque sappia un poco parlare potrà fare di te ciò che vorrà.

 

5. Se malgrado tutto decidi di autorizzare l’osservazione e il trattamento, pretendi lo scrupoloso rispetto della tua privacy: nessuno, bambino o adulto che sia, dovrà venire a sapere che ai tuoi figli si è ritenuto di dover dare assistenza psicologica. Ricorda che il rispetto della privacy nella Scuola è fondamentale, perché inteso a sventare la possibilità (che in via teorica non può essere esclusa) che una mamma o un papà siano o si sentano intimiditi da un’implicita minaccia (anche involontaria) che la comunità sia messa in condizione di ritenerli poco capaci o addirittura inaffidabili come genitori.

Pretendi, inoltre, di poter continuamente monitorare lo svolgersi dell’osservazione e del trattamento per mezzo di periodici incontri individuali con la psicologa o lo psicologo.

Se concedi l’autorizzazione, poi non assillare i tuoi bambini con continue domande o allusioni, poiché così potresti esser tu a turbarli. Ma al tempo stesso, non lasciarti sfuggire eventuali segni di malessere o anche solo di fastidio da parte loro: se in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo diranno che non vogliono continuare, fidati! Le sensazioni e i sentimenti dei bambini, benché inesperti, sono più intatti di quelli degli adulti: se una persona non piace loro, quasi sempre colgono nel segno.

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L’immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell’artista danese Viggo Rhode (1900-1976).

L’ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

 

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