L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

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La Terra vista da Anticoli Corrado

 

diario del Prof (scolastico e oltre)

 

luglio 2012

 

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lunedì 30 luglio

 

 

Cenerentola ad Anticoli

 

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Certe sere le volevano così bene che la chiamavano per nome. “Cenerentola!” urlava uno, e quando lei rizzava le orecchie come un cane ridevano tutti. Pochi momenti le erano così dolci. “Cenerentola! Muovi il culo!” tuonava un altro dandole una gran pacca col tagliere. Volevano la bottiglia con la lucertola dentro: segno che la cena gli era piaciuta, che niente gli era andato di traverso. Cose che la rendevano felice, e la più bella era sentir suonare forte il proprio nome, mai imparato perché lo udiva troppo di rado. Quanto l’amavano! Le riscaldava il cuore, le dava i brividi, le faceva venire la pelle d’oca!

 

Ubbidiva di corsa, trafelata, muovendo il culo più che poteva perché continuassero a ridere, e i Briganti ridevano ancora di più. E poi: “Cenerentola!” sbraitavano, quando come al solito s’incantava a guardar la lucertola resuscitata andar su e giù lungo la bottiglia mentre se la scolavano. “Togliti dai piedi, bastarda di una culona!” E lei tornava a sfaccendare, il cuore così pieno di gioia e di riconoscenza da durarle fino al mattino, fino alla sera dopo, una settimana intera! Lavava i piatti, puliva per terra, faceva il bucato, stirava, portava gli avanzi ai cani e l’immondizia nella buca nel bosco. E per tutto il tempo gioia e riconoscenza eran così dure che le facevano male, un male cane, dentro e fuori: alla testa, alla schiena, alla pancia, alle gambe. Così male che la più lieve fatica l’avrebbe fatta strillare come sotto tortura, se la paura di disturbare i padroni non avesse tramutato le urla in lacrime silenziose.

 

“È gioia. È riconoscenza per il bene che ti facciamo!” le aveva spiegato la Brigantessa quando Cenerentola le aveva detto di quei dolori. “Sei fortunata, brutta schifosa!” E lo era: il bene che le volevano la distraeva dal fuoco e le toglieva dalla testa i pensieri, che col fuoco e le fiamme erano tutt’uno.

 

La Brigantessa era quella che più l’amava, osava dirsi talvolta Cenerentola, sentendosi un po’ in colpa verso i Briganti per questa preferenza. Era la Brigantessa, infatti, che la toccava di più. I Briganti lo facevano di rado ― non avevano tempo: lavoravano dall’alba al tramonto, la sera il più delle volte scivolavano morti sotto la tavola e lì restavano fino all’alba ― ed era meglio così, ché quando la toccavano la sporcavano dalla testa ai piedi. Invece la Brigantessa non si muoveva da casa, specialmente d’inverno non usciva mai, restava a letto fino a mezzogiorno e la prima cosa che faceva, la prima persona di cui si rammentava appena apriva gli occhi era Cenerentola, per quanto le voleva bene:

 

“Cenerentola!” gridava. “Colazione!” E Cenerentola correva, si precipitava, gliela serviva a letto godendo di rivedere quello spettacolo di corpaccione che sotto le coperte faceva le onde come il mare che Cenerentola non aveva mai visto né sentito. La Brigantessa mangiava e beveva e poi cominciava subito a toccarla: un ceffone, un calcio, un pizzicotto da farla guaire con le lacrime agli occhi: “Troiaccia!” strillava. Per tutta la giornata non lasciava mai passar troppo tempo senza ricordarsi di lei, senza venire a darle qualche segno d’affetto perché non si sentisse sola mentre spolverava, spazzava e passava lo straccio, mentre rammendava e cuciva, lavava e stirava, mentre mondava le verdure, puliva il pesce o tirava il collo a una gallina, mentre preparava il pranzo per la Brigantessa e la cena per tutti: cose che a Cenerentola piaceva tanto fare, perché facendole i suoi pensieri si concentravano e dissolvevano in quel che faceva e non la turbavano, non si facevano così strani e violenti da costringerla ad andar dalla Brigantessa a chiederle che glieli spiegasse. Cosa che la Brigantessa faceva sempre, perché le voleva così bene che per lei era un piacere aiutarla a capire cosa si agitava, saltava e scodava nella sua testaccia come i pesci nella vasca o i polli nella stia quando Cenerentola li tirava fuori per ammazzarli.

 

Le arrivava alle spalle in punta di piedi, la Brigantessa, per farle una sorpresa, e all’improvviso le dava un ceffone da farla rivoltare, o uno strattone in testa da cavarle due o tre ciocche di capelli, grigi come la cenere benché Cenerentola non avesse vent’anni. E la ragazza ogni volta rideva sbalordita, mugolando di dolore, versando lacrime di gioia e di riconoscenza sulle sue guance altrimenti secche, aride, bianche come muri a calce su una facciona ch’era quadrata come una casa. E ogni volta era felice che la Brigantessa le voleva così bene da voler venire a toccarla, anziché starsene tranquilla e beata in camera sua a far le onde sotto le coperte. Le piacevano le sue botte tanto più quanto più facevano male, la scuotevano, la distoglievano dai pensieri, e non meno le piacevano urla e minacce e perfino le parole che non capiva ma che ripeteva poi tra sé per distrarsi quand’era sola, specialmente la notte le volte che non moriva anche lei come gli altri, o se tornava in vita all’improvviso ch’era ancora buio e si ritrovava in piedi sul pagliericcio e così alta da urtare il soffitto con la testa, così rigida da non poter muovere le labbra, così forte che le mani pesavano fin quasi a staccarle le braccia, coperta di sangue che poi invece non c’era come non c’erano invero l’altezza, la rigidità, la forza... altri misteri che chiedeva alla Brigantessa di spiegarle quando osava rivolgerle la parola, la sera, quando tutto era pronto, se i Briganti tardavano e il donnone senza più idee per sfiancarla, annoiata dagli agguati e dalle botte e dalle urla, la guatava fissa come se la ragazza fosse per lei quel che il fuoco e le fiamme nel camino erano per la ragazza.

 

“Ho qualcosa nella testa” diceva Cenerentola. Sapeva pochissime parole, oltre agli insulti e ai suoni che ripeteva senza capirli, e in mente aveva poco di più, ma il “qualcosa” che diceva non era di parole né d’immagini: era un sentimento oscuro immenso e vorticoso che la premeva e spingeva e tirava di qua e di là senza sosta, instancabile anche se lei non gli cedeva mai. “Ho qualcosa nella testa” diceva, e non le dispiaceva che la spiegazione della Brigantessa era sempre uguale: “È il fuoco del camino che ti è entrato dentro, brutta schifosa, perché lo guardi troppo!”. Non le dispiaceva perché sapeva che era proprio così, e sentirglielo ripetere era ogni volta la conferma che almeno non era accaduto di peggio. Anche se la Brigantessa qualche volta la minacciava: “A furia di guardarlo ti entrerà in corpo e ti mangerà, ti brucerà viva da dentro, e un giorno troveremo al tuo posto un mucchietto di cenere fumante”.

 

Inverni interi Cenerentola aveva fissato il fuoco e le fiamme nel camino ogni volta che ne aveva il tempo; e anche quando non l’aveva, ma anzi aveva da far così tanto che senza le botte della Brigantessa mai e poi mai si sarebbe ricordata da sola tutto ciò che doveva: aveva imparato a sfaccendare guardando comunque da quella parte, aveva imparato lenta, per prove ed errori, buscando, se sbagliava o inciampava o qualcosa le cadeva, un fracco e una sporta di botte che accoglieva con gioia e riconoscenza proprio perché la distoglievano dalla contemplazione del fuoco e dai suoi “pensieri” ― così la Brigantessa le aveva insegnato a chiamare il moto incessante che aveva dentro ― e le restituivano, pur dolorante, quel corpo che altrimenti s’irrigidiva anche da vivo, in pieno giorno, fino a urtare il soffitto con la pallida testona grigia mentre le mani quasi le si staccavano, per quanto pesavano, e le braccia le si coprivano di sangue come quando con i Briganti scannava il maiale. Inverni interi aveva fissato il fuoco anche se non voleva; e in estate, la breve estate anticolana che Cenerentola odiava per quanto breve fosse perché la lasciavano sola, tutti, anche la Brigantessa, e restavano in paese giorni e notti ― chissà: forse morivano lì, sulla nuda terra di piazza delle Ville intrisa di vino, e gente che lei non aveva mai visto ne scavalcava i corpi come sassi e tronchi sul sentiero di casa ― in estate la ragazza vedeva il fuoco anche se non c’era, lo vedeva anche a occhi chiusi, ovunque: sotto il letto della Brigantessa, negli angoli delle stanze, nel forno anche quand’era spento, fuori delle finestre, nei cespugli, negli alberi, nella buca nel bosco...

 

Alla buca nel bosco Cenerentola si faceva accompagnare dai cani dopo che aveva dato loro da mangiare, quando più le volevano bene e la seguivano per averne ancora. Sì, anche i cani le volevano bene, come la Brigantessa, come i Briganti: le saltavano addosso ― non erano mai meno di sei, a volte più quando ne tornava qualcuno da chissà dove: la facevano cadere, la mordevano per finta ma ringhiando come per davvero, e lei aveva lividi dov’era caduta sui sassi nel buio e buchi rossi dove le zanne erano entrate nelle mani e nelle braccia. Ma era gioia anche questo, e riconoscenza per il bene che anch’essi le volevano, perché se il fuoco e i pensieri l’avessero seguita fin lì, sopra quella buca buia che certo li attraeva, a giudicare da come puzzava di camino spento, la ragazza aveva paura di distrarsi, senza la Brigantessa a sorprenderla e picchiarla, e di caderci dentro a capo fitto insieme all’immondizia: e di là non sarebbe uscita mai più ― Cenerentola non sapeva della morte, o piuttosto non sapeva che prima o poi si muore anche se non si viene ammazzati, nessuno gliel’aveva mai detto, ma il terrore di precipitare nella buca, anzi: in qualche modo la certezza che prima o poi vi sarebbe finita, faceva in lei lo stesso ufficio ignobile della paura della morte in chi non è così vivo da non pensarci: la rendeva vile, e le rubava giorno e notte molta ansia, molta attenzione, molto amore che diversamente avrebbe avuto per sé e per altri.

 

In estate, le volte che i padroni si fermavano in paese, Cenerentola la sera alla buca non andava: accumulava la poca immondizia per quando fossero tornati, per aver ancor più botte quando si sarebbero accorti che non l’aveva buttata. Chiamando a lungo i cani li induceva a venire a mangiare sull’aia anche se a loro non piaceva ― erano un po’ come lupi, o forse in effetti erano lupi ― e non era costretta, così, ad andar nel bosco sapendo che in casa non c’era nessuno, nella luce dell’unica lampada a olio che le lasciavano e che attraverso il folto non le arrivava ma che lei immaginava di vedere: era fuoco anche la fiammella in cima allo stoppino, e Cenerentola guardando il fuoco era diventata capace di far che ci fosse anche se non c’era: un fuoco suo, che bruciava lei. Ma che non le bastava, se la casa era vuota, a non aver troppa paura di cader nella buca per arrischiarsi laggiù, sia pur coi cani che le volevano bene.

 

Quando la Brigantessa e i Briganti tornarono dal paese, la notte in cui tutto finì e cominciò, Cenerentola come al solito non appena ne udì le voci altisonanti corse fuori col secchio dell’immondizia a una mano e quel degli avanzi all’altra: correva sempre loro incontro proprio per buscarle, sapeva che immancabilmente gliele avrebbero date e desiderava quel bene, il bene che loro le volevano, anche se poi gli uomini la prendevano e la sporcavano tutta, cosa che al ritorno dal paese accadeva sempre anch’essa. Ma quella volta i Briganti la presero come mai prima: entrarono dentro di lei, le facce beote soffuse di un vago rossore insensibili alle urla della Brigantessa, agli strattoni, alle bastonate con cui quella cercava di staccarli; uno dopo l’altro entrarono dentro di lei ― furono cinque, sette, dieci, chissà, d’estate non ne tornavano mai da piazza delle Ville tanti quanti vi erano andati ― eppure non la sporcarono, o la sporcarono meno di quando la prendevano, eppure non le fecero male, o gliene fecero meno di quando la picchiavano, ma la riempirono dalla testa ai piedi di un moto così violento, così mostruoso, che Cenerentola non poté contenerlo: scappò nel bosco tremando a verga a verga, così piena d’odio ― era quello il sentimento mai provato: un odio senza scampo ― che i cani-lupi ebbero paura di lei, chinarono le teste uggiolando e non osarono seguirla: corse all’impazzata, e a un tratto fu sopra la buca senza di loro. Ma si fermò, e pur tremando e vacillando non vi cadde: benché quell’odio mai conosciuto la rendesse come pazza, non aveva fatto un passo falso dalla casa a lì e non lo fece neanche lì. Si sedette, e sperò che i cani capissero che non ce l’aveva con loro e venissero a farle compagnia, perché a casa non voleva tornare.

 

Il chiarore della lampada che aveva lasciato sul tavolo non era immaginario, questa volta: era una luce intensa, che pur attraverso il folto l’abbagliava, e crepitava anche, e lanciava urla che sarebbero potute essere dei cani-lupi se i Briganti chissà perché li avessero picchiati a sangue, ma che dei cani-lupi non erano perché eccoli, erano lì, le si avvicinavano con le code tra le zampe, atterriti, guaendo piano: non amavano quella casa, e tanto meno gliene piacevano i padroni, ma le urla loro mentre bruciavano vivi li avevano tramutati in agnelli: stettero lì con lei, buoni buoni, fino all’alba, si addormentarono perfino, e Cenerentola non si mosse, per non disturbarli, finché non si destarono da soli. Poi si alzò, e con la testa avrebbe toccato il cielo, se il cielo esistesse. Era e si sentiva fortissima, dura come la pietra, le mani così pesanti che si sarebbero staccate e sarebbero cadute, se anch’esse non fossero state di pietra. Ogni moto era cessato, dentro di lei: il fuoco era fuori, adesso, per sempre fuori, e Cenerentola poteva farne ciò che voleva: accenderlo o spegnerlo, scagliarlo o trattenerlo, far luce o fare il buio. Si calò nella buca senza alcun timore né difficoltà, illuminandola a giorno, e i cani-lupi la seguirono, mansueti. Altre bestie sarebbero venute, e in pace tra loro l’avrebbero servita. E poi, a uno a uno, a mano a mano che lei si sarebbe estesa attraverso la roccia fin dentro i muri delle case, avrebbero cominciato a venire le donne e gli uomini e i bambini: non per servirla, ma per essere aiutati. E lei li avrebbe aiutati.

 

(Anticoli Corrado, 29 e 30 luglio 2012)

 

(Cenerentola ad Anticoli è un racconto d’invenzione: personaggi ed eventi sono del tutto immaginari,

e ogni loro eventuale somiglianza con personaggi ed eventi reali è perciò da ritenersi del tutto casuale)

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