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Libera Scuola di Umanitŕ diretta da Luigi Scialanca

 

Il piccolo Egňruška e lo strano, complesso sorriso di Solomňn

 

di Antňn Čechov

 

(da La steppa e altri racconti per bambini, a cura di Anna Ferrari, trad. it. di Giacinta De Dominicis Jorio, Milano, Mursia, 1995, capitolo III, pp 96 – 108; e da Antňn Čechov, La steppa, in Opere, vol. 5, trad. it di Francesca Gori ed Emanuela Guercetti, Roma, Editori Riuniti, 1985, capitolo III, pp 34 – 49).

 

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Marina Vlady nella parte della contessa Dranětzkaja ne "La steppa" di Alberto Lattuada (1962)

Marina Vlady nella parte della contessa Dranětzkaja ne La steppa di Alberto Lattuada (1962)

 

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Fra le tenebre del crepuscolo apparve una grande casa a un piano, dal tetto di ferro arrugginito e le finestre buie. Questa casa era chiamata locanda, benché non avesse cortile e sorgesse in mezzo alla steppa, senza recinto di sorta intorno. Un po’ discosto dalla casa nereggiava un giardinetto di ciliegi con la siepe; sotto le finestre, con le pesanti corolle reclinate, dormivano dei girasoli. Nel giardinetto crepitava un mulinello, messo lě per spaventare col suo rumore le lepri. Attorno alla casa, all’infuori di questo, non si vedeva e non si udiva altro che la steppa.

 

Non appena il calesse sostň accanto al terrazzino d’ingresso coperto da una tettoia, risuonarono dall’interno voci gioiose (una maschile e una di donna), la porta cigolň sui cardini e, dopo un attimo, accanto al calesse comparve un’alta e sparuta figura d’uomo che sventolava le braccia e le falde dell’abito. Era il padrone della locanda, Mojsčj Mojsčič, un uomo anziano dal viso pallidissimo e dalla bella barba, nera come pece. Indossava una logora finanziera nera che ciondolava sulle sue spalle strette come su un attaccapanni e che agitava le falde come ali ogni volta che Mojsčj Mojsčič per gioia o spavento batteva le mani. Oltre alla finanziera, il padrone della locanda indossava degli ampi pantaloni bianchi e un panciotto di velluto a fiori rossicci, simili a cimici gigantesche.

 

Mojsčj Mojsčič, appena riconosciuti i viaggiatori, sulle prime rimase come impietrito per l’emozione, poi batté le mani ed emise un gemito. La finanziera agitň le falde, la schiena gli si incurvň come un giogo e il pallido volto si torse in un tale sorriso da far pensare che la vista del calesse gli procurasse non soltanto piacere, ma gli desse addirittura la beatitudine.

 

“Ah, mio Dio, mio Dio!” esclamň con una sottile voce cantilenante, ansimando, affaccendandosi e impedendo ai passeggeri, con tutti i suoi movimenti, di scendere dal calesse. “Oggi č per me una giornata veramente felice! Ah, ma che devo fare ora! Ivŕn Ivanyč! Padre Christofor! E che bel giovanottino č seduto a cassetta, che Dio mi castighi! Ah, mio Dio, ma perché sto qui impalato e non faccio entrare i miei ospiti? Favorite, ve ne prego umilmente! Fatemi il piacere! Date a me tutti i bagagli... Ah, mio Dio!”

 

Mojsčj Mojsčič, mentre frugava nel calesse e aiutava i viaggiatori a scendere, si volse d’un tratto indietro e con voce selvaggia e strozzata, come se fosse sul punto di annegare e invocasse soccorso, gridň:

 

“Solomňn! Solomňn!”

 

“Solomňn! Solomňn!” ripeté, dentro la casa, la voce femminile.

 

La porta cigolň e sulla soglia comparve un giovane non molto alto, con un gran naso da uccello e un principio di calvizie tra i duri capelli ricciuti; indossava una giacchettina corta e logora con le falde tondeggianti e le maniche corte e certi calzoni di maglia, corti anch’essi, che gli davano l’aspetto breve e tozzo di un uccello spelacchiato. Costui era Solomňn, fratello di Mojsčj Mojsčič. In silenzio, senza salutare e accennando uno strano sorriso, si avvicinň al calesse.

 

“Sono arrivati Ivŕn Ivanyč e padre Christofor!” gli disse Mojsčj Mojsčič, in un tono come se pensasse che l’altro non gli avrebbe creduto. “Č una cosa meravigliosa che uomini di questa fatta abbiano preso sů e siano venuti qui! Su, Solomňn, occupati dei bagagli! Favorite, ospiti carissimi!”

 

Poco dopo, Kuz’mičov, padre Christofor ed Egňruška erano seduti in una grande stanza cupa e vuota, intorno a una vecchia tavola di quercia. Quella tavola se ne stava lŕ quasi solitaria, giacché nella grande stanza, all’infuori di essa, di tre sedie e di un ampio divano dalla copertura di tela cerata tutta buchi, non c’erano altri mobili. E anche quelle sedie, non tutti si sarebbero decisi a definirle sedie. Erano infatti degli aggeggi miserevoli con l’incerata tutta rotta e gli schienali curvati all’indietro in un modo tanto inverosimile che davano loro l’apparenza di slitte da bambini, piů che di sedie. Difficile capire quale comoditŕ si fosse proposto l’ignoto falegname nel curvare in modo cosě spietato quegli schienali, e veniva spontaneo pensare che responsabile fosse non giŕ il falegname, ma qualche ercole di passaggio che, a dimostrazione della sua forza, avesse incurvato gli schienali delle sedie e poi, nell’intento di raddrizzarli, li avesse incurvati ancor peggio. La grande stanza aveva un aspetto cupo. Le pareti erano grigie, il soffitto e le cornici affumicate, sul pavimento correvano crepe che si aprivano in buchi d’origine inspiegabile (veniva da pensare che li avesse procurati, col tacco, quello stesso ercole), e si aveva l’impressione che quell’enorme stanza sarebbe rimasta buia anche se vi si fossero appese una decina di lampade. Né alle pareti né alle finestre si vedeva qualcosa che potesse avere analogia con una decorazione. Soltanto a una delle pareti, in una cornice di legno grigiastro, erano appesi certi regolamenti sormontati dall’aquila a due teste; e a un’altra, in una cornice identica, un’incisione con la scritta: L’indifferenza degli uomini. A che cosa poi gli uomini fossero indifferenti era impossibile capire, perché l’incisione era molto sbiadita dal tempo e generosamente picchiettata dalle mosche. Stagnava nella stanza un greve odore di chiuso e di acido.

 

Mentre accompagnava gli ospiti nella stanza, Mojsčj Mojsčič aveva continuato a fare inchini, a batter le mani, a stringersi nelle spalle e a lanciare esclamazioni di gioia; tutto questo egli riteneva necessario fare per dimostrarsi al massimo grado affabile e cortese.

 

“Quando sono passati i nostri carri?” domandň Kuz’mičov.

 

“Una parte stamattina, alle primissime luci, e l’altra, Ivŕn Ivanyč, si č fermata a pranzare ed č ripartita prima di sera”.

 

“Giŕ... e Varlamov č passato di qui, o no?”

 

“No, Ivŕn Ivanyč. Ieri mattina sul presto č passato il suo fattore Grigorij Egoryč e ha detto che lui, ora, dev’essere alla fattoria del molokŕn”.

 

“Benissimo. Allora noi andremo sůbito a raggiungere il convoglio e poi alla fattoria del molokŕn”.

 

“Che Iddio vi protegga, Ivŕn Ivanyč!” esclamň, atterrito, Mojsčj Mojsčič, battendo le mani. “Ma dove volete andare, in piena notte? Restate qui a cenare alla vostra salute e passateci la notte. Domani, se Dio vorrŕ, partirete all’alba e raggiungerete chi volete”.

 

“Non abbiamo tempo, non abbiamo tempo... Scusate, Mojsčj Mojsčič, un’altra volta, sě, ma ora proprio non c’č tempo... Ci tratterremo un quarto d’ora e poi ce ne andremo e, quanto al pernottare, sarŕ possibile anche alla fattoria del molokŕn.

 

“Un quarto d’ora!” strillň Mojsčj Mojsčič. “Ma un po’ di timor di Dio, Ivŕn Ivanyč! Mi costringete a nascondere i vostri cappelli e a sprangare la porta! Mangiate almeno qualcosa e prendete una tazza di tč!”

 

“Non abbiamo tempo da perdere col tč e coi biscotti, noi!” esclamň Kuz’mičov.

 

Mojsčj Mojsčič chinň la testa da una parte, piegň le ginocchia, tese in avanti le palme come per ripararsi dalle botte e, con un sorriso dolorosamente dolce, prese a supplicare:

 

“Ivŕn Ivanyč! Padre Christofor! Siate buoni, prendete almeno una tazza di tč! Č possibile che io sia un essere cosě malvagio che in casa mia non si possa neppure prendere il tč? Ivŕn Ivanyč!”

 

“Via, una tazza di tč si potrebbe anche prenderla” sospirň, compassionevole, padre Christofor. “Non ci dovremo trattenere molto, per questo...”

 

“Be’, d’accordo” consentě Kuz’mičov.

 

Mojsčj Mojsčič ebbe un sussulto, lanciň un’esclamazione gioiosa e, stringendosi nelle spalle come se fosse di colpo passato dall’acqua fredda al caldo, sgambettň verso l’uscio e si mise a gridare con quella voce strangolata con cui aveva prima chiamato Solomňn:

 

“Rosa! Rosa! Prepara il samovar!”

 

Dopo un minuto la porta cigolň ed entrň Solomňn, con un grande vassoio tra le mani. Deposto che lo ebbe sulla tavola, lanciň da un lato un’occhiata beffarda e, come prima, sorrise in modo strano. Ora, alla luce della lampada, si vedeva bene il suo sorriso: era un sorriso assai complesso, che esprimeva molti sentimenti, tra cui uno predominava, quello di un aperto disprezzo. Pareva che egli pensasse a qualcosa di ridicolo e stupido, a qualcuno che non potesse soffrire e disprezzasse, e che si rallegrasse di qualcosa; e pareva in attesa del momento opportuno per dare sfogo alle sue beffe e scoppiare dalle risa. Il suo lungo naso, le labbra carnose e i furbi occhi sporgenti parevano tesi dalla voglia di sghignazzare. Nel guardare quel volto, Kuz’mičov ebbe un sorriso ironico e domandň:

 

“Solomňn, perché quest’estate non sei venuto da noi a N. a recitare alla fiera?”

 

Due anni prima, anche Egňruška se lo ricordava benissimo, Solomňn alla fiera di N. aveva rappresentato, in uno dei baracconi, alcune scene di vita ebraica, riscuotendo grande successo. Il ricordo non produsse su Solomňn alcun effetto. Senza rispondere, uscě dalla stanza e poco dopo ritornň col samovar.

 

Compiute le sue incombenze intorno alla tavola, si ritrasse in disparte e, con le braccia conserte e un piede in avanti, fissň i suoi occhi beffardi su padre Christofor. Nel suo aspetto c’era un che di provocatorio, di superbo e di sprezzante e, allo stesso tempo, di miserevole e grottesco, giacché, quanto piů il suo atteggiamento si faceva imponente, tanto piů evidenti apparivano in primo piano i calzoni corti, la giacca striminzita, il naso caricaturale e tutta la sua figura da uccello spennacchiato.

 

Mojsčj Mojsčič portň da un’altra stanza uno sgabello e sedette a una certa distanza dalla tavola.

 

“Buon appetito! Tč e biscotti!” cominciň, occupandosi degli ospiti. “Mangiate, alla vostra salute! Ospiti rari, veramente rari... e padre Christofor, poi, non lo vedevo ormai da cinque anni... E nessuno mi vuol dire di chi č figlio questo bel giovanottino?” domandň, rivolgendo a Egňruška uno sguardo affettuoso.

 

“Č il figlio di mia sorella Ol’ga Ivŕnovna” gli rispose Kuz’mičov.

 

“E dove va?”

 

“Agli studi. Lo accompagniamo al ginnasio1”.

 

Mojsčj Mojsčič assunse un’aria di meraviglia e scosse la testa significativamente.

 

“Oh, che bella cosa!” disse, minacciando il samovar col dito. “Davvero una bella cosa! Dal ginnasio verrai fuori un tal signore, davanti al quale dovremo tutti levarci il cappello: Sarai dotto, ricco, pieno di amor proprio e la mammina ne gioirŕ! Oh, che bella cosa!”

 

Tacque un momento, si accarezzň le ginocchia e riprese in tono rispettosamente scherzoso:

 

“Mi dovete scusare, padre Christofor, ma ho in animo di scrivere una protesta sul conto vostro all’arcivescovo, perché voi portate via il pane ai mercanti. Prenderň dunque un bel foglio di carta bollata e ci scriverň che padre Christofor, non contento del denaro che ha, si occupa di commercio e si dŕ a vendere lana”.

 

“Sicuro, č proprio quello che ho pensato diventando vecchio...” disse padre Christofor, e diede una bella risata. “Da prete, fratello mio, mi son fatto mercante. Ora che potrei starmene a casa a pregar Dio, sto galoppando come Faraone sul suo cocchio... Vanitŕ!”

 

“Perň chissŕ quanti bei quattrini vi pioveranno!”

 

“Sě sě! Fichi secchi saranno, non quattrini! La merce non č mia, ma di mio genero Michaěl”.

 

“E perché non ci si č messo lui, in viaggio?”

 

“Ma perché... perché quello ha ancora il latte sulle labbra. Comperare la lana, l’ha comprata, ma venderla č un altro affare: non č all’altezza, lui, č ancora troppo giovane. Tutto il denaro che aveva di suo, l’ha speso: voleva diventare ricco, gettar polvere negli occhi alla gente; e invece, prova questo e prova quello, nessuno gli dŕ neppure il suo prezzo. Cosě per tutto un anno il giovanotto si č arrabattato, poi č venuto da me e: “Oh, babbino, vendetela voi la lana, fatemi il favore! In queste faccende non mi ci raccapezzo proprio!” Appena c’č qualche guaio, sůbito babbino di qua e babbino di lŕ, mentre prima, del babbino, non c’era affatto bisogno. Quando ha comprato la lana, mica ha chiesto il mio consiglio, ma, ora che non sa come cavarsela, ci vuole il babbino...  E che ci puň fare il babbino? Se non era per Ivŕn Ivanyč, il babbino non avrebbe potuto far niente... Sempre fastidi, con loro!”

 

“Eh sě, sempre fastidi coi figli, ve lo dico io!” sospirň Mojsčj Mojsčič. “Io ne ho sei... Uno da istruire, un altro da curare, il terzo da portare in braccio; e poi, quando sono grandi, diventano grandi anche i fastidi. Non solo al giorno d’oggi, ma anche nelle Sacre Scritture accadeva lo stesso. Quando Giacobbe aveva i figli piccolini piangeva; e quando quelli furono cresciuti dovette piangere ancor di piů!”

 

“Eh giŕ...” approvň padre Christofor, guardando soprappensiero il suo bicchiere. “Io, personalmente, non ho motivo di far andare in collera Iddio: io ho raggiunto il limite della mia vite... lo concedesse cosě a tutti, il Signore! Ho sistemato le figliole con bravi mariti, ho messo i figli sulla buona strada e ora sono libero: il mio dovere l’ho fatto e posso andare dove mi piace. Vivo in santa pace con la mia popessa, mangio, bevo e dormo, sono allietato dai nipotini, prego Dio e non ho bisogno di altro. Nuoto in un mare di latte e non voglio saper niente di nessuno. Da quando sono nato non ho avuto sciagure e se ora, mettiamo, lo zar mi chiedesse: «Che cosa ti occorre? Che cosa vuoi?», risponderei: «Non mi occorre proprio nulla!» Ho tutto, e di tutto ringrazio Iddio. In tutta la cittŕ non c’č uomo piů felice di me. Ho molti peccati, questo sě, ma bisogna anche dire che soltanto Iddio č senza peccato. Non č vero?”

 

“Dev’essere proprio cosě”.

 

“Be’, naturalmente non ho piů denti, la schiena mi duole per la vecchiaia, soffro di asma... e questo, e quello... Sono malandato, certo, la carne č debole; ma, giudica anche tu, la mia parte ormai l’ho vissuta: quasi ottant’anni! Non si puň mica vivere in eterno, un po’ di discrezione ci vuole!”

 

Padre Christofor si ricordň a un tratto di qualcosa, scoppiň a ridere e fu preso da un accesso di tosse. Mojsčj Mojsčič, per convenienza, si mise anche lui a ridere e a tossire.

 

“Questa č proprio da ridere!” disse padre Christofor agitando la mano a mezz’aria. “Viene da me, a trascorrere qualche giorno, il mio figliolo maggiore, Gavrila. Ha studiato medicina e presta servizio nel governatorato di Černigov come medico condotto. Bene... Io gli dico: «Dunque,» gli dico, «ho un po’ di asma, e questo, e quello... Sei medico: cura tuo padre, dunque!» Lui sůbito mi fa spogliare, mi bussa, mi ascolta, mi preme la pancia, e tutte quelle cose che fanno loro... e poi dice: «A voi, papŕ, occorre una bella cura d’aria compressa»”.

 

Padre Christofor scoppiň in una risata, fino ad averne le lacrime, e si alzň in piedi:

 

“E io gli rispondo: «Che Iddio la benedica, la tua aria compressa!» riuscě a spiccicare tra le risa agitando tutt’e due le mani: «Che Iddio la benedica, la tua aria compressa!»”

 

Mojsčj Mojsčič si era anche lui alzato e, tenendosi la pancia con le mani, ruppe in una risatina sottile, simile all’abbaiare di un cagnolino.

 

“Che Iddio la benedica, la tua aria compressa!” ripeté padre Christofor, continuando a ridere.

 

Allora Mojsčj Mojsčič proruppe in un tale acuto convulso di risa che a stento riuscě a reggersi in piedi.

 

“Oh, mio Dio...” gemeva tra le risa. “Lasciatemi pigliare fiato... Mi avete fatto ridere tanto... da morire”

 

Rideva e parlava; e intanto, con occhio sospettoso e timido, guardava Solomňn. Il quale, sempre nello stesso atteggiamento, sorrideva. A giudicare dai suoi occhi e da quel sorriso, egli doveva provare un sentimento d’odio e di disprezzo profondi, ma quel sentimento si addiceva cosě poco alla sua figura di uccello spennacchiato, che parve a Egňruška che quell’atteggiamento e quell’espressione sarcastica e sprezzante li avesse assunti apposta, per far la parte del buffone e rallegrare gli ospiti di pregio.

 

Dopo aver bevuto senza dir parola due bicchieri di tč, Kuz’mičov sgombrň un posticino sul tavolo davanti a sé, prese un sacchetto (quello stesso che metteva sotto la testa quando dormiva all’ombra del calesse), sciolse la cordicella che lo legava e lo scosse. Dal sacchetto caddero sulla tavola pacchetti di banconote.

 

“Mentre c’č tempo, padre Christofor, mettiamoci a fare i conti” disse Kuz’mičov.

 

Alla vista del denaro, Mojsčj Mojsčič rimase confuso, si alzň e, da persona delicata che non vuole sapere gli affari altrui, in punta di piedi e tenendosi in equilibrio col bilanciare le braccia, uscě dalla stanza. Solomňn rimase al suo posto.

 

“Quanto c’č nei pacchetti da un rublo?” s’informň padre Christofor.

 

“Cinquanta per pacchetto... e novanta in quelli da tre rubli. Le carte da venticinque e quelle da cento rubli sono riunite a mille a mille. Voi contate settemilaottocento rubli per Varlamov e io conterň quelli per Gusevič. Ma badate, mi raccomando, di non sbagliare...”

 

Egoruška in tutta la vita non aveva mai visto un mucchio di denaro cosě grande come quello che era sul tavolo. Doveva essere veramente molto, se il pacchetto di settemilaottocento rubli che padre Christofor aveva messo da parte per Varlamov, a confronto con tutti gli altri, sembrava piccolissimo. In un altro momento una tal quantitŕ di denaro avrebbe senza dubbio colpito Egoruška e lo avrebbe spinto a considerare quanti pasticcini avrebbe potuto acquistare con quel po’ po’ di denaro, e quante palline e quanti biscotti al seme di papavero; ora, invece, lo guardava con indifferenza e sentiva soltanto l’odore disgustoso di mele fradicie e di petrolio che saliva da quei mucchi di banconote. Era spossato dagli scrolloni del calesse, era stanco e aveva voglia di dormire. La testa gli ciondolava, gli occhi gli si chiudevano e le idee gli si aggrovigliavano come fili. Se fosse stato possibile, avrebbe con gioia chinato la testa sul tavolo, avrebbe chiuso gli occhi per non vedere la lampada, e quelle dita che si agitavano tra i mucchi di denaro, e avrebbe lasciato che i suoi pensieri si aggrovigliassero ancora di piů. Mentre si sforzava di non dormire, la fiamma della lampada, le tazze e le dita si duplicavano, il samovar traballava e l’odore di mela fradicia pareva piů penetrante e disgustoso.

 

“Ah, denaro, denaro!” esclamň padre Christofor, sorridendo. “Quanti guai per colpa tua! Ora il mio Michaělo certamente dorme, e sta sognando che io gli porterň un mucchio di tal fatta...”

 

“Il vostro Michaělo č un uomo di poco buon senso” disse a mezza voce Kuz’mičov. “Si vuole occupare di faccende per cui non č tagliato; ma voi capite le cose e siete all’altezza di giudicare. Se voi, come vi ho detto, aveste dato a me la vostra merce, avreste potuto tornarvene indietro e io vi avrei dato, magari, cinquanta copeche in piů del mio prezzo, e questo soltanto per un riguardo...”

 

“No, Ivŕn Ivanyč” sospirň padre Christofor. “Vi ringrazio per l’attenzione... Naturalmente, se fosse dipeso da me, io non ne avrei neanche parlato; ma, lo sapete anche voi, la merce non č mia...”

 

Rientrň in punta di piedi Mojsčj Mojsčič. Cercando, per delicatezza, di non guardare il denaro, si accostň piano piano a Egňruška e gli diede una tiratina a una manica.

 

“Sů, giovanottino, andiamo!” disse a mezza voce. “Ho da mostrarti un orsacchiotto che... č cosě terribile che mette paura!... U-uh!”

 

Egňruška, pieno di sonno, si alzň e con fare indolente si avviň dietro a Mojsčj Mojsčič per andare a vedere l’orso. Entrň in una cameretta dove, prima di poter scorgere qualcosa, si sentě prendere alla gola da un tanfo di acido e di rinchiuso che era lě molto piů penetrante che nella stanza grande e che da lě, probabilmente, si diffondeva per tutta la casa. Una metŕ dell’ambiente era occupata da un grosso letto coperto da un’imbottita tutta unta; l’altra metŕ da un cassettone e da montagne di stracci d’ogni genere, a cominciare da gonne inamidate per finire con pantaloncini e bretelline per bambini. Sul cassettone ardeva una candelina di sego.

 

Al posto dell’orso promesso, Egňruška scorse una donna grossa e corpulenta, con i capelli sciolti e un abito di flanella rossa a puntini neri; ella si aggirava pesantemente nello stretto passaggio tra il letto e il cassettone e mandava certi sospiri prolungati e lamentosi, come se avesse il mal di denti. Alla vista di Egňruška fece un viso piagnucoloso, sospirň e, prima che il bambino potesse guardarsi un po’ intorno, gli mise sotto il naso una fetta di pane spalmata di miele.

 

“Mangia, bambino, mangia!” disse. “Qui non c’č la tua mammina e nessuno pensa a nutrirti. Mangia!”

 

Egňruška si mise a mangiare e, sebbene al ricordo dei canditi e dei biscotti al seme di papavero che era abituato a mangiare ogni giorno in casa sua non trovasse proprio niente di buono in quel miele mischiato per metŕ con cera e alucce di api, tuttavia mangiň, mentre Mojsčj Mojsčič e la donna lo guardavano sospirando.

 

“Dove vai ora, bambino?” domandň la donna.

 

“A studiare” rispose Egňruška.

 

“E quanti bambini ha la mammina?”

 

“Sono solo, io. Non ce n’č altri”.

 

“A-oh!” sospirň la donna alzando gli occhi al cielo. “Povera mammina, povera mammina! Che nostalgia sentirŕ, e quanto piangerŕ! Anche noi, tra un anno, dovremo mandare il nostro Naům agli studi! Oh!”

 

“Ah, Naům, Naům!” sospirň Mojsčj Mojsčič, e sul suo viso pallido passň un fremito nervoso. “E lui č cosě malaticcio!”

 

L’imbottita unta si mosse e di sotto venne fuori la testa ricciuta di un bambino dal collo esilissimo; due occhi neri brillarono e si posarono curiosi su Egňruška. Mojsčj Mojsčič e la donna, senza smettere di sospirare, si avvicinarono al cassettone e si misero a discorrere tra di loro in ebraico. Mojsčj Mojsčič parlava a mezza voce, in tono di basso profondo, e nel complesso la sua parlata assomigliava a un ininterrotto gal-gal-gal-gal; la donna gli rispondeva con una sottile vocetta da tacchina e dalla sua bocca usciva una specie di tu-tu-tu-tu. Mentre i due stavano cosě consultandosi, di sotto la sudicia coperta spuntň un’altra testa ricciuta sostenuta da un esile collo, e poi una terza, e poi una quarta... Se Egňruška fosse stato dotato di una fervida fantasia, avrebbe potuto immaginare che sotto l’imbottita fosse acquattata un’idra dalle cento teste!

 

Gal-gal-gal-gal...” diceva Mojsčj Mojsčič.

 

Tu-tu-tu-tu...” rispondeva la donna.

 

La consultazione ebbe termine con questo risultato, che la donna con un profondo sospiro aprě il cassettone, svolse uno straccetto verde e ne tirň fuori un grosso mostacciolo a forma di cuore.

 

“Prendi, bambino” disse, porgendolo a Egňruška. “Qui non c’č la tua mammina, e nessuno che ti faccia qualche regalino”.

 

Egňruška si ficcň in tasca il mostacciolo e indietreggiň verso la porta, perché ormai non ce la faceva piů a respirare l’aria acida e di chiuso in cui vivevano i padroni di casa. Tornato nella stanza grande, si mise a sedere sul divano il piů comodamente possibile e lasciň che i suoi pensieri vagassero liberi.

 

Kuz’mičov aveva appena finito di contare il denaro e lo stava riponendo nel sacchetto. Non lo trattava con particolare riguardo: lo buttava in quel sudicio sacchetto senza nessuna cerimonia e con tale indifferenza come se si trattasse non di denaro, ma di carta straccia.

 

Padre Christofor conversava con Solomňn.

 

“Be’, saggio Solomňn?” domandň, sbadigliando e segnandosi sulla bocca. “Come vanno gli affari?”

 

“Di che affari parlate?” ribatté Solomňn, e gli rivolse uno sguardo cosě malevolo, come se avesse alluso a qualche suo delitto.

 

“Cosě... in generale... Che fai di bello?”

 

“Di bello?” replicň Solomňn stringendosi nelle spalle. “Quello che fanno tutti... Lo vedete, no? Faccio il lacchč. Io faccio il lacchč a mio fratello, mio fratello fa il lacchč ai viaggiatori di passaggio, i viaggiatori di passaggio fanno i lacchč a Varlamov e Varlamov, se io avessi dieci milioni, farebbe il lacchč a me”.

 

“Come sarebbe a dire che farebbe il lacchč a te?”

 

“Come sarebbe a dire? Sarebbe a dire che non c’č signore o milionario che per una copeca in piů non sarebbe disposto a leccare le mani di un giudeo rognoso. Io adesso sono un giudeo rognoso e miserabile e tutti mi considerano alla stregua di un cane; ma se avessi del denaro, Varlamov davanti a me farebbe lo scemo proprio come fa Mojsčj davanti a voi”.

 

Padre Christofor e Kuz’mičov si scambiarono un’occhiata. Né l’uno né l’altro capivano Solomňn. Kuz’mičov lo guardň e in tono asciutto gli chiese:

 

“Ma come puoi tu, imbecille che non sei altro, paragonarti a Varlamov?”

 

“Non sono ancora tanto imbecille da paragonarmi a Varlamov” rispose Solomňn, guardando beffardamente i suoi interlocutori. “Varlamov, pur essendo russo, nell’intimo č un giudeo rognoso: tutta la sua vita č per il denaro e il profitto; mentre io i miei soldi li ho bruciati nella stufa. Io non ho bisogno né di denaro né di terra né di gregge, né che si abbia paura di me e che la gente si scappelli quando passo io. Dunque io sono piů intelligente del vostro Varlamov e molto piů simile a un uomo!”

 

Poco dopo, Egňruška udě nel dormiveglia Solomňn che con voce sorda e rauca per l’odio che lo soffocava, balbettando e affrettandosi, parlava degli ebrei; dapprima parlň correttamente in russo, poi cadde nel tono di chi narra scene di vita ebraica e prese a raccontare, come quella volta nel baraccone, con un caricaturale accento ebraico.

 

“Aspetta...” lo interruppe padre Christofor. “Se non ti piace la tua fede, cambiala, ma prenderla in giro č peccato. Chi si burla della propria fede č l’ultimo degli uomini”.

 

“Voi non capite nulla!” lo interruppe sgarbatamente Solomňn. “Io vi dico una cosa e voi ne rispondete un’altra...”

 

“Si vede sůbito che sei un uomo stupido” disse padre Christofor con un sospiro. “Io cerco di metterti sulla buona strada, come so, e tu vai in collera. Io ti parlo da vecchio, tranquillamente, e tu come un tacchino: bla-bla-bla... Sei proprio un imbecille!”

 

Entrň Mojsčj Mojsčič. Guardň allarmato Solomňn e gli ospiti e sul suo viso passň di nuovo quel fremito nervoso. Egňruška scosse la testa e si guardň attorno: vide di sfuggita il viso di Solomňn, proprio nel momento in cui esso era rivolto a lui di tre quarti e in cui l’ombra del suo lungo naso gli attraversava la guancia sinistra; il sorriso sprezzante, mischiato a quell’ombra, gli occhi che lampeggiavano beffardi, l’espressione arrogante e tutta quella figura da uccello spennacchiato, sdoppiata e balenante agli occhi di Egňruška, lo facevano in quel momento rassomigliante non giŕ a un buffone, ma a una di quelle visioni che si hanno talvolta in sogno, simili allo spirito maligno.

 

“Che razza di indemoniato avete qui, Mojsčj Mojsčič, che Iddio lo assista!” disse, con un sorriso, padre Christofor. “Dovreste sistemarlo da qualche parte, o dargli moglie, o che so io... Non sembra nemmeno un uomo...”

 

Kuz’mičov si accigliň, incollerito. Mojsčj Mojsčič, allarmato, guardň di nuovo gli ospiti con occhio indagatore.

 

“Solomňn, fuori di qui!” disse, in tono severo. “Fuori!”

 

E aggiunse qualcosa in ebraico. Solomňn, con una risata tutta scatti, uscě.

 

“Che succede?” domandň, spaventato, Mojsčj Mojsčič a padre Christofor.

 

“Ha passato tutti i limiti” rispose Kuz’mičov. “Č un insolente, e crede di essere chissŕ chi...”

 

“Lo sapevo, io!” disse Mojsčj Mojsčič spaventato, battendo le mani. “Ah, mio Dio! Mio Dio!” mormorň. “Ma voi siete buoni, scusatelo! Č un tipo, un tipo che... Ah, mio Dio! Č mio fratello, ma non mi ha dato che dolori. Il fatto č che lui, sapete...”

 

Mojsčj Mojsčič fece col dito un segno sulla fronte e proseguě:

 

“Non ha il cervello perfettamente a posto... č un uomo rovinato. Non so piů cosa farne, di lui! Non vuol bene a nessuno, non rispetta e non teme nessuno... Sapete, prende in giro tutti, dice sciocchezze, ficca il dito negli occhi a tutti... Figuratevi che una volta arrivň qui Varlamov, e Solomňn gli ha detto tali cose che quello ha frustato lui e me. Me, per che cosa? Era colpa mia, forse? Se Dio gli ha tolto il senno, vuol dire che cosě ha voluto: č forse colpa mia?”

 

Trascorse una decina di minuti e Mojsčj Mojsčič continuava a brontolare a mezza voce e a sospirare:

 

“Di notte non dorme e rumina, rumina, rumina sempre, ma solo Iddio sa cosa rumini. Se gli vai vicino, di notte, va in collera e ride. Nemmeno a me vuol bene... E non vuole niente! Nostro padre, quando morě, ci lasciň seimila rubli per ciascuno. Io mi comprai questa locanda, presi moglie e ora ho dei figlioletti; lui, invece, bruciň il denaro nella stufa. Che pena, che pena! Perché bruciarlo? Tu non ne hai bisogno, e allora dallo a me; ma perché bruciarlo?”

 

A un tratto la porta cigolň e il pavimento tremň sotto i passi di qualcuno che entrava. Egňruška sentě un soffio d’aria fresca ed ebbe l’impressione che un grande uccello nero gli passasse davanti e gli sbattesse le ali proprio sul viso. Aprě gli occhi... Lo zio, col sacchetto tra le mani, pronto a partire, era in piedi vicino al divano. Padre Christofor, tenendo in mano il suo cilindro a larghe tese, s’inchinava a qualcuno e sorrideva, non col dolce e affettuoso sorriso di sempre, ma con aria ossequiosa e sostenuta, cosa che non si addiceva affatto al suo viso. Quanto a Mojsčj Mojsčič, come se il suo corpo si fosse spezzato in tre parti, cercava di tenersi in equilibrio e faceva ogni sforzo per non cadere a terra in frantumi. Soltanto Solomňn, come se niente fosse, stava ritto in un angolo con le braccia conserte e, come al solito, sorrideva sprezzantemente.

 

“Scusate, eccellenza, se qui non č ancora pulito!” gemeva Mojsčj Mojsčič con un sorriso dolorosamente dolce, senza piů badare né a Kuz’mičov né a padre Christofor, cercando soltanto di mantenere l’equilibrio per non andare a pezzi. “Siamo gente semplice, eccellenza!”

 

Egňruška si stropicciň gli occhi. In mezzo alla stanza stava ritta l’eccellenza, nella persona di una giovane donna molto graziosa e pienotta, vestita di nero e col cappello di paglia. Prima che Egňruška facesse in tempo a distinguerne bene i lineamenti, gli tornň alla mente, chissŕ perché, quel pioppo snello e solitario che aveva veduto durante il giorno sulla collina.

 

“Č passato di qui Varlamov, oggi?” domandň una voce femminile.

 

“No, eccellenza!” rispose Mojsčj Mojsčič.

 

“Se domani doveste vederlo, ditegli che passi un momento da me.

 

All’improvviso, senza che se lo aspettasse, proprio a un niente dai suoi occhi, Egňruška scorse due nere sopracciglia vellutate, due grandi occhi castani e due ben curate guance femminili con fossette, dalle quali, come i raggi dal sole, si diffondeva il sorriso per tutto il volto. E aleggiň uno squisito profumo!

 

“Che grazioso bambino!” disse la signora. “Di chi č figlio? Kaziměr Michŕjlovič, guardate che meraviglia! Mio Dio, dorme... Bel trottolino mio...”

 

E la signora baciň forte Egňruška su entrambe le guance ed egli sorrise e, credendo di dormire, chiuse gli occhi. La porta cigolň e si udirono dei passi frettolosi: qualcuno era entrato e uscito.

 

“Egňruška! Egňruška!” si udě il fitto mormorio di due voci. “Alzati, č ora di partire!”

 

Qualcuno, forse Deniska, mise Egňruška coi piedi a terra e lo prese per mano; mentre camminava, egli aprě gli occhi a mezzo, e ancora una volta vide la bella donna vestita di nero che lo aveva baciato. Era ritta in mezzo alla stanza e, guardandolo mentre lui si allontanava, gli sorrise accennando amichevolmente col capo. Quando fu vicino alla porta, Egňruška scorse un bell’uomo bruno e robusto, col cappello a tubino e le uose. Doveva essere l’accompagnatore della signora.

 

Tprr...” si udě provenire dal cortile.

 

All’ingresso Egňruška vide una nuovissima, elegante carrozza tirata da una coppia di cavalli neri. A cassetta sedeva un lacchč in livrea, con una lunga frusta in mano. Ad accompagnare i partenti era venuto fuori soltanto Solomňn. Il suo viso era teso per la voglia di scoppiare a ridere; guardava come se aspettasse con grande impazienza che gli ospiti ripartissero per ridere di loro a suo piacere.

 

“La contessa Dranětzkaja” sussurrň padre Christofor, arrampicandosi sul calesse.

 

“Sě, la contessa Dranětzkaja” rispose Kuz’mičov, anche lui in un sussurro.

 

L’impressione prodotta dall’arrivo della contessa era stata veramente molto profonda, giacché anche Deniska parlava a voce bassa, e si decise a sferzare i suoi bai e a incitarli, gridando, soltanto dopo che il calesse ebbe percorso un quarto di miglio e, giŕ lontana alle loro spalle, la locanda apparve solamente piů come un fioco lumicino.

 

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Per capire il ’900, non solo letterario (e l’oggi che in parte ne consegue) aver letto il terzo capitolo de La steppa č, forse, sufficiente. E, quasi certamente, indispensabile.

 

Č ovvio: per capire d’aver capito, letture ed esperienze non saranno mai troppe. Ma se non si hanno eccessive pretese, se ci si accontenta di capire inconsapevolmente (che č poi ciň che basta per vivere da essere umano, se le condizioni di vita non si fanno troppo disumane) č sufficiente imparare a leggere e poi leggere queste dieci pagine.

 

Cinque, a mio giudizio, sono i capolavori della narrativa del ’900: L’isola del tesoro, di Robert Louis Stevenson (anche se č del 1883), La steppa (anche se č del 1888), Giro di vite, di Henry James (anche se č del 1898), La metamorfosi (1916), di Franz Kafka, e poi, (dopo le disumane, mostruose vicende storiche che lo strano, complesso sorriso di Solomňn aveva preannunciato al piccolo Egňruška, Il giovane Holden (The catcher in the rye, 1951), di J. D. Salinger. Ma con un’importante differenza: a chi non ha letto La steppa, tutti gli altri rischiano di dire ben poco.

 

Poiché dal 1888 č dinanzi al piccolo Egňruška, quantunque sia solo un bambino di nove anni, che distinguiamo l’umano dal disumano.

 

Luigi Scialanca


 

[1] Oggi diremmo in prima media. Dal primo capitolo: “Con il permesso dello zio e la benedizione di padre Christofor, Egňruška, un bambino sui nove anni dal viso abbronzato dal sole e umido di lacrime, si recava non so dove per entrare al ginnasio. Sua madre, vedova di un segretario di collegio e sorella di Kuz’mičov, molto amante delle persone istruite e della societŕ distinta, aveva ottenuto che il fratello, dovendo partire per andare a vendere della lana, portasse con sé Egňruška e lo facesse entrare al ginnasio; e ora il bambino, senza assolutamente rendersi conto di dove andasse e per quale ragione, sedeva in serpa a fianco di Deniska, tenendosi stretto al suo gomito per non cadere e sobbalzando come la teiera sul fornello. A causa della rapiditŕ della corsa, la sua camicia rossa si gonfiava sulla schiena come una grossa bolla e il suo nuovo cappello alla postigliona con la penna di pavone non faceva che scivolargli sulla nuca. Si sentiva una creatura oltremodo infelice e aveva una gran voglia di piangere”.

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