ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

Ricordi Immaginari - Spiegare un Film a un Bambino

 

Buffalo 66

 

Home     Torna all’indice generale dei film

 

 

Clicca qui per scaricare la scheda in formato pdf

Clicca qui per scaricare la scheda in formato Word

 

Titolo: Buffalo ’66.

Titolo originale: Buffalo ’66.

Regista: Vincent Gallo.

Paese di produzione: U.S.A..

Anno di produzione: 1998.

Attori principali: Vincent Gallo (Billy Brown), Christina Ricci (Leila), Anjelica Huston (Jan, la mamma di Billy), Ben Gazzara (Jimmy, il papà), Rosanna Arquette (Wendy Balsam), Mickey Rourke (il bookmaker), Jean-Michael Vincent (Tonto, poi Rocky). Durata: 1h 46’.

 

Il regista

Vincent Gallo

 

Il film

 

A Buffalo, nello stato di New York, il giovane Billy Brown esce di prigione dopo aver scontato una condanna a cinque anni. In testa ha una sola idea: uccidere Scott Woods, il giocatore di football che cinque anni prima, con un tiro sbagliato, ha fatto perdere ai Buffalo Bills il campionato e a Billy una scommessa da diecimila dollari. Poiché Billy non li aveva, quei soldi, e così, per evitare che un’orribile vendetta si abbattesse sui suoi genitori, si è accusato di un crimine mai commesso ed è andato in prigione al posto del vero colpevole, amico dell’allibratore truffato. E in prigione, quando gli hanno detto che il giocatore aveva finto di sbagliare quel tiro in cambio di una grossa somma di denaro, Billy ha cominciato a pensare che Scott Wood lo abbia rovinato per sempre, e ha deciso di ucciderlo e di suicidarsi.

 

Questa folle e miserabile fantasticheria è tutto ciò che gli rimane nella mente e nel cuore, tutto il suo mondo interiore: il resto è sparito a poco a poco nel vuoto e nel buio di un’infanzia di cui il ritorno di Billy a casa e l’incontro con i genitori e gli amici di un tempo ci farà intravedere l’immensa povertà affettiva. Ma ecco che una ragazza, Leila, per la prima volta lo fa sentire apprezzato e amato. Una sensazione così sconvolgente da essere quasi insopportabile, per chi non l’ha mai provata e disperatamente ha costruito sulla sua privazione la propria vita, l’immagine di sé e perfino la percezione del proprio corpo. Riuscirà Billy ad aggrapparsi alla ciambella di salvataggio che gli è stata lanciata? O è troppo tardi, ormai, per trattenerlo dal precipitarsi nell’abisso che dal ’66 a oggi hanno scavato in lui la disperazione, la mediocrità e l’odio che imperversano su Buffalo, nello stato di New York?

Il commento di Luigi Scialanca

 

La prima immagine di Buffalo ’66 è quella di Billy, all’età di sette anni, con il cagnolino Bingo. La seconda è quella di Billy che esce di prigione dopo avervi trascorso cinque anni. Siamo nel ’96, Billy Brown ha trent’anni. Lo vediamo tornare in libertà, da grande, subito dopo averlo visto da piccolo con un cucciolo tra le braccia, e non sappiamo come mai il tenero bambino sorridente di allora si sia tramutato nel pregiudicato di oggi. Ignoriamo tutto di lui, tranne il poco che vediamo: che è stato in prigione, che è vestito male, che ha i capelli lunghi e la barba mal rasata, e che cammina piegato in avanti con le mani in tasca e le spalle curve, come uno che vuol chiudersi in sé stesso perché niente di buono si aspetta dagli altri e niente di buono pensa di poter dare loro. Eppure, fin dal primo istante, ci sembra che Billy non sia cattivo. Che non sia davvero cambiato in peggio, da quando aveva sette anni.

 

Sarà perché ci fa pena. Perché fuori non lo aspetta nessuno, anche se è inverno e il carcere è a qualche chilometro da Buffalo. Perché non sa dove andare, tanto che si sdraia su una panchina a pochi metri dal cancello e rimane lì a tremare in mezzo alla neve. Perché, quando gli scappa la pipì, chiede che lo facciano rientrare in prigione come se fosse il solo luogo dove può immaginare di trovare rifugio. Perché non ha il coraggio di ribellarsi e neanche di far la faccia brutta a chi lo scaccia, lo respinge, gli nega il minimo aiuto. Fatto sta che non riusciamo a giudicarlo male nemmeno quando si scaglia sull’unica persona che invece gli ha dato una mano ― una ragazza che gli ha prestato venticinque centesimi per telefonare a casa anche se Billy l’ha presa a male parole un’istante prima ― e la trascina fino alla macchina di lei minacciandola di darle un sacco di botte, se cercherà di scappare o rifiuterà di ubbidirgli.

 

Ma la ragazza non sembra spaventata. Gli strattoni e le parolacce del giovane non le piacciono, glielo si legge in faccia, ma è altrettanto chiaro che non ha paura. E la sua mancanza di timore conferma la nostra: ci dice che la ragazza sente, lì con lui, quel che noi, che siamo dall’altra parte dello schermo, possiamo solo dedurre da quel che vediamo: che Billy, malgrado tutto, non è cattivo.

 

Impressione che si rafforza quando Billy, rivelandosi un rapitore molto sprovveduto, scende dalla macchina ― di cui, non sapendo guidare, ha dovuto cedere il volante alla rapita ― si allontana di parecchi metri per fare finalmente pipì e vergognandosi volge le spalle alla ragazza senza pensare che lei potrebbe approfittarne per fuggire. E soprattutto quando Billy, dopo averle ingiunto di fingersi sua moglie davanti ai suoi genitori ― ai quali ha nascosto di essere finito in prigione ― la minaccia, se non si comporterà come una brava moglie e non sarà carina con lui, di non essere mai più suo amico! È la “minaccia” di un bimbo a un’amichetta, così estranea alla violenza che sta commettendo, che a questo punto Billy ci fa sorridere, ci intenerisce, e le due immagini che all’inizio non sapevamo come collegare ― l’affettuoso bambino di sette anni e l’indurito pregiudicato di trenta ― diventano una: Billy il cattivo è solo un buon ragazzo sfortunato, in lui c’è ancora il bambino che abbracciava il cucciolo, non è mai cresciuto, e il giovanotto dall’aria poco raccomandabile e dai modi beffardi e violenti nel quale il ragazzino si è nascosto è solo una maschera che a poco a poco è diventata una corazza, e non ha altra sostanza né verità che il peso intollerabile che fa gravare su di lui senza neanche proteggerlo sul serio.

 

Arriviamo così a casa dei Brown ― ai quali la ragazza, che in realtà si chiama Leila, viene presentata come Wendy Balsam, moglie di Billy ― e presto capiamo che è con loro che il tenero e sorridente bambino nato nel ’66 si è trasformato nel cupo teppistello del ’96. Non proprio, non del tutto a causa loro ― ciò che stiamo scoprendo di Buffalo ci dice infatti che nell’odio, nella mediocrità e nella disperazione di questa città sarebbe difficile a chiunque riuscire a conservarsi umano ― ma certo con il loro aiuto. Con questo padre che non trova niente da dire al figlio che non vede da anni, ma mette la testa sul seno di Leila chiamandola “figlioletta” e dicendo che le vuole tanto bene; che non ha alcun interesse per Billy, ma sorride come un nonno felice quando Leila gli fa credere di essere incinta; che a un tratto “dà di fuori” e accusa il figlio di minacciarlo col coltello, ma come un buon vecchio dal sereno passato rievoca per Leila il tempo in cui da giovane cantava nei locali; che un giorno, quando Billy era piccolo, gli uccise il cucciolo perché aveva fatto la pipì in casa, ma riesce ancor’oggi a non avere idea del proprio orrore e dell’orrore che in momenti come quello ha riversato nella mente del figlio. E con questa madre, che di Billy non ricorda niente e della sua infanzia e adolescenza non ha serbato che un paio di foto; che quando Leila le dice che è il ragazzo più dolce e in gamba che abbia mai incontrato, reagisce come se le avesse detto di aver visto un asino volare; che per tutto il tempo continua a guardare in televisione le vecchie partite dei Buffalo Bills come se tra lei e lo schermo non ci fosse il figlio a cui dice ed è persuasa di voler bene; ma che intanto seguita a preparare e servire la cena, a sorridere, a fare l’affettuosa, a chiamare Billy “tesoro” e, insomma, a comportarsi come ha imparato che si comportano le brave mamme.

 

Capiamo che Billy, più che disprezzato, non è mai esistito e non esiste per questi genitori. Eppure, benché il loro annullamento del figlio non sia meno evidente di quello dell’uno per l’altra e per quasi tutto il mondo, essi continuano a recitare la parte del buon papà e della buona mamma che non sono mai stati. Poiché Jimmy e Jan Brown davvero ignorano di essere due individui svuotati e quasi folli, davvero non sanno di non aver mai amato il figlio meglio di come si ama un passerotto a cui si lasciano le briciole sul davanzale, davvero non sospettano di non avergli mai dato altro che il vuoto che è in loro, mentre tuttavia lo nutrivano, lo vestivano, lo mandavano a scuola e lo portavano in chiesa.

E quel ch’è peggio è che neanche Billy se ne rende conto: ce l’ha con loro, certo ― così come ce l’ha con la chiesa, con la scuola e con tutta Buffalo ― ma non è mai riuscito, e nessuno l’ha mai aiutato, a comporre tutto ciò che lo faceva star male in un pensiero che glielo spiegasse. E la vera causa di tutta la sua sofferenza, ciò che a poco a poco l’ha spinto in fondo al vicolo cieco in cui ora si dibatte, è dunque proprio il fatto che anche lui, per non aver mai capito quel che il padre e la madre gli facevano, ha finito col credere di non essere né valere più del nulla che vedeva nei loro occhi quando lo guardavano, che udiva nelle loro voci quando gli parlavano, che si riversava nel suo corpo attraverso le dita di Jan quando lei meccanicamente lo accudiva, e attraverso le sue labbra quando freddamente lo baciava.

 

Per questo è ancora persuaso, a trent’anni, di poter migliorare il giudizio dei genitori su di lui raccontando loro un sacco di balle sulla sua vita, il suo lavoro e i suoi rapporti con le donne: perché non ha mai capito che non è che il padre e la madre si siano formati un cattivo giudizio su di lui; è che su di lui non si son fatti giudizio alcuno, né cattivo né buono, perché da prima che nascesse han perduto l’umana capacità di creare ed elaborare le immagini e le idee che rendono umano il rapporto con la realtà.

 

E tuttavia lo odiano. Lo odiano perché Billy ― al contrario dei gingilli, dei mobiletti, delle tinte delicate e del televisore che abbelliscono la casa e rendono meno insopportabile la vita ― non ha e non riesce ad avere altro aspetto che quello del bimbo sperduto, infelice e disperato che essi non hanno saputo aiutare a non diventare. Lo odiano perché Billy ― per quanto loro siano “bravi” a farlo sparire dietro lo schermo su cui scorrono immagini sempre diverse ma in realtà tutte vuote e buie allo stesso modo ― è un fallimento troppo grave e imperdonabile perché un padre e una madre riescano davvero a non vederlo affatto. Lo odiano perché per loro Billy è nulla eppure c’è ancora. Lo odiano, sì, odiano il proprio figlio, e al tempo stesso sanno e non sanno di odiarlo. Ma il padre se lo lascia sfuggire quando all’improvviso lo coglie il terrore che il figlio lo accoltelli. E la madre alla fine lo confessa: Non fossi mai nato!, sibila a Billy con un freddo e misurato rancore ben più terribile di un accesso di collera.

 

Già. Poiché i Buffalo Bills, mentre Billy nasceva, vinsero il campionato per la prima e ultima volta, e Jan, povera donna, mettendo Billy al mondo si perse quella “storica”, “mitica”, “irripetibile” partita. E al figlio non l’ha mai perdonato, benché lo chiami “tesoro” e dica di volergli tanto bene.

 

Capiamo, così, che ciò che ha indotto Billy a scommettere diecimila dollari su quella squadra è stata la speranza ― o piuttosto la volontà ― che una nuova vittoria riscattasse la sua nascita agli occhi della madre. Poiché le vittorie della squadra di casa, nelle mille Buffalo della nostra Società, sono le uniche “soddisfazioni”, le uniche “realizzazioni”, l’unico “riscatto” dal vuoto e dal buio di esistenze a cui non si è riusciti ― e nessuno ha aiutato, e molti hanno fatto di tutto per impedire ― che avessero un senso.

 

È per questo che Jimmy e Jan Brown ― padre e madre che del figlio non hanno mai saputo che farsene ― malgrado tutto suscitano in noi più compassione che orrore: perché anche loro sono vittime, e per loro, ormai, non c’è più neanche la possibilità di prendersela con qualcuno per essersi ridotti così, a parte l’atmosfera di rarefatta umanità che si respira ovunque a Buffalo, nello stato di New York.

 

In casa dei Brown, come abbiamo detto, di Billy non c’è niente. Come se non vi fosse mai nato, appunto, né mai vi fosse vissuto. E anche lui sta ben attento, da quando entra a quando esce, a non lasciarvi traccia del proprio passaggio: lo vediamo mettere accuratamente a posto con la mano il copriletto della madre dopo che vi si è seduto, e capiamo, così, che il figlio si è lasciato in parte trascinare dalla parte del padre e della madre, in qualche modo e senza rendersene conto, nel fare il nulla di sé.

 

Le poche testimonianze che Billy ha potuto o voluto serbare della sua storia ― una o due foto di quando era bambino, ritagli di giornale, qualche ricordino, i premi vinti ― sono tutte racchiuse, insieme alla boccia preferita, nel minuscolo spazio dell’armadietto a lui riservato nello spogliatoio del Bowling, unico luogo di Buffalo in cui egli è considerato e stimato ― anche se solo da un paio di poveracci che la città ha quasi decerebrato ― come un giovane in gamba, di gran valore: un vero campione. Solo lì Billy si sente qualcuno; ed è lì che porta Leila dopo la visita ai genitori per mostrare anche a lei, oltre che a sé stesso, che Billy Brown è qualcosa più di nulla. Ma Leila fa strike al primo tiro benché non abbia mai giocato a bowling, e Billy si sente di nuovo precipitare nell’abisso dell’inesistenza.

 

La porta, allora, a farsi con lui delle fotografie che le ordina di spedire ai Brown (poiché è di nuovo deciso, anche se a Leila non lo dice, a sparare a Scott Woods e ad uccidersi). E le smorfiette dolcemente sbarazzine della ragazza dinanzi all’obiettivo, contrapposte all’immobile e disperata vacuità dello sguardo di Billy, confermano quel che già avevamo intuito vedendola danzare un graziosissimo tiptap sulla pista del Bowling: Leila si muove come un essere umano che è stato amato, e il suo amore è pronto a riversarsi sulle membra contratte di questo ragazzo che amato non lo è stato mai.

 

Ma Billy è ancora convinto di amare la “vera” Wendy Balsam, sua compagna di scuola fin dall’asilo. E noi, poco dopo ― nella caffetteria in cui Billy accetta di andare con Leila perché, le dice, “c’è ancora tempo” (e sottintende: prima di andare ad ammazzare Scott Wodd) ma in realtà perché inconsciamente è sempre più attratto da lei ― capiamo che quell’“amore” non gli è stato meno fatale di quello per i genitori: ce ne rendiamo conto quando la “vera” Wendy Balsam (in realtà assai meno vera di Leila) fa la sua apparizione nel locale crollando a destra e a manca come un burattino svogliatamente manovrato e sùbito prende in giro Billy per quel suo amore di cui è sempre stata consapevole ma che per lei, come per il padre e la madre di Billy, non ha mai avuto alcun senso. Poiché le Wendy Balsam di Buffalo e di ogni altra parte del mondo, degli esseri umani non sono capaci di vedere e di trarre altro che il meschino piacere masturbatorio di sbatacchiarli di qua e di là come giocattoli un po’ antipatici e noiosi.

 

Eppure è soltanto dinanzi alla “vera” Wendy così fasulla e miserabile che Leila passa all’attacco. Finora non aveva mai protestato, era stata docile, aveva subìto. Non aveva detto niente, per esempio, contro i genitori di Billy: per un istintivo rispetto, o per compassione. E soprattutto perché loro, in fondo, della vita di Billy sono ormai il passato. Ma Wendy è il presente, è colei che Billy ha sempre amato e ama: Leila lo capisce scoprendo che è di Wendy il nome che il ragazzo le ha dato presentandola ai suoi (e Billy glielo confermerà più tardi, in albergo, raccontandole che per tutta la vita, benché Wendy l’abbia sempre evitato e deriso, solo la sua immagine egli ha trovato dentro di sé per impugnarla contro il vuoto, l’odio e la mediocrità che da ogni angolo di Buffalo si levavano contro di lui) e allora si rende conto, Leila, che se vuole l’amore di Billy, se vuol salvarlo sull’orlo dell’abisso in cui egli sta per buttarsi, di Wendy non può e non deve avere pietà: Non vedi che è una strega, dice, e che noi invece siamo così carini?

 

Ma per Billy è come se Leila, che col suo strike al Bowling lo ha indotto a dubitare dell’unica sua abilità riconosciuta, tenti ora di privarlo della sola altra ricchezza interiore che egli crede di possedere. Non capisce che la ragazza ― dicendogli che è carino, che è in gamba, che le piace ― sta cercando di fargli vedere qualcosa di assai più autentico che solo lei è finora riuscita a scorgere in lui. Non capisce che accettare e riconoscere di essere davvero carino e in gamba e amabile come dice lei, e comportarsi di conseguenza, è l’unico modo e l’unica speranza che mai gli sia stata offerta di ritrovare davvero sé stesso. Al contrario, Billy si sente derubato da Leila, e la sua reazione è furibonda e orribile: le fa una scenata sotto gli occhi di Wendy ― che ne trae l’infimo e guizzante godimento da piccolo rettile che è tutto il “piacere” che è capace di raggiungere ― e se ne va, la pianta lì da sola davanti alla sua tazza di cioccolata calda. Ma non riesce a portarle via la calma, la bellissima calma di Leila che non è anaffettività perché scaturisce, all’opposto, dalla certezza del rapporto con la realtà. Attraversa la strada e va a telefonare al locale di Scott Wood, come già aveva fatto dal Bowling dopo lo strike di Leila, per convincersi una volta di più che ormai è quella la strada che ha intrapreso e che non tornerà indietro; ma la sensazione di vuoto che una volta di più ne ritrae, contrapposta all’immagine della calma di Leila che per sua fortuna ha portato con sé, è troppo insopportabile per non costringerlo a tornare nel locale a prenderla.

 

Così, nella camera d’albergo in cui accetta di recarsi con lei perché tanto c’è ancora tempo (prima di andare a uccidere e ad uccidersi) Billy si trova infine a dover scegliere tra la vita che Leila gli offre e la morte verso la quale Buffalo lo spinge da quando è nato nel ’66: tra il calore del corpo di lei, delle sue braccia, del letto su cui giacciono insieme, e la squallida e fredda stanza da bagno in cui invece si chiude escludendola, la vasca in cui entra da solo, i pochi centimetri d’acqua, già fredda dopo pochi minuti, che sono i simboli del gelido nulla in cui è stato abbandonato fin dalla nascita, della sua accettazione di esso, della certezza suicida di non poter fare altro che buttarvisi a capofitto una volta per sempre.

 

Vince Leila, benché fino ai titoli di coda né lei né noi possiamo esserne certi, poiché basterebbe che all’ultimo momento un automobilista ubriaco o drogato lo travolga in mezzo alla strada mentre Billy l’attraversa per l’ennesima volta ― in questo suo andirivieni tra la vita e la morte che è poi la storia che il film ci racconta ― perché la vittoria sia invece di Buffalo definitivamente. Ma no, vince Leila (come noi speravamo insieme a tutti quelli che non sono di Buffalo) e Billy ― dopo aver buttato, anziché sé stesso nell’abisso, la pistola nel buio a cui tutte le armi appartengono ― torna da lei come le aveva promesso senza sapere se sarebbe stato in grado di mantenerlo. Torna da lei con un’altra cioccolata calda e il dolcetto a forma di cuore che avrebbe potuto regalarle il bambino di sette anni che non poté più crescere dopo la morte di Bingo, il suo cagnolino. Torna da lei per sdraiarsi accanto a lei come prima, per darle e tenerle la mano, per posare la testa sul suo seno. Per incamminarsi, con questi primi passi, verso la scoperta che gli esseri umani possono vivere senza impedirsi l’un l’altro di vivere.

 

Ci voleva molto, Buffalo nello stato di New York, per aver Billy caro e prezioso? Era proprio impossibile, nel ’66 come oggi, tentare di lasciarlo vivere tutta la vita anziché di ucciderlo appena nato? Ci volevano trent’anni, per scoprire in lui quel che una ragazzina come tante vede fin dal primo momento?

*

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media.

Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto... semplicistiche.

Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e non dimenticare di citarne l’autore!)

*

 

*

Torna in cima alla pagina                    Home