ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

La Terra vista da Anticoli Corrado

nel giugno-luglio del 2017

 

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ScuolAnticoli va in ferie: arrivederci al 1° agosto e...

...Buon Luglio a Tutti!!!

(Giovedì 29 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Primo. Di queste istruzioni potete tranquillamente fregarvene, tanto non verrò a saperlo. Ma non ditemelo finché vivo: la mia reazione potrebbe non piacervi affatto.

Secondo. Il solo modo non idiota di annunciare la mia morte è: Luigi Scialanca è morto. Non scrivete: È scomparso, non sono il mago Houdini. Né: Si è spento, non sono una lampadina. Né: È defunto, è deceduto, è trapassato, non muoio mica perché voi possiate esibire la vostra conoscenza dell’Italiano. Né: Se n’è andato, o qualche spiritoso potrebbe a buon diritto domandarvi: Dove? Nell’Aldilà? Su Marte?. Né: È passato a miglior vita, se siete religiosi sono fatti vostri, non me ne può fregare di meno, ma a sproloquiare su di me non vi ci voglio. Né: Ci ha lasciato, è vero che talvolta non vi sopporto, ma non fino al punto di voler crepare pur di non vedervi più. Scrivete, semplicemente: Luigi Scialanca è morto, se vi è rimasto un minimo di buon senso.

Terzo. Dite esplicitamente cosa mi ha ucciso: non mi va che la gente fantastichi chissà che. E siate chiari: espressioni come dopo una lunga malattia servono solo a irritare chi vuole dati precisi per calcolare le probabilità di fare la stessa fine.

Quarto (repetita iuvant). Non siate così imbecilli da scrivere: Riposa in pace. O così taccagni, oltre che imbecilli, da scrivere: R.i.p.. O, ancora più taccagni: Rip.
Siete religiosi? E allora che cavolo vi significa quel riposa? Credete che esista una qualsivoglia Aldilà in cui si riposi? Nell’Aldilà si gioisce o si soffre o ci si rompe le scatole per l’eternità, ma di sicuro non si riposa. (E in ogni caso, ve l’ho già detto, se siete religiosi v’invito fermamente a parlare di santi e lasciar stare i fanti). Siete atei? E allora che cavolo vi significa quel riposa? Avete mai visto un marciume che riposa? O, quando i vermi sono sazi, ossa che riposano? Il riposo è cosa da vivi, non da cadaveri.

Quinto. Più in generale, scrivendo che sono crepato, astenetevi dal rivolgervi a me come se fossi vivo. È stupido, grottesco e perfino malvagio dire a un morto: Ci mancherai - Grazie - Addio - Arrivederci - Eri questo o quest’altro - Resterai nei nostri cuori (che schifo, immaginare il mio cadavere divorato da voi!), ecc. ecc.. Addirittura malvagio? Certo! Se avete voglia di parlare con me, fatelo finché campo! Altrimenti lo state solo fingendo quando ormai non posso più smentirvi, mentre in realtà desideravate la mia compagnia di gran lunga meno di quella dei vostri televisori.

Sesto. Scrivete in Italiano, cavolo! Se siete di quelli che scrivono beh, o se non usate un pronome relativo neanche se vi pagano, o se credete che il congiuntivo sia una malattia degli occhi, fate a meno di commentare la mia morte: non per fare un piacere a me, che non lo saprò mai, ma per non rattristare ancora di più chi mi piange (ammesso e non concesso che qualcuno lo faccia) con le vostre scempiaggini. E non chiamatemi un personaggio: i personaggi stanno nei romanzi, io sono un essere umano.

Settimo. Non inventatevi cavolate del tipo: Voleva essere cremato o Voleva donare il suo cadavere alla scienza. Mai ho espresso volontà di sorta su quel che fare delle mie frattaglie. Per quel che me ne frega, quella robaccia potete darla in pasto ai cani (ma tenetene lontani i preti, quelli sì). Fatene ciò che vi pare, insomma, e dopo che l’avrete fatto cercate di organizzare invece un funerale decente per il mio ricordo, se di me resterà qualcosa di umanamente valido da ricordare.

Ottavo. Non siate così ingenui ― o, piuttosto, così sciatti nei miei confronti ― da chiedere a qualsivoglia “autorità” di intitolarmi un vicolo o un’aula scolastica o una targhetta su un muro più o meno ammuffito: ho sempre detestato il potere, ed esso mi ha sempre ignorato o ha diffidato di me, che non vi venga in mente di permettergli di sfruttarmi da morto!

Nono. Se mi odiate, non andate in giro a dire quanto mi volevate bene, né tanto meno quanto vi amavo io, né come e qualmente abbiamo trascorso bei momenti insieme o quant’altro: sappiate che la mia esecutrice testamentaria ha una lista completa delle vostre malefatte nei miei confronti, e vi smentirà punto per punto.

Decimo. Se invece mi amate, e di conseguenza non avete perso occasione per cercare la mia compagnia (non me ne ricordo, ma è possibile che talvolta lo abbiate fatto), be’, non siate troppo tristi: è stato bello, finché è durato, e quel bello non ve lo toglierà la mia morte, ma solo la vostra.

(Sabato 24 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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(Giovedì 22 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Temo, cari ragazzi, che alcuni di voi non stiano bene. Pochi, certo, ma questo non attenua affatto il dolore e la preoccupazione.

C’è chi si gonfia giorno dopo giorno di odio antiumano (fascista, nazista, o anche odio e basta, senza nome). Chi non studia più, non legge più, non s’interessa più di niente. Chi non si diverte più per il piacere di farlo, ma solo per stordirsi. Chi non fa che ubriacarsi. Chi assume sostanze.

Derive, cari ragazzi, che sono il sintomo di un disagio mentale che può, se non curato, diventare grave. Dovete chiedere aiuto. Forse, anzi, lo state già chiedendo. Forse, voglio dire, mentre vi rovinate così, senza rendervene conto state anche gridando: “Fermatemi! Aiutatemi!” Sperando che chi vi vuol bene smetta di far finta di niente.

Io non sono uno psicoterapeuta. Ma non per questo voglio star zitto e fare, anch’io, finta di niente. Qualcosa la so, e perciò ve la dico.

Primo. Ciò che vi sta riducendo così sono stati e sono i rapporti che vi sono toccati, fin dalla nascita (e che poi, a partire da un certo momento, vi siete anche cercati): rapporti miseri, poveri di affetti, poveri d’intelligenza, poveri di umanità. L’unica cosa che può farvi star meglio, perciò, sono rapporti diversi, migliori. Esistono di sicuro: dovete cercarli e trovarli, e il solo cercarli già vi farà bene, finché non li trovate. Ma anche una buona psicoterapia, preferibilmente di gruppo, può aiutarvi moltissimo.

Secondo. Cercate in voi stessi, intorno a voi e ovunque, perfino nei vostri smartphone pensieri, parole, gesti, immagini ricchi di sentimenti: non ve ne rendete conto, ma siete assetati di sentimenti, ed è per questa sete insoddisfatta che le vostre menti rischiano di impazzire.

Terzo. Fatevi meno seghe. Non sto scherzando, sono molto serio. Non in quanto seghe, ma in quanto assolutamente prive di sentimenti. State meno soltanto fra maschi, e innamoratevi di più. Di chi? Di ragazze diverse dalle vostre madri. Per quanto le ragazze possano essere “difficili”, per quante delusioni possano talvolta darvi, amarle e rispettarle vi farà immensamente bene.

(Mercoledì 21 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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L’insegnante obiettivo... è stupido e cattivo

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Quale che sia la tua professione, immagina di scoprire che stai per essere sostituito da una macchina. Da un computer. Da un robot. Insomma: da un algoritmo. Cosa faresti, da uomo (o donna) intelligente? O cosa, se invece fossi stupido?

Da intelligente ― quale sei ― cercheresti di dimostrare che un robot non può sostituirti poiché, quello che sai fare tu, nessun robot saprà farlo mai.

Se invece fossi stupido, o stupida, cercheresti di competere col robot in ciò che sa fare “lui”. E non solo verresti sconfitto alla grande, ma dimostreresti a tutti ― e quel ch’è peggio a te stesso ― di essere ormai superfluo (o superflua).

Immagina, ora, di essere un insegnante: un robot potrebbe sostituirti?

La risposta non cambia: soltanto se tu cercassi di competere col robot in quel che “lui” sa fare meglio di te. Molto meglio.

Ma cosa un robot o un computer, cioè un algoritmo, sa fare molto meglio di un insegnante?

Semplice: somministrare una verifica e valutarla, assegnandole un punteggio, senza alcun rapporto con l’allievo.

E cosa significa senza alcun rapporto?

Semplice: senza provare sentimenti di sorta, come se esista solo la verifica ― e l’algoritmo in base al quale valutarla ― ma non esista l’allievo (se non come “dispositivo-sorgente” della verifica medesima).

In altre parole, nessun insegnante potrà mai competere con un algoritmo nel valutare una verifica obiettivamente, cioè come un oggetto (dal latino obiectum).

Ecco: in fatto di obiettività un robot-insegnante sarebbe imbattibile, poiché, essendo incapace di provare sentimenti, le sue valutazioni sarebbero assolutamente oggettive.

Un insegnante, quindi, è tanto più stupido quanto più cerca di essere obiettivo.

Cercare di dimostrarsi superfluo: cosa c’è di più stupido?

Si dirà: “Un insegnante intelligente sarebbe dunque un insegnante non obiettivo? Ingiusto? Uno che valuta come gli gira?”.

No. L’obiettività non è giustizia. L’obiettività è assenza di rapporto. Soprattutto avendo a che fare con l’essere umano. Poiché essere obiettivi, avendo a che fare con l’essere umano, è ridurlo a obiectum. A un “qualcosa”, cioè, nei confronti del quale è impossibile provare sentimenti.

Quale didattica, quale pedagogia sono possibili in assenza di sentimenti per tutto quel che accade nel rapporto con l’allievo, ivi comprese le verifiche che egli sottopone alla valutazione dell’insegnante? È dubbio che perfino del “comportamento” delle particelle subatomiche si possa capire qualcosa, senza considerare il rapporto dell’osservatore con esse, figuriamoci di un essere umano!

“Ma... allora... un elaborato d’Italiano, un compito di Matematica, una traduzione dal Francese, una verifica di Storia, come si dovrebbero valutare? Non obiettivamente?!”

Esatto. Non obiettivamente. Non come le valuterebbe (molto meglio di un insegnante) un algoritmo, ma come soltanto un essere umano può valutarle: in contatto, costante e profondo, con la realtà umana dell’allievo, la sua storia, i suoi rapporti con gli insegnanti e con tutti gli altri, i suoi problemi, le sue capacità, i suoi continui progressi e regressi, le sue vittorie e sconfitte... In contatto costante e profondo con tutto, insomma, quel che nell’hic et nunc dello svolgimento del compito assegnatogli ha influito sul risultato. Nonché, altrettanto fondamentale, con quel che l’insegnante si propone di ottenere in futuro nel rapporto con lui.

“Ma... allora... in un elaborato d’Italiano, in un compito di Matematica, in una traduzione dal Francese, in una verifica di Storia, non si dovrebbero più correggere e contare gli errori?!”

Correggere, sì. Contarli, no. Non con l’intenzione che il contarli sia determinante per la valutazione. La valutazione di quel che un essere umano fa deve far di conto il meno possibile.

Immagino già l’obiezione dell’insegnante stupido: “Ma tu, professor So-tutto-io, un domani, dall’allievo diventato idraulico o ingegnere, pretenderai o no che quel che fa non contenga errori?”

Rispondere è facile: “L’idraulico i cui scarichi perdono, l’ingegnere i cui edifici crollano, caro Stupido, sono gli allievi tuoi, non i miei. Gli allievi che da te furono convinti che la valutazione di quel che fanno gli esseri umani si esaurisca nel conteggio obiettivo delle risposte esatte e di quelle sbagliate. E che da te, pertanto, furono indotti poi sempre a truccarli, quei conteggi, una volta persuasi che quel che importa non è la sostanza dell’essere umano, ma solo l’apparenza dell’obiectum da lui prodotto”.

E l’insegnante intelligente, invece, cosa obietterà? Be’, prevedere le manifestazioni dell’intelligenza è infinitamente più difficile che prevedere quelle della stupidità... Diciamo che otrebbe obiettare, forse, che le pressioni che un insegnante subisce affinché sia obiettivo come un algoritmo sono tali e tante (ideologiche, politiche, mediatiche) che resistervi è difficilissimo e penoso.

Ma resistere lo è sempre. Poiché resistere significa, né più né meno, rimanere umani.

Post scriptum. Mi sorge un dubbio: è mai possibile, mi domando, che un insegnante stupido sia così stupido da non capire tutto ciò? Così stupido, da illudersi di poter valutare “algoritmicamente” le prove di un allievo... meglio di un algoritmo?

No, mi rispondo. Nessuno può essere tanto stupido. Ne consegue che l’insegnante stupido non è stupido. O piuttosto: lo è, ma perché è cattivo. Poiché già per suo conto, fin da prima che i computer cominciassero a contendergli il posto, ha creduto e voluto degradarsi a macchina. E ormai, di conseguenza, non sa più fare altro che quel che una macchina fa meglio di lui.

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(Lunedì 19 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Interessante articolo, su Internazionale del 9 giugno 2017 (Nel nome del padre, di Ben Jackson, pp 66-68) sul grottesco e inquietante fenomeno delle megaChiese ereditarie della Corea del Sud (ma che cominciano a diffondersi, guarda caso, anche negli Stati Uniti). Eccone alcuni estratti, così significativi ― e leggibili anche in chiave “nostrana”, direi ― che mi pare superfluo commentarli...

“La chiesa presbiteriana di Myung-sung, che ha decine di migliaia di fedeli, è l’ultima delle cosiddette megaChiese della Corea del Sud a trovarsi invischiata in uno scandalo sulla successione ereditaria dell’ufficio di pastore: Kim Sam-hwan sta cercando di lasciare la Chiesa al figlio, e non tutti ne sono felici.

[...] Il 25 aprile, alle otto e mezza del mattino, un uomo dai capelli bianchi vestito di grigio, impalato dinanzi alla Chiesa di Myung-sung, regge un grande cartello di plastica con la scritta: Eredità: successione del patrimonio, dello status o dell’occupazione tra le generazioni di una singola famiglia. Una chiesa non si eredita.

[...] La Chiesa presbiteriana di Myung-sung è stata fondata nel 1980 dal pastore Kim Sam-hwan [...]. Da allora è diventata una congregazione gigantesca, con una sede imponente, un pastore potentissimo, e una lunga storia di scandali e pettegolezzi. I suoi ricavi provengono quasi tutti dalle offerte dei fedeli.

Gli anni settanta e ottanta offrivano condizioni particolarmente favorevoli alla crescita delle megaChiese. Esse offrivano un nuovo senso di appartenenza ai migranti sradicati dalle campagne.

[...] Furono costruiti luoghi di culto sempre più imponenti. E molte Chiese hanno poi allargato la loro presenza sul territorio aprendo giornali, emittenti radio, scuole, ospedali, organizzazioni di beneficenza e altro.

[...] Oggi, molti dei pastori che hanno fatto crescere le Chiese durante gli anni del boom sono vicini all’età della pensione o l’hanno superata. E i candidati favoriti alla successione sono, il più delle volte, i loro figli. [...] Nel 2014 il gruppo Protest 2002 registrava 95 casi di successione ereditaria. Nel 2017 il numero dei casi segnalati è salito a 122.

In Corea del Sud c’è una netta distinzione tra Stato e Chiesa, quindi esistono poche leggi che regolano la pratica religiosa. E la successione ereditaria è perfettamente legale.

[...] Perché questa pratica è così diffusa? Kim Ae-hee, direttrice di Protest 2000, spiega che molto dipende da una serie di antichi fattori culturali: Nelle Chiese sono profondamente radicati molti elementi del confucianesimo, dice. C’è un ordine gerarchico rigidissimo, molte Chiese sono dominate dalla figura del pastore, e spesso i consanguinei sono considerati gli eredi legittimi della sua autorità spirituale.

[...] Tuttavia Yoon Gwan, presidente del sindacato studentesco dell’Università presbiteriana e seminario teologico di Seoul, paragonando il comportamento della Myung-sung a quello di un grande conglomerato industriale, cita una serie di voci secondo le quali la successione ereditaria servirebbe a coprire un grave illecito finanziario della famiglia Kim”.

Che dire?

Solo questo: chi è in grado di farlo, ne tragga le conclusioni che il buon senso gli ispira.

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(Giovedì 15 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Cattolici razzisti in Italia, visti da Mark Twain... nel 1867

Sono passati centocinquant’anni esatti da quando Mark Twain, visitando l’Italia, così vide trattare gli Ebrei ― in tutto il Paese, ma specialmente nello Stato della Chiesa ― durante il pontificato di Pio IX:

Gli Ebrei non vengono trattati come esseri umani, ma come bestie.

Non possono svolgere qualsiasi attività lavorativa essi vogliano.

Non possono vendere oggetti nuovi di fabbrica.

Non possono aprire farmacie.

Non possono esercitare la professione medica tra i Cristiani. Anzi, ai Cristiani non possono neanche stringere la mano, né hanno il diritto di frequentarli come un normale essere umano fa con qualsiasi altro essere umano.

Sono costretti a rimanere reclusi in un angolo delle città: non possono risiedere dove preferiscono, né acquistare terra o case.

I soldati li obbligano ad andare in chiesa per ascoltare le maledizioni lanciate contro di loro.

E durante il carnevale, per divertire la gente, vengono costretti a correre nudi per le strade gareggiando con gli asini.

(Mark Twain, In questa Italia che non capisco, Mattioli 1885, pag. 126).

(Mercoledì 14 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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(Venerdì 9 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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(Venerdì 9 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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(Mercoledì 7 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Testimonianza tratta dalle cronache del Grande Panico di Torino del 3 giugno 2017 (30.000 persone in piazza, 20 minuti di fuga di massa, 1527 feriti, di cui 8 in codice rosso): “Pugni e gomitate selvagge come il colpo che mi ha fatto saltare i denti. La gente correva verso i varchi e per guadagnare un metro picchiava e strattonava chi aveva davanti e dietro, gente con la quale fino a pochi minuti prima stava abbracciata” (Corriere della sera, 5 giugno 2017, pag. 10).

Siamo dunque davvero dei mostri? Pronti a scannarci l’un l’altro non appena riemerga in noi, irriducibile e incontenibile, il mors tua vita mea (o l’homo homini lupus) che l’evoluzione ha scritto una volta per sempre nel nostro patrimonio genetico, e che la “civiltà” può “educare”, controllare e reprimere solo fino a un certo punto? E davvero è soprattutto in una folla in pericolo (o che si crede in pericolo) che questa volontà di sopraffarci l’un l’altro si rivela, anziché un’aberrazione individuale, un “primordiale istinto” che ci caratterizza tutti?

In realtà vi sono tre tipi di folla: 1. La folla “casuale”; 2. La folla che non è casuale, ma crede di esserlo; 3. La folla che non è casuale, e sa di non esserlo. Ed è nelle ultime due, mai nella prima, che può accadere ciò che è accaduto a Torino.

Solo la folla n° 1, quella che si è formata per caso ― e tanto più quanto più è numerosa ― è (di solito) statisticamente rappresentativa dell’intera Umanità. E solo dal suo comportamento, quindi, possiamo trarre conclusioni sulla natura umana.

Qual è il più tipico esempio di folla casuale? È la folla riunita da un’improvvisa catastrofe, per esempio da un terremoto. Ebbene: tutte le testimonianze, fin dai tempi più remoti, sono concordi nell’affermare che in tali folle l’impulso predominante nella stragrande maggioranza di coloro che le compongono è quello di soccorrersi a vicenda per salvarsi insieme. Leggete, per sincerarvene, il documentatissimo e appassionante saggio storico di Rebecca Solnit intitolato Un Paradiso all’Inferno - Le straordinarie comunità solidali dei terremoti e altri disastri.

Ma poi vi sono folle che non si riuniscono per caso, ma per un motivo comune. E che, di conseguenza, sono tanto meno rappresentative dell’intera Umanità quanto più quel motivo, di per sé stesso, seleziona i componenti della folla medesima. Il desiderio di trascorrere al mare una bella giornata estiva, per esempio, seleziona pochissimo i componenti delle folle che si accalcano sulle spiagge nei mesi di luglio e agosto, poiché quel desiderio accomuna una percentuale assai elevata di esseri umani. Di conseguenza, le folle che si riuniscono d’estate in prossimità del mare sono quasi altrettanto rappresentative dell’intera Umanità di una folla casuale.

Diversa è la folla che, per esempio, si riunisce su una nave da crociera di gran lusso: essa crede di essere casuale (tipo 2) ma non lo è, poiché è stata selezionata dal censo (dalla ricchezza). Di conseguenza non rappresenta l’intera Umanità, ma solo la parte più predatoria di essa. E si può star certi, quindi, che difficilmente in caso di naufragio si comporterà in maniera solidale, altruistica e generosa.

E la folla che si riunisce, per esempio, per partecipare a un rito religioso? O a un evento calcistico? O a una manifestazione politica?

Queste sono folle non casuali che sono consapevoli di non esserlo (tipo 3). Folle che non possono essere considerate rappresentative dell’intera Umanità (analogamente a quelle del tipo 2) e il cui comportamento più probabile, in un’eventuale emergenza, è selezionato a priori dal motivo comune che le ha riunite.

Ebbene: io sostengo che una folla riunita da una fede (religiosa, politica, sportiva, o magari in un qualche tipo di “sballo”), ben lungi dal costituire un campione rappresentativo dell’intera Umanità, rappresenta soltanto gli esseri umani nelle cui menti il “rapporto” con l’oggetto della loro fede (rapporto sempre inesistente, qualunque ne sia l’oggetto, poiché perfino una squadra di robusti calciatori cessa di esistere come tale, nelle menti in cui viene tramutata in una divinità) è diventato di gran lunga più importante del rapporto con gli altri e con sé stessi. Ed è pertanto una folla che in un’emergenza si comporterà necessariamente nel modo meno solidale possibile: ognuno per sé e Dio per tutti, questo è il motto (più o meno consapevole) delle folle non casuali, ma riunite da una fede.

Guai a chi ci capita per caso, nelle folle così!

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(Sabato 3 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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(Sabato 3 giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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“Ralph” disse Fabian, “hai mai visto un insegnante mangiare?”
“No” disse Ralph. “E tu?”
“Nemmeno io... È strano, no?”
“Cioè?”
“Non lo so. Tu che ne pensi? Forse... non sono come noi?”
“Non umani, vuoi dire?”
Ma umani era un termine di cui Fabian non conosceva il significato, e si vergognò di rispondere.
In quel momento la figura allampanata di un insegnante maschio, come se li avesse uditi, emerse dal canneto sulla riva opposta scrutandoli come un uccello da preda.
“Scappiamo?” disse Fabian, fingendosi calmo.
“Perché?” disse Ralph, con allegra impudenza. “Hai mai visto un insegnante nuotare?”
Risero, e per l’uccellaccio fu come un segnale:
“Ragazzi!” urlò. “Tornate a scuola!” E dopo qualche istante, di nuovo: “Ragazzi! Tornate a scuola!”
Si alzarono, sapendo che altrimenti avrebbe seguitato all’infinito, e senza affrettarsi, dopo che Ralph ebbe assicurato la lenza a un arbusto, si nascosero nel folto.
“E se abboccano proprio ora?” disse Fabian.
“Sarebbe il colmo!” disse Ralph.
Il richiamo si ripeté per qualche minuto. Poi, dimenticandosi di loro, l’insegnante tacque, si allontanò e scomparve...

Entro la fine di giugno, su ScuolAnticoli, un capitolo (fra i tanti) de Il Pianeta dei Bambini, work in progress.

(Giovedì 1° giugno 2017. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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