L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

La Terra vista da Anticoli Corrado

 

diario del Prof (scolastico e oltre)

 

maggio 2011

 

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domenica 8 maggio

 

Chi da Mammone fu scacciato, chi Mammon se l'è cercato...

 

Chi da Mammone fu scacciato, chi Mammon se l’è cercato...

 

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Immaginiamo un paese: un paese immaginario chiamato Ahinoi, in una galassia lontana lontana.

 

Immaginiamo che ad Ahinoi, in una galassia lontana lontana, un bel giorno di primavera di tantissimo tempo fa mancassero pochi giorni alle elezioni amministrative.

 

E immaginiamo, infine, che i partiti che si contendevano il voto dei Cittadini di Ahinoi avessero qualcosa in comune... Anzi, non qualcosa: qualcuno.

 

Ma come? Ancora non c’erano, in Comune, e già avevano qualcuno in comune?

 

Proprio così.

 

Ecco: immaginiamo che i due partiti che si contendevano il voto dei Cittadini di Ahinoi avessero in comune Mammone. Che il Mammone dell’uno, cioè, fosse anche il Mammone dell’altro.

 

Mammone?! Come sarebbe a dire? Che Mammone? Mammone di cosa? Mammone di chi?

 

Mammone di niente, per adesso. Mammone immaginario. Ma che intanto ― immagina oggi, immagina domani ― era riuscito a immammonirsi di entrambi i partiti di Ahinoi.

 

I quali partiti, in vista delle elezioni, litigavano su tutto... ma non su Mammone. Mammone ce l’avevano in comune ― in attesa e speranza, l’uno e l’altro, di andare al Comune ― e quindi come avrebbero potuto litigare su di lui? Neanche lo nominavano, manco fosse il quarto segreto di Fatima.

 

I partiti, in quella galassia lontana lontana, su una cosa erano tutti d’accordo: proteggere con la massima cura la Verità dalle menti indiscrete e infide dei Cittadini.

 

E i principali esponenti dei due partiti di Ahinoi così facevano: gli uni contro gli altri raccontavano e proclamavano mille cose, belle e meno belle (a nessuna credendo sul serio) ma non dicevano ad anima viva (e forse neanche a sé stessi) che le due fazioni erano identiche, invece, perché la Verità di entrambe ― tutto ciò che davvero bisognava sapere dell’una e dell’altra ― era il Mammone che avevano in comune. I principali esponenti dei due partiti di Ahinoi non dicevano ad anima viva che in Comune, quale dei due sindaci i Cittadini ci avessero mandato, il vero sindaco sarebbe stato il Mammone di entrambi. (È una fortuna che una cosa simile non possa accadere sulla Terra. Né tanto meno in Italia. E men che mai ad Anticoli Corrado.

 

È una fortuna che una cosa simile non accada né sia mai accaduta in un paese vero, voglio dire, ma solo in un paese immaginario, chiamato Ahinoi, in una galassia lontana lontana e tantissimo tempo fa. Già fa rabbrividire l’idea: figuriamoci se fosse la realtà...)

 

In quella galassia lontana lontana, l’immaginario Mammone dell’immaginario paese di Ahinoi stava per diventarne il Mammone vero. E stava per diventarlo grazie alle due fazioni-mammone (immaginarie anch’esse) che avevano lui come Mammone comune e in tutto il resto avevano niente davvero diverso.

 

Due fazioncelle: poche decine di individui che facevano star male l’intero paese guardandosi in cagnesco dalla mattina alla sera, sorvegliandosi a vicenda, sparlando gli uni degli altri come comari invelenite. Due gruppetti assatanati che quasi si azzuffavano, su tutto e sul contrario di tutto (ma fingendo: in realtà litigavano su questioncelle personali) meno che su quel che li rendeva l’uno la fotocopia dell’altro, il gemello, il sosia, il clone dell’altro: la volontà di fare, del Mammone loro, il Mammone di tutta Ahinoi. Credendo che loro si sarebbero sentiti meno soggetti, assoggettando a Mammone gli altri.

 

Non è naturale, stando così le cose, che molti Cittadini di Ahinoi si sentissero presi in giro da quei due partiti-mammoni che se ne contendevano i voti per sottomettere a Mammone anche loro?

 

Non è naturale che pensassero, sentendosi presi in giro, che un amministratore, che dovrebbe essere al servizio dei Cittadini, non può essere al servizio dei Cittadini e, insieme, al servizio di Mammone?

 

Si sentivano così presi in giro, molti Cittadini ― bolliva loro il sangue nelle vene a immaginarsi sfilare al seggio come Donne e Uomini liberi, come se davvero andassero a scegliere, sapendo invece di fingere, di far la commedia per divertire Mammone andando in realtà a farsi suoi schiavi, perché la vera scelta era stata già fatta da altri ― che avevano deciso che sarebbero stati loro, nella cabina elettorale, a divertirsi alle spalle di chi voleva divertirsi alle spalle loro. Come? Annullando la scheda. E bene, in modo che non la si potesse “riciclare”. O anche, più coraggiosamente, non andando a votare affatto.

 

Qualcuno, però ― tra quei Cittadini che non volevano far finta di essere liberi il giorno del voto ma volevano restare liberi davvero sia quel giorno che tutti gli altri dopo ― sosteneva invece che a votare si dovesse andare perché, in fondo, i due partiti non erano identici.

 

Dicevano, questi Cittadini, che uno dei due ― il partito chiamato Ahi ― non aveva più Mammone in comune con l’altro ― il partito chiamato Ohi-ohi ― perché Mammone un brutto giorno li aveva licenziati e cacciati a pedate, gli Ahi, e al loro posto si era preso gli altri, i servizievoli Ohi-ohi.

 

In effetti, era proprio così. Gli Ahi e gli Ohi-ohi avevano, sì, Mammone in comune, ma con un’importante differenza: gli Ahi Mammone non ce l’avevano più, dacché lui non voleva più saperne di loro. Gli Ohi-ohi, invece, Mammone ce l’avevano e come, perché zitti zitti gli avevan fatto la corte per mesi, supplicandolo di prenderseli, e adesso eran suoi a tutti gli effetti mentre gli Ahi non lo erano più.

 

Differenza vera, differenza reale ― anche se tutto ciò, non dimentichiamolo, accadeva in un paese né vero né reale ma molto più che vero, molto più che reale, e cioè in un paese immaginario, chiamato Ahinoi, in una galassia lontana lontana e tantissimo tempo fa: gli Ahi avevano perduto Mammone, poverini, mentre gli Ohi-ohi, più poverini ancora, se l’eran cercato e l’avevan trovato.

 

Gli Ahi, che prima erano in ginocchio, adesso, cacciati a pedate, erano finiti lunghi distesi per terra, sì, ma pian pianino si stavano rialzando. Gli Ohi-ohi, invece, da ritti sulle gambe quali prima sembravano, si erano messi in ginocchio e in ginocchio restavano. E non solo...

 

Gli Ahi, senza più Mammone, si guardavano intorno mogi mogi, con certi musi da cani bastonati che facevan più orrore che pena, ma proprio per questo sembravano pronti, per la prima volta, a mettersi davvero al servizio dei Cittadini, pur di ritrovare in essi il padrone che era loro mancato. Gli Ohi-ohi invece, che Mammone l’avevan trovato, in cuor loro erano in ginocchio davanti a lui, certo, ma in piazza, davanti agli altri, avevan messo sù certe facce superbe e canzonatorie che guardavano tutti dall’alto in basso e a tutti sembravano dire: In ginocchio noi? Può darsi. Ma davanti a noi ti metterai in ginocchio tu!

 

A votare, dunque ― sostenevano alcuni Cittadini ― bisognava andarci. Non sarebbe stata una presa in giro, una commedia, una finta. La possibilità di scegliere esisteva ed era vera: bisognava votare per gli Ahi (che Mammone non l’avevano più e dunque ai Cittadini non avrebbero potuto imporlo) e far perdere gli Ohi-ohi, che Mammone ce l’avevano, e come, e ai Cittadini avrebbero dovuto imporlo per forza.

 

Per forza? Come sarebbe, per forza?

 

Per forza, certo: poiché gli Ohi-ohi, se fossero andati al Comune, a Mammone avrebbero dovuto ubbidire in tutto e per tutto, o lui avrebbe scacciato anche loro smascherandoli, così, come suoi. Gli Ohi-ohi, insomma, in Comune sarebbero stati ogni giorno sotto schiaffo, costretti a farsi andar bene tutto pur di non dover togliersi, dinanzi ai Cittadini, le maschere da vincenti che solo l’ubbidienza a Mammone consentiva loro di tener sulle facce senza far ridere i polli. Mentre gli Ahi, che Mammone aveva già scacciato e dunque non poteva scacciare di nuovo, qualche volta, chissà ― hai visto mai? ― avrebbero potuto pensare con la testa propria e di testa propria agire. Per i Cittadini, anziché per Mammone.

 

Dicevano questo, alcuni. E per questo ― turandosi, come si suol dire, il naso ― avrebbero votato per gli Ahi: per dir chiaro a tutta la Cittadinanza di Ahinoi, una volta per sempre, che quelli che di Mammone sono oggi le vittime, anche se fino a ieri gli hanno ubbidito senza fiatare, son sempre meglio di quelli che da Mammone son corsi a inginocchiarsi per far vittime altri.

 

Io però non ero d’accordo.

 

(Io, dico, non nel senso di Luigi Scialanca, che di questa storia immaginaria sono l’autore. Io, intendo, nel senso del personaggio immaginario che di questa storia è il narratore in prima persona...)

 

Non ero d’accordo, e lo dissi, per un motivo molto semplice: non mi fidavo neanche degli Ahi.

 

Sì, lo ammettevo, adesso che Mammone li aveva scacciati gli Ahi erano diventati più simpatici. Tutti si commuovono vedendo un cane abbandonato, con ancora un pezzo di guinzaglio al collo, smarrirsi ansimando per le vie del paese raccomandandosi a chiunque incontri. E se ci si commuove per un cane, come non commuoversi per degli Esseri umani? Come non sperare, fiduciosamente, che abbiano appreso la dura lezione, che abbiano capito, una volta per tutte, di quale amara pasta è fatta l’amicizia del superiore per l’inferiore, che abbiano realizzato, finalmente, l’infinita distanza umana tra la perdità di sé per assoggettarsi a un unico cittadino e il ritrovar sé stessi mettendosi al servizio di tutti i Cittadini?

 

Lo ammettevo, sì, ma non mi fidavo.

 

Mai avrei votato per gli Ohi-ohi, perché vedevo fin troppo bene cosa stavano facendo a sé e a noi. Ma non avrei votato neanche per gli Ahi perché invece non vedevo bene cosa a sé stessi e a noi avrebbero fatto. Perché non mi era chiaro, ancora, se dalla crisi sarebbero usciti migliori o peggiori.

 

Non avrei votato affatto, e sarebbe stato un dolore. Ma sarebbe stata anche una gioia, perché sarei rimasto con gli Altri. Sì, proprio questo avrei fatto, con dolore e con gioia: nelle ore del voto sarei rimasto con i Cittadini di Ahinoi, abbandonati da entrambe le fazioni per pensare solo a Mammone.

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giovedì 19 maggio

 

(Questa immagine d’archivio, scattata in Sud America, è presentata a scopo puramente esemplificativo e non ha alcun rapporto con gli eventi e le considerazioni del post).

(Questa immagine d’archivio, scattata in Sud America, è presentata a scopo puramente esemplificativo

e non ha alcun rapporto con gli eventi e le considerazioni del post).

 

Trema la Scuola ad Arsoli: un’esplosione?

 

Martedì 17 aprile, alle 11:50, la Scuola di Arsoli ha tremato mettendo in allarme tutti quelli che hanno avvertito la vibrazione.

 

La prof.sa Giulia Rossi, vicepreside, che era sul posto, ha ordinato, ed era suo dovere, l’immediato abbandono dell’edificio.

 

Come in una prova di evacuazione, comprensibilmente inquieti ma in perfetto ordine, gli alunni di tutte le classi, tutti i Bambini e i Ragazzi di Arsoli, accompagnati dagli insegnanti e dai bidelli, sono usciti da scuola e si sono radunati nei punti di raccolta prestabiliti.

 

Avvisate le autorità competenti, il preside, prof. Michelangelo Scrocca, ha potuto appurare che i sismografi dell’Istituto nazionale di sismologia non avevano registrato alcuna scossa.

 

I carabinieri, interpellati dal preside, avrebbero avanzato l’ipotesi che la scossa fosse stata provocata da una forte esplosione avvenuta in una Cava della zona.

 

Il preside ha quindi ordinato di suonare il segnale di cessato pericolo, e gli Alunni, ordinatamente come erano usciti, sono tornati nelle classi.

 

Nessuno ha subìto danni, dunque, a parte lo spavento.

 

Molti genitori e insegnanti, però, in considerazione del fatto che in un’evacuazione è sempre possibile che qualche bambino si faccia male o quanto meno rimanga turbato, si domandano se di eventi di questo genere, laddove possibile, la popolazione e soprattutto gli istituti scolastici non dovrebbero essere preallertati.

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lunedì 23 maggio

 

Giugno 2001, a metà dei vent'anni. Cliccala per ingrandirla!

(Giugno 2001, a metà dei vent’anni. Cliccala per ingrandirla!)

 

Vent’anni con i Figli degli Anticolani: grazie!

 

Fra pochi giorni si concluderà, con il mio sessantesimo anno, il ventesimo d’insegnamento nella Scuola Media di Anticoli Corrado: un terzo esatto della mia vita trascorso con le Figlie e i Figli degli Anticolani e di quanti sono stati Anticolani per qualche anno. Che vorrei ringraziare tutti, qui, per questo lungo tempo così bello, così piacevole, e per me così importante per tutto quello che ne ho ricevuto.

 

In ordine cronologico e alfabetico, dunque, con tutto l’affetto che può contenere l’aggettivo indimenticabili, saluto: Luca Aquilante, Mirco Calderari, Michele Ceccarelli, Giancarlo De Angelis, Mario Espositi, Daniele Misnoli, Massimiliano Novelli, Barbara Petricca, Katia Pompei e Danilo Toppi degli anni 1990-1993;

 

Marco Aquilante, Elisa Cara, Luciano Ceccarelli, Francesca Colella, Simone Grifoni, Fabrizio Meddi, Petar Muzika, Eva Novelli, Barbara Petricca, Benedetta Petricca, Federica Splendori e Sandro Splendori degli anni 1993-1996;

 

Andrea Espositi, Patrizio Fabbi, Diego Falconi, Elisabetta Folgori, Arianna Geracitano, Klajdi Kondo e Matteo Splendori della classe 1996-1999;

 

Igor Calderari, Sara Capotosti, Marta Ceccarelli, Beatrice Colantoni, Nicoletta Corneli, Claudio Fortunato, Alessandro Massimiani, Alessandro Proietti, Giada Splendori e Matteo Splendori degli anni 2000-2003;

 

Niccolò Calderari, Lorenzo Ceccarelli, Caterina Colantoni, Gianluca D’Andrea, Davide Mezzetti, Giampaolo Proietti e Giacomo Tomassi degli anni 2003-2006;

 

Sonia Curti, Davide Folgori, Sara Peschiolini, Andrea Saldaneri, Lorena Splendori e Cecilia Tomassi degli anni 2006-2008;

 

Cristian Butusina, Lorenzo Grifoni, Natalia Colantoni, Veronica Proietti, Sofia Putignani e Stefano Salvati degli anni 2006-2009;

 

Sara Galli, Nicholas Meddi e Virginia Petricca degli anni 2009-2011;

 

Daniele Calderari, Edoardo Colantoni, Gabriel Cotea, Annamaria Occhigrossi, Agnese Pietropaoli e Daniele Pompei degli anni 2009-2011 (per ora);

 

Rebecca Capparucci, Federica Coccaro, Erica Colantoni, Claudia Curti, Elisabetta Di Paolo, Nicole Mazzacano, Radu Nicoara, Manuel Pietropaoli, Roberta Salvati, Giacomo Splendori, Maria Toppi e Davide Toppi dell’anno 2010-2011 (per ora).

 

Più tutte le attrici e gli attori del film Arriva l’Ispettore: Paolo Calderari, Simone Calderari, Alessandro De Angelis, Andrea Fabbi, Simone Fabbi, Andrea Falconi, Barbara Folgori, Maria Giulia Lucidi, Stefano Meddi, Andrea Mezzetti, Valentina Novelli, Valentino Novelli, Michela Petricca, Vittorio Pompei, Chiara Splendori, Silvia Splendori e Ivo Toppi.

 

Più gli allievi del primo Cineforum (qui e qui), di cui ricordo tutti i nomi ma non, e me ne scuso, tutti i cognomi: Alessio, Alina, Moira Curti, Sara Grifoni, Jessica, Federico Novelli, Sahuara Pagnotta, Andrea Peschiolini, Giulia Pompei, Alessandro Proietti e Valentina Saldaneri. Più gli allievi del corso di computer: Stefano Colantoni, Andrea De Angelis, Luigi Dimiccoli, Arianna Falconi, Emiliano Falconi, Fiorenza Novelli, Lara Pompei, Silvia Putignani, Camilla Scafetta e Marta Splendori.

 

Più gli alunni di un solo mese del 1999-2000: Alessandra, Alessandro, Andrea, Benedetta, Cristina, Gianluca, Lucia, Maria, Salvati e Veronica.

 

(Più tutti gli Anticolani, di tutte le età, viventi e no, ai quali ScuolAnticoli è dedicato. Ma questa è un’altra storia...)

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giovedì 26 maggio

 

 

Antigone ad Anticoli

 

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Antigone ed Emone non morranno ad Anticoli.

Avranno un’altra occasione, la giovane Donna che crede nell’Umanità

più che nella “legge” dei padri e padroni, e il giovane Uomo “che di lei è succube

 

Si può votare contenti? Si può sentire, andando a votare, qualcosa di simile alla gioia?

 

Certo che sì. Possiamo votare contenti per candidati che ci piacciono molto, che stimiamo profondamente e i cui programmi ben conosciamo, immaginiamo sinceri e condividiamo.

 

(Possiamo, poi, restare delusi? Ovviamente sì. In due casi: se i candidati da noi preferiti perdono le elezioni; o se essi, dopo aver vinto, si rivelano insinceri e/o disonesti e/o incapaci).

 

Abbiamo votato contenti, il 15 e 16 maggio 2011, ad Anticoli Corrado?

 

Non mi è parso. Anzi: nei giorni precedenti ho udito da molti Cittadini ― di Sinistra, di Centro e di Destra ― considerazioni tristi, o imbarazzate, o ironiche, sul modo in cui la solita dozzina di politici anticolani si erano preparati alle elezioni. Nei due giorni del voto, dal mio balconcino, ho visto molti Cittadini andare a votare a testa bassa, come depressi, senza guardare né di qua né di là. E nei giorni successivi ― malgrado le pittoresche manifestazioni di euforia di qualche decina di supporter della dozzina di cui sopra ― ho rivisto la stessa malinconia e lo stesso disagio in molti di quelli che a votare erano pur andati. (Oltre che, naturalmente, nei 72, tra i quali il sottoscritto, che non han votato affatto, nei 3 che hanno lasciato bianca la scheda, e nei 18 che l’hanno annullata: 93 Cittadini, l’11,3% degli 820 iscritti, che non son riusciti a votare neanche “turandosi il naso”).

 

La mia impressione, dunque, è che una parte dei Cittadini di Anticoli ― soprattutto a Sinistra, ma anche al Centro e a Destra ― non abbiano votato contenti, né tanto meno con entusiasmo, ma con grande sconforto e dolorosa rassegnazione.

 

Perché sconforto? Perché rassegnazione?

 

Perché molti Anticolani ― soprattutto a Sinistra, ma anche al Centro e a Destra ― avevano immaginato e sperato, tra l’agosto scorso e i primi rigori dell’inverno, che questa volta le elezioni amministrative sarebbero state diverse dal passato. Che non avrebbero pesato, o avrebbero pesato meno, i soliti vecchi calcoli e interessi e odi e vendette personali o familiari o di gruppi ristretti. Che noi Cittadini saremmo stati ascoltati, che i politici ci avrebbero chiesto di esporgli i nostri problemi, le nostre speranze, i nostri desideri, e che ci avrebbero proposto candidati nuovi: Giovani e Anziani, Donne e Uomini, di Sinistra e di Centro e di Destra, ma nuovi. E tali che noi Cittadini li avremmo votati con gioia, certi che avrebbero amministrato non per sé stessi e per i loro capi o “padroni”, ma soprattutto per Noi.

 

Immaginavamo la primavera, noi Cittadini. E invece è rimasto tutto uguale: la solita vecchia stagione che sembra non poter finire mai. Ecco perché lo sconforto e la rassegnazione. Ecco perché non abbiamo votato contenti. Immaginavamo un futuro nuovo per questo Paese, e invece, poche settimane prima del voto, siamo stati informati che anche se fosse cambiato tutto, in realtà sarebbe cambiato niente: comunque fosse andata, la solita dozzina avrebbe continuato a comandare come ha sempre fatto.

 

Perché è andata così? Chi è stato? Chi ha deciso ― lucidamente, freddamente ― di annientare le nostre speranze e portarci fin quasi a credere folli le nostre immagini di un futuro migliore?

 

La mia impressione è che i vincitori (per 17 voti) delle elezioni, gli Uniti per Anticoli, si siano uniti non per, ma contro: contro una parte de L’Arcobaleno e contro una parte della Sinistra anticolana. Che il settore “padronale” de L’Arcobaleno e alcuni “stalinisti” del Pd si siano uniti contro le persone che tentavano di rendersi indipendenti da entrambi. Contro le persone che (sia pure, da una parte e dall’altra, in modo diverso) cercavano di liberarsi, le une dal “padrone”, le altre dal “partito”. Contro le persone che immaginavano (sia pure, da una parte e dall’altra, con intensità e chiarezza differenti) di far politica in modo nuovo, liberi da “padroni” e da “partiti”, mettendosi dalla parte “solo” dei Cittadini.

 

La mia impressione è che quella che per i migliori, da una parte e dall’altra, era una speranza d’indipendenza dai rispettivi “padroni”, per i “padroni”, da una parte e dall’altra, fosse invece una minaccia. Che i “padroni”, da una parte e dall’altra, abbiano sentito minacciato il dominio che ognuno dei due esercita sulla sua parte. E che si siano Uniti, benché di destra l’uno e “di sinistra” l’altro, per difendere insieme il potere dell’uno e dell’altro: questa è la mia impressione ― personale, certo, ma intensa e dolorosa come una brutta ferita ― su ciò che è accaduto e sta accadendo ad Anticoli Corrado.

 

Dinanzi a questo attacco, la parte più libera de L’Arcobaleno, essendo già in campo, non è potuta scappare: volente o nolente, ha dovuto combattere ed è stata sconfitta. Per la poca convinzione di alcuni? Perché il desiderio di libertà era, in una parte di loro, ancora immaturo e fragile? Perché c’era, fra loro, chi non voleva tirar troppo la corda contro gli ex “padroni”? Perché c’era, fra loro, chi dei “padroni” ha scoperto sul più bello di non poter fare a meno come credeva? Tutte le ipotesi sono possibili. Resta il fatto che la parte più libera de L’Arcobaleno, pur trovandosi sola a combattere, ha combattuto. Ed è stata sconfitta, sì, ma per soli 17 voti. Di questo, io penso, le va dato atto. Anche se non si sa, ora come ora, se la sconfitta la indurrà a “tornare all’ovile” con la coda tra le gambe o se il gusto per la ritrovata libertà l’aiuterà, come spero e le auguro, a diventare qualcosa di migliore de L’Arcobaleno delle origini.

 

La parte più libera della Sinistra, invece, non ha avuto il coraggio di scendere in campo a propria volta con una terza lista ― scelta che avrebbe potuto infondere speranza e coraggio a tanti, e dare a tanti la possibilità di votare contenti, senza “turarsi il naso” ― e per non averlo avuto sta ora provando il dolore che rende la sua situazione (in parte) analoga a quella della parte più libera de L’Arcobaleno: anch’essa, cioè, può adesso “tornare all’ovile” o al contrario “nascere”, una buona volta, come autentica e convinta alternativa allo “stalinismo” che ha indotto alcuni dirigenti del Pd anticolano a preferire l’estrema destra a una parte dei propri compagni, in odio al fatto che quei compagni sono liberi da loro.

 

Se la mia analisi è corretta, dunque ― e la mia impressione è che sia corretta e convincente al più alto grado possibile ― la vittoria degli Uniti per Anticoli, in quanto vittoria contro il nuovo e meglio che in entrambi gli schieramenti cercava di venire alla luce, è stata la vittoria del vecchio e del peggio.

 

Ad Anticoli, in questo 2011, poteva iniziare ad affermarsi un’idea della politica e dell’amministrazione come rapporto con noi Cittadini: che non significa “come sottomissione” degli amministratori a noi Cittadini, ma come rapporto in cui noi Cittadini siamo riconosciuti e rispettati come Esseri umani. È stata riaffermata, invece, l’idea antiumana della Collettività come “gregge” da guidare, come “massa” inerte da plasmare. O, nella peggiore delle ipotesi, l’idea di “rimetter piede al Comune” come su una scialuppa di salvataggio, abbandonando noi Cittadini come su una nave che affonda.

 

Ad Anticoli, in questo 2011, poteva iniziare ad affermarsi, da parte di noi Cittadini, un nuovo modo di vivere la nostra comune cittadinanza come rapporto ― fra tutti quelli che vivono qui ― basato sul comune amore per il paese, sull’immaginazione creativa, le speranze, i desideri, i problemi, i talenti e le capacità di ognuno e di tutti. Poteva iniziare ad affermarsi, insomma, un rapporto di cittadinanza basato su quel che tutti ci rende umani. È stato riaffermato, invece, l’innaturale e doloroso modo di vivere i rapporti basandoli solo sul calcolo degli interessi personali e familiari, economici e di potere.

 

Ad Anticoli, in questo 2011, la passione per la libertà di alcuni, indubbiamente più coraggiosi, poteva iniziare a estendersi a tutti, anche ai più timidi, anche ai meno fiduciosi in sé stessi; e con la libertà, la vitalità, la creatività e l’intelligenza che sempre ne scaturiscono; e con esse, una nuova capacità di fare, d’intraprendere, e quindi una nuova crescita morale ed economica del paese. È stata riaffermata, invece, l’inerzia del chinare il capo e ubbidire, dell’accontentarsi e tirare avanti, del crollare il capo, sfiduciati, convinti che niente di meglio sia mai possibile e che non si possa che rassegnarsi.

 

Gli Uniti per Anticoli, cioè, se questa analisi è corretta ― e a me pare corretta e convincente ― hanno rimesso la cavezza alla Cittadinanza anticolana come a una mula riottosa, e tirandola per il collo l’hanno riportata indietro, nel passato, dalla via di trasformazione e progresso che tentava di prendere e che avrebbe potuto darle un futuro migliore: una via che gli Anticolani avevano davvero imboccato (o che almeno davano l’impressione di voler imboccare), altrimenti non si spiegherebbe la sensazione di minaccia al proprio potere che ha indotto “padroni” e “stalinisti” a una reazione tanto determinata e testarda.

 

E così gli Anticolani di Sinistra ― davvero di Sinistra ― si son piegati, hanno ubbidito (anche per colpa nostra, di noi che non abbiamo avuto il coraggio di offrirgli un’alternativa) e senza gioia hanno votato, in maggioranza, come il partito ha ordinato. E oggi ― a dispetto delle pittoresche manifestazioni di euforia di qualche decina di  supporter della vecchia dozzina ― continuano a non gioire e nemmeno sorridono: sanno, o almeno sentono, di essere stati messi in condizione di non poter votare che contro sé stessi.

 

Tant’è vero che non c’è alcuna gioia, mi pare, nei “festeggiamenti” in corso per la vittoria degli Uniti: solo una cupa, ghignante rivalsa dei “padroni” e degli “stalinisti” sui propri avversari interni, e boria e arroganza da parte di entrambi e di chi a entrambi è più vicino, e l’applaudire e agitarsi dei “comandati”, e l’imbarazzo, la malinconia, la rassegnazione degli Anticolani davvero di Sinistra.

 

(O qualcosa di peggio: come lo stato in cui si è ridotto, o è stato ridotto, il povero ragazzo che la sera della “vittoria” molti hanno visto, in piazza delle Ville, barcollare di qua e di là completamente ubriaco. È gioia quella che riduce così un ragazzino davanti a tutti, davanti perfino ai bambini? Mai saputo. Sempre saputo, e insegnato, che ci si ubriaca non perché felici, ma per tentar di non sentire la disperazione. Questo ti ho insegnato, povero ragazzo “vincente”. Altri, forse, ti hanno inculcato altro).

 

I Bambini. I Giovani. Le Donne.

 

Soprattutto, a mio modo di vedere, la vittoria degli Uniti per è stata una vittoria degli Uniti contro i Giovani e le Donne di Anticoli Corrado. Sì, lo so, ci sono giovani e donne fra gli eletti. Ma che vittoria è, la loro, se, come penso, ciò ch’è più giovane e femminile ― l’immaginazione coraggiosa, il sentimento, la speranza, la generosità ― è stato sconfitto dal prevalere, ancora una volta, del calcolo d’interesse, d’appartenenza e di potere che è ciò che vi è di peggio nel vecchio e nel maschile?

 

I Giovani e le Donne di Anticoli sono oggi Antigone, condannata a morte dal tiranno Creonte per aver osato opporsi, in nome dell’Umanità, alle “leggi” spietate del potere per il potere, senza rapporto con gli Esseri umani se non di disprezzo e dominio: condannati ― i Giovani e le Donne di Anticoli ― alla “morte” di dover sottomettersi, ubbidire, rassegnarsi a “cose” che vanno come “sempre” sono andate, a un’immutabilità fatta passare per “natura” umana che sarebbe folle immaginare di trasformare; condannati alla “morte” di non poter essere diversi dai padri, i Giovani, né disubbidienti ai mariti, le Donne.

 

Nacqui a legami d’amore, non d’odio, protesta la giovane Antigone contro il vecchio zio Creonte, tiranno di Tebe. E Creonte, condannandola a morte: Se nascesti all’amore, ora discendi ad amare laggiù (nell’Aldilà) quelli che sai. Me vivo, donna non avrà dominio. Me vivo, donna non avrà dominio!

 

Stato non è la proprietà d’un solo, protesta il giovane Emone contro il vecchio padre Creonte, tiranno di Tebe. E Creonte, condannando a morte Antigone che Emone ama: Non assordarmi, succube di donna! Anima impura e schiava d’una femmina! Deve ad altri servire, o a me, il potere?

 

Creonte poi si pentirà, ma troppo tardi per evitare a Tebe la tragedia. E così è anche ad Anticoli: per gli artefici dell’operazione che ha unito “padroni” e “stalinisti” contro i Giovani e le Donne di questo paese, ormai è troppo tardi per il semplice e terribile motivo che hanno vinto: non possono tornare indietro, ciò che hanno fatto non possono disfarlo. Ma per gli Altri, per Noi, tutto è ancora possibile.

 

Antigone ed Emone non morranno ad Anticoli. Avranno un’altra occasione, la giovane Donna che crede nell’Umanità più che nella “legge” dei padri e padroni, e il giovane Uomo “che di lei è succube”...

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L’immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell’artista danese Viggo Rhode (1900-1976).

L’ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

 

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