Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca
Compagnia Teatrale Anticolana diretta da Anna D’Incalci
in
Inseguendo Dulcinea
Teatro Comunale di Arsoli - sabato 3 e domenica 4 maggio 2008
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Con un divertentissimo testo di Anna D’Incalci sulla Prova Generale: La Strizza del Venerdì Sera!
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Clicca qui per andare alle immagini della Prova Generale e al testo di Anna D'Incalci!
La Prova Generale di venerdì 2 maggio 2008
Qui ci sono le foto della Prova Generale e il testo di Anna D'Incalci! Per le immagini dello Spettacolo vero e proprio, clicca qui!
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Clicca sulle immagini per ingrandirle! E fra una “striscia” e l’altra leggi La Strizza del Venerdì Sera, di Anna D’Incalci!
(Le foto sono poco luminose. Ce ne scusiamo, ma la “sacralità” della Prova ci ha imposto di non servirci dei nostri pur potenti mezzi...)
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La Strizza del Venerdì Sera
(Attenzione: il testo si alterna con le immagini!...)
All’annuncio solenne “venerdì c’è la prova generale” dissero tutti, lieti, “Meno male, daremo infine un saggio di eccezionale bravura teatrale”.
Di generale, invero, quella sera non ci fu proprio niente, neppur di caporale o di sergente, forse sol di attendente.
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C’era qualcuno in sala che in verità attendeva, ma che cosa attendesse soltanto Dio lo sa.
Che accadesse un miracolo?
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Che diventassero da guitti veri attori?
Che ingoiassero infine quei copioni fino all’ultimo giorno sventagliati?
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Che sparissero i toni sbagliati e le battute perse o rimaste a mezz’aria in attesa di esser ringoiate da chi fuori di tempo le aveva pronunciate?
Che infine la smettessero di entrare e di riuscire ciascuno a proprio arbitrio dalla porta fatal del peluquero Figaro?
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Da tutto quel casino si era intanto salvata soltanto Micaela: non quella della Carmen ma quella anticolana. Era forse più brava di quegli esagitati, confusi e spaventati di fronte a quel disastro universale? Avete inteso male. Si salvava perché con estrema malizia aveva preso il treno per La Spezia dove viveva uno zio compiacente che le forniva un alibi di questioni legali, non molto convincente.
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Intanto, sulla scena, Don Giovanni assediava Zerlina indicandole il suo casinetto, mentre Masetto tra il vorrei e non vorrei della sua sposa, stava fermo, di sasso, piantato come un masso. Zerlina lo scuoteva: che si desse una mossa, facesse l’arrabbiato, ché l’aveva salvato dall’essere cornuto soltanto Donna Elvira, tradita e abbandonata (leggi pure fregata) da quell’infame cumulo di inganni di nome Don Giovanni.
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Era un torneo, una giostra o piuttosto un rodeo: mancavano solo i gauchos con il lazo, perché il cavallo c’era, pur ridotto a una mazza con la testa e, insieme a Ronzinante, c’era il burro tambien e stavano nel patio tanto ben.
La gran donna manchega col suo rosso vestito a pois strizzava l’occhio a Sancio, che caduto in deliquio per il grande appetito ingoiando una intera Margherita ignorava, il demente, l’invito provocante forse pensando tra borborigmi strani “meglio una pizza oggi che una manchega domani”.
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E mentre Leporello dava i numeri, calcolando le donne del padrone e sciorinando un foglio ad organetto, invano il caminetto attendeva per ore il convegno di amore andato a monte per quella rompiscatole di Elvira.
E intanto Carmencita con la sua storia arcana dell’uccello che era strano ma arzillo adescava Escamillo, che era tutto attillato, pronto per torear, ma altresì ben disposto ad aspettar pur di poterla amar.
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La taverna di Pastia era ormai diventata una gabbia di matti, mancavan solo i gatti che facessero insieme con gli attori e il loro birignao un bel coro di miao.
La brava Conception col marito cochon, invece di fornire normale reception, cercava di adescare don Chisciotte con trecento tortillas e tanto bacalao.
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Almaviva cantava con voce appassionata la sua meravigliosa serenata: grattando con gran foga la chitarra produceva un rumor di scimitarra e Teresa, ignorando la voce del tenore e il suo grande languore, non avendo il suo Sancio sottomano per suonargliele bene, riempiva di ficozze col suo bel matterello la testa del buon Figaro che aveva già pelato, a Sancio assai scontento, la cabeza ed il mento.
Rosina rosea, dal suo bel balcone innaffiava con cura, da grandissima altezza, le sue rose di pezza e cantava “una voce poco fa”. Con le sue cento trappole minacciava vendetta, prendendo solo sorci, poveretta.
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Ad accrescer disdoro e ad aumentar l’angoscia, un’ombra assai furtiva si aggirava in platea e con la sua telecamera riprendeva il misfatto: era Gino Scialanca, che alla fine, sconfitto, chiedeva a destra e a manca con la sua voce stanca se fosse lui la causa del decesso di tutte le speranze di successo.
Pure il mago del suono, avendo perso il filo e la pazienza, emetteva ogni tanto dei lunghi miagolii, gemiti strani e qualche imprecazione per la disperazione.
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Per cercar di sbrogliare quella gran confusione e stabilire finalmente un ordine non c’era, ahimé, neppure un pizzardone cioè ad esser precisi il pizzardone c’era, era in gonnella, una pizzardonessa, ma impegnata a inseguir don Giovanni con la disperazione dell’amore ingannato, vilipeso e tradito: per quanto vigilasse, da brava vigilessa, fu risucchiata dal marasma anch’essa.
Due pettegole, al tavolo sedute, tra bicchieri di vino ed acetuñas, facevano le pulci a Carmencita. Dopo averla ben bene sputtanata sfoderavan le carte a interrogar la sorte che a loro prometteva oro, gioielli e ricchi mariti e alla sola Carmen prediceva la morte, per tre volte la morte.
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Per concludere bene la serata Ignazio fu incornato da un toro disgraziato che, di scarso odorato, non sentì l’aria di Roma Andalusa che gli profumava la testa.
Fu matada Carmen per gelosia da don José che la voleva sua e, infine, Caterina, che veniva da una tierra lejana, cantando una canzone da losana con beata incoscienza e un cumulo di balle fece passare Aldonza per una grande... stronza.
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Fu così che a sentir dell’onor compromesso della sua Dulcinea il nostro buon Idalgo schiattò di crepacuore crollando al suolo con grande fracasso per tutte l’armi che teneva addosso: né valse a rianimarlo la brava medichessa che gli auscultava il cuor, perché a matarlo, invero, era stato l’amor.
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In buona conclusione, giammai era stata vista sin dai tempi di Sofocle una vergogna pari a quella che sortì dal palcoscenico quella sera fatal di venerdì, la sera della strizza generale che era poi la vigilia della tragedia vera: quella fatale del sabato sera (che non andò poi male).
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Lo Spettacolo di sabato 3 maggio 2008
80. Eclario Barone, un Sancio Pancia ’e Napule che non sarebbe dispiaciuto a Cervantes.
Queste sono le immagini dello Spettacolo! Per quelle della Prova Generale, e per lo scritto di Anna D’Incalci, clicca qui!
Clicca sulle miniature per ingrandirle!
81. Grandissima Anna! |
82. Piero, superbo Don Chisciotte. |
83. Antonio: Almaviva, Leporello ed Escamillo! |
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86. Laura: straordinaria Carmen, e ironica Medichessa. |
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89. Eclario, un Sancio Pancia ’e Napule che non sarebbe dispiaciuto a Cervantes. |
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91. Leandro, bravissimo come Pastia non meno che come Don Giovanni. |
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94. Stefania, emozionante come Donna Mancega quanto divertente come Rosina. |
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94. Stefania, emozionante come Donna Mancega quanto divertente come Rosina.
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109. Cinzia, strepitosa Teresa e Rosina, e Micaela, vulcanico Figaro. |
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103. Servito di barba e di parrucca, Eclario Sancio Panza non si piace.
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125. Simona, appassionata Donna Elvira. |
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131. Don Giovanni incanta Zerlina a forza di chiacchiere, di lusinghe e di bugie.
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138. Maurizio, efficacissimo Masetto. |
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140. Batti, batti, bel Masetto, la tua povera Zerlina / Starò qui, come agnellina, le tue botte ad aspettar.
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152. La passione di Carmen.
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157. Anna Rita, brava e divertentissima Conception. |
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181. Anna, affascinante Catarina dalla bellissima voce.
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181. Anna, affascinante Catarina dalla bellissima voce. |
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190. Fiori e applausi per la nostra grandissima Anna. |
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