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Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

La Regina delle Bambine

 

di Luigi Scialanca

 

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Quest’anno, l’otto giugno cade di martedì.
“È la prima volta!” dice Luigi.
“Non è possibile” dice Stella. “I tuoi anni sono dieci, e i giorni sono sette”.
“Me l’ha detto la maestra! Ci sono gli anni bisestili, ha detto, e ogni quattro anni c’è il 29 febbraio: perciò è la prima volta che il mio compleanno è martedì!”
“Può darsi, allora...” ammette Stella, che ne ha sei più di lui.
“Ed è anche la prima volta che il mio compleanno cominciano le vacanze!”
“Un giorno così raro è speciale” dice Stella, in tono ispirato, come se pronunci una formula magica. “Stai attento, finché non scende la notte...”
“Perché?” dice Luigi, intrigato e perplesso.
“Perché di bello o di brutto può accaderti di tutto! Dammi la mano, ché dobbiamo attraversare.”

È una splendida giornata, pensa il bambino, torcendo la bocca in una smorfietta di scetticismo, ma che c’è di strano? È una giornata estiva! Però non ribatte, e si affretta a ubbidire. Darle la mano gli piace. Vuole bene a Stella. La trova bellissima. Tutto è bellissimo, quel che l’estate porta con sé! Cosa può succedere nella seconda metà di giugno? Solo cose belle! Ma fino al calar del sole sarà prudente, poiché per nulla al mondo vorrebbe scorgere una nube di disappunto nel vivido azzurro degli occhi di Stella: che arriva ogni anno insieme all’estate, bussa alla sua camera il primo giorno senza scuola, e fino al 30, quando Luigi parte per il mare coi nonni, lo scorta ogni mattina al parco a giocare con i compagni, tramutati come lui dalle vacanze in spensierati selvaggi senza maestri né genitori.

Sulla soglia del parco, lascia la sua mano come se dia il volo a un uccellino. “Ricorda che devo sempre vederti” dice. È un inizio famoso, come “c’era una volta”. Poi si siede su una panchina, prende un libro dal borsone, lo apre, lo depone sul blu della gonna e con un inchino lo fa sparire tra i lunghi capelli biondi.

 

Sì, ma quando lo legge, se ogni volta che egli cerca i suoi occhi li ritrova sorridenti su di lui?

Luigi e i compagni sono liberi di scorrazzare per il pratone, giocare a calcio, nascondersi nelle afose cavità dei cespugli d’alloro, saltare le siepi, cavalcare i recinti delle aiuole, starvi in bilico come funamboli, annaffiarsi a vicenda alle fontanelle, sdraiarsi sull’erba, sporcarsi con la terra, sdrucirsi sugli sterpi e sui sassi: i panni che indossano sono roba vecchia, serbata apposta perché ne facciano ciò che vogliono, e le loro ferite si rimarginano in fretta. Ma non possono entrare nel bosco, che dalle alture cala sul pratone come un esercito verso il campo di battaglia. Non perché ci sia pericolo: fa parte anch’esso dell’immenso parco che dal centro della città sconfina nella campagna come una fetta da una torta; ma lì non potrebbero seguirli gli sguardi delle ragazze che vigilano su di loro dalle panchine, e come Stella debbono sempre vederli.

Oggi, però, Luigi torna da lei dopo pochi minuti.
“Che succede?” si meraviglia la ragazza. “Hai litigato?”
Il bambino scuote il capo.
“Vuoi giocare con me?”
“No, grazie.”
“Ma sei triste? Ti senti poco bene?”
“No” dice Luigi, e sorride per farle vedere che è vero.
“Vuoi che ti legga?”
“No, grazie.”
Allora Stella torna al libro, e Luigi, di sottecchi, spia la bambina il cui arrivo lo ha indotto a lasciare il pratone per guardarla da un luogo sicuro.

È la prima volta che la vede, ed è la più bella che abbia mai visto. Vorrebbe fare amicizia... chiederle, come Tom Sawyer a Becky Tatcher, di scappare di casa con lui.

È sola? Non gioca con le altre, non le degna di uno sguardo, le loro occhiate indagatrici non hanno su di lei alcun potere, forse non la raggiungono. E nessuna delle ragazze la chiama. Nessuna, apparentemente, la tiene d’occhio. Cammina lungo la siepe che divide il pratone dal piazzale, a pochi centimetri dal territorio dei maschi, le mani dietro la schiena lambite dai lunghi capelli biondi, immersa in pensieri che di tanto in tanto volgono al merlato orizzonte del bosco i suoi irrequieti occhi azzurri, e quando giunge alla soglia fra i due territori vi sosta un momento, come indecisa se varcarla o no. Il bambino spera che lo faccia, sogna che venga da lui e gli chieda di giocare insieme, spera e sogna benché sia quasi certo che cose del genere non accadano mai. Ma la sconosciuta fa dietrofront e s’incammina nella direzione opposta, le labbra un po’ in fuori e il nasino un po’ in sù, con l’aria sdegnosa di una principessa capitata per caso dove niente è alla sua altezza.

Lo troverebbe indisponente, quel modo di fare, se la bambina non fosse così bella da non permettergli di dar peso ad altro, e al quasi insopportabile desiderio di fuggire con lei in capo al mondo, in un luogo solitario ma fertile, inaccessibile ma temperato, dove costruire un piccolo rifugio con un focolare e vivere per sempre insieme coltivando la terra, allevando animali, cacciando nei boschi. Sogna a occhi aperti, stringendosi a Stella, le stesse cose che fantastica tutte le notti addormentandosi pian pianino; e una dolce, affettuosa malinconia lo commuove: è finalmente arrivata la bambina che lo amerà che da tanto tempo aspetta?... Ma i compagni vengono a chiamarlo, preoccupati dal suo starsene in disparte come le femmine, e Luigi, vedendo quel plotoncino pronto alla battaglia, a un tratto vuol darle la caccia, a quell’altezzosa che sta per invadere il loro territorio. Metterle paura. Farla piangere, forse.

In men che non si dica è alla testa di quei soldatini, cautamente avanzanti attraverso il piazzale e poi lungo la siepe in una fila così serrata da sembrare un gran serpente dalle molte teste. E scopre, avvicinandosi a lei che li attende ― la mano lieve sulla siepe come una farfalla, e un lieve, quieto sorriso da statuina che non può, chiunque le si avvicini, mutare espressione ― che forse è un po’ più grande di lui, che ha davvero gli occhi azzurri, e che la bianca camicetta, la gonna blu a pieghe e i graziosi sandali che indossa lo fanno sentire come se stia per piangere: una tenerezza che gli riempie il petto poco a poco, come il gran respiro che si fa dal dottore, e in petto comincia quasi a dolergli. Scopre, insomma, che da vicino è ancora più bella che da lontano, cento, mille, un milione di volte. E che lui, però, ormai non può che muoverle guerra alla testa dei suoi. E niente può fermarlo, neanche domandarsi cosa succederà non appena tra un attimo l’avranno raggiunta.

 

Ma non la raggiungono: la bambina, quando arrivano a un passo da lei, si dà una spinta contro la siepe e corre via ― come se giochi, non come impaurita ― imponendo loro un inseguimento così veloce che Luigi non tocca più il suolo anche se l’erba, ogni volta che tra una falcata e l’altra lo sfiora, è un po’ più alta, più fitta, più frusciante, e si avviluppa intorno alle sue gambe tentando di fermarlo.

Così non ha mai corso, è come se una mano gigantesca lo spinga con la potenza di un missile, un capitombolo sarebbe il peggiore della sua vita, ruzzolerebbe via senza poter fermarsi, andrebbe in pezzi come se piombi dallo Spazio! Eppure la bambina è veloce quanto loro, non le si avvicinano di un metro, è un miraggio, un arcobaleno tra le nuvole e il sole, un tramonto all’orizzonte, una stella infinitamente lontana.

A un tratto , circa a metà strada fra il piazzale e il bosco, Luigi non riconosce più lo scalpiccio, l’andatura, gli ansiti dei compagni che gli tengono dietro. Anche le facce, anche gli sguardi saranno cambiati? Fa finta di niente ― ha paura di voltarsi mentre corre così, perfino se muove le pupille gli sembra di poter perdere l’equilibrio ― ma quel rumore diventa così strano, così forte, così vicino, che presto non ce la fa più: si volta, non con la testa ma con tutto il corpo, deviando a poco a poco, deciso senza saperlo a sfruttare lo slancio in avanti per tornarsene indietro a gambe levate, e vede, con indicibile orrore, che ai compagni sono subentrati dei ragazzi grandi, di tredici-quattordici anni, che la caccia la danno a lui.

Barcolla, quasi tocca terra con le mani, ma con un balzo si riprende e corre più svelto di prima. Vede la bambina fermarsi, i begli occhi impassibili guardarlo passare, volgersi altrove, e pensa che sia una piccola maga: l’ha fatto apposta, è fuggita per attirarli nel suo mondo di sortilegi, e solo lui ha lasciato com’era, alla mercé di quei ragazzi stregati che ora perfino gridano, visto che tanto li ha scoperti, e le cui urla sono le più feroci che Luigi abbia mai udito, ma meno spaventose delle facce dipinte di rosso che per un attimo ha scorto, e dei petti nudi anch’essi dipinti, così magri che ne trapelano le costole, e delle braccia e delle gambe tanto più lunghe delle sue, e scarne e dure come bastoni: non li ha veduti che per una frazione di secondo, ma gli si sono impressi negli occhi. Ansanti e ululanti li sente convergere da tre lati, non gli lasciano altra via che verso il bosco, e a lui nel bosco non è permesso andare!... Ma Stella cosa fa? Perché non lo guarda? Perché non accorre?... Dov’è rimasta?

Guizza nella macchia come una lucertola sotto un rovo, e tutto cambia: all’esuberante splendore del giugno subentra una molle penombra; l’aria diventa fresca, asciutta, il suolo, coprendosi di foglie crepitanti, prende a salire, rallentandolo come se lo carichi di anni e di acciacchi. E in alto, fra le cime degli alberi... scintillano le stelle! Sì, è possibile, l’ha sentito dire, ma credeva che accada in fondo ai pozzi... Eppure non c’è dubbio: guarda di nuovo in sù ― una frazione di secondo, non può permettersi di perdere l’equilibrio ― e subito, dal nero in cui l’azzurro si è tramutato, anche le stelle guardano lui: poche, sparse qua e là tra il folto, ma così vivide che lo abbagliano!

 

Per un attimo, non udendo gli inseguitori, s’illude che il timore d’infrangere il divieto li abbia fermati sul limitare del bosco: sente solo i propri passi, il respiro, il battito del cuore nel petto e alle tempie, e dall’alto, da un’altezza inimmaginabile, un gran rombo attutito, come se un’astronave invisibile si sia incagliata fra le chiome degli alberi e cerchi di liberarsi imballando i motori... Ma poi le urla riprendono ancora più acute, più spavalde, più selvagge, e il bambino intuisce che è questione di tempo, da un momento all’altro lo prenderanno, e tuttavia si sente più forte, più agile, più veloce che mai: si arrampica sul pendio sempre più erto aggrappandosi ai cespugli, alle radici, agli spigoli delle pietre, conficcando le unghie nel terreno, scivolando, sbucciandosi le ginocchia, e per alcuni minuti, finché dura la salita, riesce ad avvantaggiarsi sui nemici, a forzarli a risparmiare il fiato, perfino a strappare loro qualche ruggito di rabbia. Ma di lì a poco la salita si tramuta in discesa, dove la stazza degli inseguitori gioca a loro favore, e in pochi balzi lo prendono.

Chi lo agguanta per una spalla, chi per un braccio: Luigi stramazza e li ha tutti addosso a strattonarlo, quasi che ognuno voglia un pezzo di carne: si sente schiacciare, gli occhi gli si chiudono, la bocca e le narici si riempiono di terra e di foglie, il fiato gli manca. Poi lo rovesciano a pancia all’aria, lo sollevano, decine di mani e di braccia a tenerlo e portarlo al di sopra delle spalle, decine di voci a urlare di trionfo, ed egli si ritrova a ciondolare qua e là tossendo e sputando, lo stomaco in gola, mentre i loro corpi frenetici saltano, crollano, piroettano e sfrecciano fra gli alberi, le stelle e il suolo.

Sempre di corsa, sempre gridando, fanno tappa sotto una rupe, lo mettono giù, e mentre alcuni lo tengono ― improvvisamente silenziosi, cupi, frugando con gli occhi nei suoi come se vi cerchino qualcosa ― gli altri si armano di lance, di bastoni, di archi, di frecce. Poi lo riprendono sulle spalle e la corsa ricomincia, le punte acuminate delle armi alte sul prigioniero che ballonzola tra di esse, gli occhi chiusi per la nausea, la testa ormai vuota di pensieri e perfino di paura, rassegnato come una bestiola.

Non guarda finché di nuovo lo mettono giù ― in piedi, questa volta, ma stringendosi a lui fin quasi a soffocarlo ― in un’ampia radura che l’altissima palizzata del bosco cinge da ogni lato. Per un attimo spera di ritrovarvi l’immenso, caldo, invincibile sguardo azzurro del giugno e di trarne sollievo; ma no, sulla radura e su di lui continua a scintillare freddamente la nera notte stellata, e al centro di essa la luna ― ecco perché si vedono solo le stelle più luminose ― che brilla in modo strano, inconsueto: splende fin quasi ad accecare e tuttavia è poco più grande degli astri che la circondano. Ma i ragazzi tornano a muoversi, incespicando l’uno nell’altro come un enorme animale con troppe zampe, trascinando il bambino a strappi e spintoni verso un albero che come un totem sta in mezzo alla piana, e Luigi, intuendo con orrore ciò che stanno per fare, si divincola, li coglie di sorpresa, libera un braccio, una gamba; ma subito lo bloccano, lo stringono da ogni parte, e in un nuovo putiferio di urla lo sbattono con violenza contro l’albero. Appare una corda, tre o quattro lo tengono, due gli torcono indietro le braccia fino a far cricchiare le spalle, uno gli lega i polsi, tirando, tirando, tirando, e il dolore è così acuto che gli torna la nausea, gli si annebbia la vista...

 

Ma non piange, non gli sfugge un grido.

Lo lasciano lì, si allontanano di una decina di metri e formano un cerchio. Poi, chissà dove, qualcuno che Luigi non vede prende a battere su qualcosa ― bum bum bum, bum bum bum, sempre più forte, sempre più rapidamente ― e tutti gli altri, in silenzio, a camminare e poi correre intorno all’albero sempre più veloci, schiacciando l’erba sotto i piedi fino a farvi un sentiero, frusciando e scalpicciando, saltando e contorcendosi, puntando le lance verso le stelle e la luna e abbassandole fin quasi a conficcarle nel terreno. È un grande spettacolo, così potente che il bambino si ritrova a contemplarlo affascinato come se quella violenza non sia rivolta contro di lui. E a scoprire con immensa meraviglia ― mentre una parte della sua mente continua a torcersi dal terrore, a disperarsi, a domandarsi sconvolta cosa la sua Stella stia facendo, perché non venga a salvarlo ― che i nemici sono pur sempre i compagni, ma tramutati e cresciuti nei più strani ragazzi che abbia mai visto.

Sono nudi! Portano, sì, una lurida pezza annodata intorno alla vita, ma ogni salto che fanno la butta qua e là scoprendo quel che c’è sotto, culi e piselli all’aria! E poi sono neri di sporcizia, tanto che le strisce variopinte che li coprono paiono solchi, come se per tracciarle abbiano dovuto incidere quel sudiciume rugoso fino al bianco della pelle. E gli occhi sono piccoli, appuntiti, ravvicinati, vuoti, occhi da topo che non guardano i suoi ma saettano gli uni verso gli altri ogni volta che si alzano da terra, e i capelli così lunghi e arruffati che non c’è una testa che non paia enorme, del tutto sproporzionata al corpo da scimmia che la sorregge, una zucca su una pertica.

 

Prova a domandare, con la voce più seria e pacata che riesce a trarsi dal petto, perché lo trattino così. A chieder loro di lasciarlo, a promettere che non dirà a nessuno quello che gli stanno facendo. Ma è come parlare a degli animali: nessuno risponde, nessuno lo guarda. Peggio, anzi, ché gli animali, almeno, al suono di una voce umana volgono lo sguardo, rizzano le orecchie, muovono la coda; mentre questi niente, sordi: solo quell’accalcarsi e avanzare stringendolo sempre più da vicino, come una pioggia che cade sempre più forte e diventa tempesta.

Eppure Luigi si calma. A poco a poco, ipnotizzato dai danzatori vorticanti e dal rimbombo del battitore, si ritrova a guardare con inebetito distacco quel brulichio come da dietro una lastra di vetro. Solo quando si accorge che qualcuno è coperto di peli, e avanza curvo sulla lancia come su una terza gamba più corta, ha di nuovo un fremito di inorridita disperazione. Poi rimane immobile, a bocca aperta, e il drago che dimenandosi lo stringe sempre più dappresso non è che una mostruosa confusione di colori e di forme che dagli occhi gli si versa incomprensibile nella mente.

Sono ormai vicinissimi, le lance protese verso di lui come gli aculei di un gigantesco istrice, quando un solo grido li ferma di colpo: tace il rimbombo, si arresta lo scalpiccio, e il viluppo di corpi si districa in silenzio e si divide in due, liberando al proprio interno un sentiero. Scuotendosi dal torpore, Luigi esulta: Stella è venuta a salvarlo! I compagni saranno puniti, magia o non magia! Scapperanno, ma Stella li denuncerà ai genitori! La conosce bene, la sua Stella: per lui diventerà una tigre!

Invece è la bambina che avanza tra le due ali di ragazzi che intimiditi si ritraggono, benché più grandi e più grossi di lei, come se non osino neanche sfiorarla: la bella bambina di cui era pronto a innamorarsi per tutta la vita ― quanto tempo è trascorso da quando l’ha pensato! ― che poi, invece, coi compagni ha furiosamente inseguito in lungo e in largo attraverso il pratone, che infine ha visto volgersi altrove, lasciandolo a questi orchi come un gattino o una lucertola ― le povere bestiole che i ragazzi di quella sorta si divertono a cacciare, torturare, ammazzare ― e che adesso incede tra loro con impressionante superbia... Luigi, guardandola, prova un odio e una rabbia così feroci che volentieri la legherebbe all’albero al posto suo, se ne avesse l’occasione. E tuttavia, pur mentre la odia, non può non riconoscerla più bella che mai.

“Sciocchi!” grida lei agli aguzzini, mettendosi tra Luigi e loro. “Si può sapere che fate? Chi vi ha detto di legarlo, eh? Dovevate prenderlo e basta, sciocchi che non siete altro!”

Nessuno risponde, nessuno alza gli occhi. Forse non capiscono la sua lingua vibrante, appassionata, piena di lunghe e melodiose vocali?... Se, mettiamo, anche Luigi la sente per la prima volta, come mai la comprende perfettamente?

“Magari è un sogno” pensa, alzando gli occhi per un attimo alle fulgide stelle e alla piccola ma ancor più fulgida luna che tuttavia non attenuano il nero che le avviluppa. “Magari è un sogno” pensa, e l’idea, che talvolta l’ha aiutato ad ammansire un incubo, gli dà coraggio benché non le presti fede: divincolandosi, torcendo le mani come un disperato, riesce ad agguantare la corda che gli serra i polsi e ad allentarla fino a liberarsi. Ma dove scappare? Lo circondano, il varco aperto dalla bambina si è già richiuso. E i compagni, malgrado gli occhi bassi e forse contriti, sembrano pronti a tutto anche più di prima: una forza possente emana dai loro corpi seminudi, dalle chiome arruffate, dal sudiciume e dai variopinti segnacci che li imbrattano, così possente che non li umilia neanche l’immobilità a cui sono costretti. Luigi la sente a tal punto che non può muoversi: resta addossato all’albero come se sia un rifugio, massaggiandosi l’una con l’altra le mani in cui il sangue torna a circolare dandogli un sollievo che al contempo gli duole, e la bambina lo sorprende in questa posa e lo guarda con disprezzo: “E tu vieni con me e fai quello che ti dico, altrimenti ti lascio a loro!” La fronte corrugata, le labbra sottili, gli occhi che mandano lampi: non è più la bambina che Luigi ha ammirato. Solo la voce squilla ancora come quella di una bambina, ma così fredda e dura che lo spaventa più del violento, minaccioso silenzio degli altri.

“Lasciami andare!” tenta, con scarsa convinzione, di sfidarla. “Stella mi cerca, e se mi trova in questo stato...”

“In questo stato!” dice la bambina, beffarda, facendogli il verso, ed egli si accorge di aver usato un’espressione che sua madre ripete spesso. “E sentiamo: cosa fa la tua Stella, se ti trova in questo stato?”

“Lo dirà ai vostri genitori! E telefona alla polizia!”
Solo che non ti trova, stanne certo, perché qui non si viene se non voglio io!”
“Ma cosa ti ho fatto? Lasciami, per favore! Non dico niente a nessuno, te lo giuro!”
“Cosa mi hai fatto? M’hai dato la caccia come a una codarossa, non te ne ricordi più?”

Vorrebbe protestare che è stato un gioco, ma se ne vergogna: no, non è stato un gioco, l’ha preso una specie di furia! E l’ha trasmessa ai compagni incitandoli contro di lei... Sì, lui per primo ha voluto diventare così, ma solo i compagni ci sono riusciti: ed eccoli alzare gli occhi uno dopo l’altro sentendo che la regina non ce l’ha più con loro, e pronti come cani spiare il prigioniero mentre lui, smarrito, si domanda che animale sia una codarossa: “Magari una volpe?” pensa, stupefatto.
“Dammi la mano, forza!” ordina la bambina, stanca di aspettare una risposta. “E voi toglietevi!”

Il viluppo di corpi torna a dividersi, e Luigi è trascinato come un bambolotto da una mano più forte della sua, sebbene poco più grande. Ma dove? Il bosco, laggiù, è ancora più fitto e più buio! Così fitto e buio che forse non vi fa mai giorno, ci si addormenta e si continua a dormire per sempre, sognando chissà che cosa?... No, Luigi non vorrebbe seguirla: le fa quasi più paura dei compagni... Ma indietro, ammesso che riesca a divincolarsi, non può tornare: ci sono quelli, e quando si gira li vede muoversi in massa come un mucchio di foglie secche in un turbine di vento, addirittura sgambettandosi l’un l’altro per essere i più vicini a lei.

 

“Chi vi ha chiamato, eh?” la bambina li affronta. “Sparite!”

Ancora una volta, mentre i compagni si bloccano come pupazzi, Luigi ha l’impressione che non comprendano le sue parole, che ubbidiscano solo al tono... E invece eccone uno più alto, più possente, più eretto, che al bambino pare quasi un uomo, farsi largo tra gli altri: “Perché lui sì e noi no?” protesta. E tutto l’odio di Luigi si riversa su di lui: gli sembra di averlo odiato da sempre, o quasi.
La bambina lo fulmina con gli occhi, ma poi guarda severa Luigi:
“Perché tu sì e loro no?” ripete, caricando la domanda d’ironia. “Tu che ne pensi?”
“Non lo so...”
Perché tu sì e loro no? Rispondi!”
“Eravamo insieme, prima... Eravamo amici...”

Solo questo sai dirmi?”

“Non lo so...”
“E allora nemmeno tu! Vattene con loro, ché tanto sei uguale sputato!”

Gli volta le spalle, fende i sudditi come se non ci siano, si allontana, scompare in quel buio ancora più fitto, e il terrore di Luigi, ora che la perde, per un istante sparisce con lei: la seguirebbe ovunque, nessuno potrebbe fermarlo! Ma si volge ai compagni ed è invece quell’illusoria audacia improvvisa a dileguarsi come un sospiro. Vorrebbe solo ornare da Stella ― rivedere lassù l’azzurro splendore del giugno, del compleanno, delle vacanze che cominciano, e il verde del pratone giù dal cupo pendio che l’hanno costretto a salire ― ma teme che al primo suo passo, a un movimento qualsiasi, al più lieve fremito che sentano vibrare in lui attraverso il lontano rombo d’astronave che fluisce su di loro dalle chiome degli alberi, i compagni riprendano a dargli la caccia e questa volta non si fermino finché non l’avranno ucciso, fatto a pezzi, divorato.

Oh, l’alba di Stella col Sole e il tramonto delle stelle con la luna! Oh, come il mondo cambia in un istante al solo vederla! Stella che fugando il buio s’inerpica verso di lui come un’orpina
― “ma che animale è, un’orpina?, forse una cerva?” ―
elegante di un’eleganza misteriosa, furente, selvaggia, che egli non le ha mai visto, e nella quale ancora non sa riconoscere, benché la senta e un po’ lo spaventi, l’assoluta natura umana che nel terrore di averlo perduto ha spento in lei fin l’ultimo barlume d’incivilito contegno. Ma ecco, non appena si accorge di averlo ritrovato, quel barbarico assetto si spegne come un cipiglio in un sorriso: il sollievo, la tenerezza, la gioia, la trasfigurano: è di nuovo la ragazza che torna ogni anno con l’estate e alla fine di giugno se ne va, lasciandogli nel cuore la sua dolce, rassicurante nostalgia: l’adulta (poiché a lui sembra tale) che il bambino più ama al mondo. E quando allarga le braccia per accoglierlo e rassicurarlo, egli, con stupore e tuttavia con appassionata consapevolezza, si sente cadere in ginocchio; e poi, con le lacrime agli occhi, baciare le morbide pieghe della sua gonna come un naufrago la madre terra.

 

“Mi hai disubbidito...” dice, rialzandolo, e la calma con cui gli parla, l’affetto con cui lo guarda, non attenuano ma rafforzano la gravità del rimprovero.

“Scusa!”

“Sei andato dove non potevo vederti...”

“Scusa! Non lo faccio più!”

“Ma io ti ho visto lo stesso! Dal primo momento!”

“Sì!” esclama il bambino, con gioia.

“Non ti ho lasciato un istante!”

“Davvero?”

“Certo! Ti ho messo alla prova, Luigi...”

“E io non l’ho superata...” sussurra il bambino, con voce di pianto.

“Sono qui, non vedi? Se non l’avessi superata non mi avresti veduta mai più...”

Non gioisce, il bambino, quando sul piazzale osa di nuovo guardare i compagni e li vede tornati quelli di sempre. Lascia che si disperdano senza salutarli. C’è Stella, ed è dolce darle la mano per attraversare la strada e non pensare a nient’altro. Nemmeno che se si voltasse non vedrebbe laggiù, oltre la siepe, sulla soglia tra il piazzale e l’Universo infinito, la bellissima bambina solitaria.

Eppure ogni mattino, per anni, uscirà di casa immaginando di rivederla, e ogni notte si addormenterà serbandone la speranza per il mattino dopo.
Sognando di sentire, già mentre scenderà le scale, il rombo lontano di un’astronave in attesa fra le chiome degli alberi del mondo dei sortilegi. Neanche da grande potrà scordarla. Stella, adulta come a Luigi sembrava quando era piccolo o bambina come apparve nel tempo di quel mondo, gli mancherà per sempre. Ma avrà sempre anche l’impressione che non lo abbia davvero lasciato: che per tutta la vita la sua invisibile ma percepibile presenza gli impedisca di essere “come gli altri”. E un giorno ― il più lontano possibile ― gli sembrerà che con lui non muoia. Che viva infinite altre vite, e che di lui tenga viva il ricordo tra coloro che altrimenti non saprebbero che è esistito.

 

 

2005 - 2024. Luigi Scialanca, luigi.s@katamail.com

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