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Ricordi Immaginari - Spiegare un Film a un Bambino

 

Rain man

 

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Charlie non è stato amato da bambino e, da adulto, è lui a non amare il prossimo. Perché chi ha sofferto fa soffrire gli altri?

Perché la sofferenza non insegna a essere migliori di chi ci ha fatto soffrire? (Sofia, a.s. 2006-2007)

 

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Titolo: Rain man

Titolo originale: Rain man

Regista: Barry Levinson

Paese di produzione: U.S.A.

Anno di produzione: 1988

Interpreti: Dustin Hoffman (Raymond Babbitt), Tom Cruise (Charlie Babbitt), Valeria Golino (Susanna)

Durata: 2h 10’

 

Il film

 

Rain man, l’uomo della pioggia: è così che Charlie Babbitt, da piccolo, storpiava il nome di Raymond, suo fratello maggiore. Charlie amava quel ragazzone un po’ goffo e taciturno a cui spesso lo affidavano: gli voleva bene perché esisteva, perché gli era vicino quando la freddezza dei loro genitori feriva gravemente il suo cuore di bambino. Ma poi, prima che Charlie imparasse a pronunciarne correttamente il nome, Rain man era improvvisamente scomparso e il suo fratellino non aveva trovato più nessuno che lo riparasse dal vento gelido che spirava da quel padre e quella madre anaffettivi.

Quando lo conosciamo, all’inizio del film, Charlie Babbitt ha dimenticato d’aver avuto un fratello. Come ha dimenticato, del resto, molte altre cose. Anche lui, ora, è un adulto freddo e razionale: un giovane che non pensa che al lavoro (inteso solo come fonte di guadagno) ma che non ha alcuna considerazione di chi lavora per lui; che ha una bella, intelligente e affettuosa ragazza, Susanna, ma non vuol darle nulla di sé e quasi nemmeno parlare con lei; che ha ancora un padre, da qualche parte, ma che, quando gli annunciano che è morto, non prova alcun dolore e non sa pensare ad altro che all’eredità.

Nonostante ciò, Charlie è considerato e si considera un uomo in gamba: non ha la minima idea di essere un malato di mente, perché la sua malattia, l’anaffettività, è così diffusa dove si adorano la razionalità, il potere e il denaro, che da molti è creduta la norma. Eppure, quando Charlie, andando in cerca dell’eredità paterna, riscopre all’improvviso di non essere un figlio unico, ecco che si dimostra perfettamente capace, invece, di riconoscere la malattia in un’altra persona, e cioè in suo fratello Raymond: perché Raymond è autistico, cioè non ha né può avere alcun rapporto con gli altri, che anzi gli incutono terrore anche solo se gli si avvicinano troppo; perché Raymond è prigioniero di mille minuziose abitudini, delle sue piccole manie, delle frasi che ripete ossessivamente; perché Raymond, se lo allontanano dal suo ambiente e lo privano dei suoi riti, ne è sconvolto come da uno scompiglio spaventoso e devastante.

Sì, Raymond è un povero mentecatto, e Charlie, che non ama né il padre né la ragazza né i colleghi di lavoro, come può volergli bene “solo” perché ha scoperto che è suo fratello? Lo “rapisce” dall’istituto dove è ricoverato da tanti anni e lo porta via con sé, è vero, ma solo perché spera, così facendo, di riuscire a impadronirsi del denaro che il padre ha lasciato a Raymond e non a lui.

Ha inizio, così, il viaggio di Charlie e Raymond Babbitt attraverso l’America, del quale il film è il racconto. Un viaggio che, se non guarirà Raymond dall’autismo (che purtroppo è assai poco curabile), farà però scoprire a Charlie il proprio bisogno di essere curato.

 

Il regista

 

Barry Levinson

Il commento di Luigi Scialanca

 

Il viaggio di Charlie con e verso Raymond è, in realtà, il viaggio di Charlie dentro di sé, per andare a scoprirvi qualcosa che non è una malattia del corpo, ma della mente, e che lo ha così distrutto che egli neanche sa di essere malato: la sua anaffettività, il suo non esser più capace, come lo era da bambino, di provare alcun sentimento per un altro essere umano. A parte, di quando in quando, un fastidio più o meno acuto e rabbioso nei confronti di chi tenta di avvicinarsi a lui più di quanto è “normalmente” ammesso dalle regole che delimitano le relazioni degli uomini e delle donne come Charlie, che si son resi “forti”, “efficienti” e “di successo” rendendosi irraggiungibili dagli altri e prigionieri di sé stessi.

 

Naturalmente non è necessario spostarsi fisicamente da un luogo all’altro, per compiere un viaggio dentro di sé. Però è così che queste “avventure interiori”, da tempo immemorabile, sono narrate nei poemi, nei romanzi e oggi nei film: come viaggi veri e propri. Forse perché altrimenti sarebbero molto più difficili da raccontare o da rappresentare? Anche. Ma soprattutto perché un viaggio, portando il protagonista in luoghi lontani o vicini, ma comunque diversi da quelli conosciuti, ben raffigura il solo vero percorso che ognuno compie nel corso della vita: il proprio cambiamento, in meglio o in peggio.

 

Il corpo può “realizzarsi” (diventare più capace, più forte, più agile, più esperto) solo fino a una certa età, oltre la quale comincia pian pianino a sciuparsi. La mente, invece (cioè il rapporto con gli altri, con sé stessi e col mondo) può realizzarsi sempre di più e sempre meglio fino all’ultimo giorno di vita. Eppure, accade invece che alcuni si rovinino anche “dentro”, e che inizino a farlo molto presto: talvolta, senza nemmeno aspettare che gli spunti il primo capello bianco o che gli solchi il viso la prima ruga.

 

Diventano anaffettivi. Come Charlie Babbitt, della realtà si riducono a vedere e ad apprendere solo la parte ridottissima (benché apparentemente immensa) su cui possono ragionare e calcolare, e conoscendo solo questa non possono che arraffarla, rovinarla e sprecarla. Non sentono più il multiforme spessore nascosto del mondo e soprattutto degli esseri umani, non immaginano più le affascinanti profondità che si celano in tutte le cose e soprattutto in ognuno di noi, non tremano né piangono né gioiscono più: hanno scambiato l’infinito umano con uno strano finito né umano né non umano, e tutto, da allora, nel momento stesso in cui appare loro, diventa, per loro, uguale a tutto il resto nello squallore.

 

È pensando agli uomini e alle donne come Charlie Babbitt che James Barrie, nello scrivere Peter Pan, fantasticò che almeno nell’Isolachenoncè si possa rimanere bambini per sempre: perché credette, nella sua disperazione, che quello dei Charlie Babbitt sia il destino di tutti gli esseri umani, che nel diventare grandi ci si debba per forza tramutare in pirati, in banditi senza cuore. Mentre noi, non condividendo il suo pessimismo, diciamo: “No. Non è vero che i grandi son tutti pirati. Come ogni altro animale, che per tutta la vita rimane l’animale che è, l’animale umano può per tutta la vita restare umano”.

 

Rain man, dunque, non è un film sull’autismo, e neppure un film sull’handicap in generale. Né, tanto meno, è un film sui cosiddetti “diversi” o sul valore della tolleranza. Al contrario, Rain man ci parla soprattutto delle persone cosiddette “normali”: delle persone come Charlie Babbitt, cioè, che pur essendo gravemente malati riescono a sembrare e perfino a credersi senza problemi finché non trovano il coraggio di accorgersi che son proprio loro, invece, i più “anormali” di tutti: quelli che riescono a sembrare e perfino a credersi umani anche se non sentono più di esserlo, e che ― recitando la parte degli amici, o degli innamorati, o dei genitori, o dei maestri saggi ed esperti, ma senza che nessuno, per loro, sia mai davvero importante ― son la causa di tutto il dolore (e talvolta della pazzia) di chi li ama.

 

Come smascherarli? La maniera c’è. E in Rain man la indica un personaggio che chi valuta gli esseri umani in base al loro “peso” economico può credere marginale, poco importante: Susanna, la ragazza di Charlie. Lei lo smaschera, lo vede com’è veramente e lo lascia. E ci riesce proprio perché non è anaffettiva: perché ama Charlie così tanto da non sopportarlo, da soffrire per la sua insensibilità come Charlie, da bambino, soffriva per quella dei genitori. È il dolore, infatti, il solo modo che abbiamo per scoprire chi è che non è più capace di provarlo perché si è tramutato in pietra dura, aguzza e gelida.

 

Ma Charlie Babbitt non è ancora del tutto un alieno: l’addio di Susanna lo fa soffrire, cioè lo cura; ed egli, smettendo di “specchiarsi” in suo fratello, inizia a scoprire dentro di sé il male (l’anaffettività e la stupidità) che credeva di vedere in lui. E ad amare di nuovo quell’uomo della pioggia, finalmente ritrovato, per la cui scomparsa, tanti anni prima, aveva “piovuto” le ultime lacrime.

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Le migliori domande dei bambini sul film

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(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media.

Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto... semplicistiche.

Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e non dimenticare di citarne l’autore!)

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