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Susanne Portmann

 

Lasciando il bosco

 

a cura di Silvia De Marchi

Ia edizione, settembre 2007

 

 

"Lasciando il bosco", di Susanne Portmann

 

     Il bosco, le streghe e la Storia dei Bambini...     

"Lasciando il bosco", di Susanne Portmann, a cura di Silvia De Marchi.

La copertina del libro, disegnata da Susanne Portmann.

David, giovane ingegnere cosmopolita che da anni evita di porsi troppe domande sul proprio passato e sul presente, è raggiunto in Uganda dalla notizia che sua sorella Anja  unextracomunitaria insolita, svizzera benestante con casa nel ghetto, orfana dalladolescenza, pittrice  è sparita da Roma.

 

Spinto a ricostruire la storia familiare da un evento che non può essere ignorato, David scrive il diario della sua ricerca sullo sfondo di una Roma discreta alla quale si lascia andare da naufrago, reduce da troppi viaggi senza meta, raccogliendo i sassolini disseminati nella memoria e inoltrandosi, così, nel bosco dellinfanzia abitato dal fantasma della strega di Hänsel e Gretel.

 

Io non voglio raccontare la mia storia! La so a memoria, ma non la capisco!

(dalla quarta di copertina)

Anatroccolo, anatroccolo,

siamo Gretel e Hänsel.

Nessuna passerella e nessun ponte,

prendici sul tuo bianco dorso.

 

(Capitolo I)

 

 

Forse mi sono messo a scrivere proprio per quelle righe che ho trovato in un file del computer di Anja:

Io non voglio raccontare la mia storia! Non si tratta di raccontare la mia storia; la so a memoria, ma non la capisco!...

(...) Beata lei, che poteva dire di saperla a memoria, la nostra storia! Che altro cè da capirci poi, oltre al fatto che la nostra è un po più difficile rispetto alle storie degli altri? E comunque di storie dinfanzia merdose ne è pieno il mondo! Solo gli occidentali possono concedersi il lusso di piangersi addosso per una vita, sul divorzio dei genitori e cose del genere, magari pagando lanalista per anni. Io avevo pensato di risolvere in questi termini il problema della nostra storia: accantonarla come una disavventura sulla quale era meglio non insistere a sprecare tempo. A me bastava pensare alla storia di Ljulé, il mio fedele tassista e amico di Entebbe, perché mi vergognassi della mia depressione, dei miei casini con le donne. Perché mi rendessi conto che si trattava di capricci occidentali.

Ma forse occuparsi della propria storia non è un lusso.

 

(Capitolo I)

 

 

Come quella volta a Barcellona, due anni fa. O tre anni fa? Non me lo ricordo, devo chiedere a Italo.

(...) Anja alloggiava allo Suizo. Tipico, per lei, andare a stare proprio là! Ed era particolarmente bella quando la vidi balzare fuori dal fruscio dei giornali di cui si era circondata sul divanetto della piccola lobby. Non era triste per niente a Barcellona, di questo sono certo. Mi spiegò tutto Picasso in un giorno solo. E spiegava bene. Era piena di allegria, e fu anche per questo che riuscì a convincermi ad accompagnarla all’inaugurazione.

Ma ci sarà Italo. Che figura ci faccio?

“Mi fai da cavaliere, no?”

Chiaro che non sarei mai potuto passare per il suo cavaliere. Qualsiasi osservatore non proprio cieco ci sapeva fratelli dopo la seconda occhiata.

Non credo che presentandoti con me, riuscirai a farlo ingelosire, tentai di obiettare.

“Ma io non ho bisogno di farlo ingelosire,” replicò seria. “Gli farà bene vedermi con te. Vedere che non casco nel nulla, non appena decide di piantarmi. E poi, quel maledetto vestito mi è costato un occhio della testa. Sarebbe un vero peccato sciupare l’occasione!

“Ci tieni tanto, eh, a Italo?”

Una domanda incredibilmente intima! Non so come mi venne. Ma lei non ci fece caso e la sua risposta fu tanto lapidaria quanto immensa.

“Sai, lui non si è mai curato del fatto che sono straniera.”

Motivo, questo, che in sé esprimeva molta parte del nostro dramma e il valore della persona in causa. Io, una donna che non si curi del fatto che sono straniero, ancora la devo incontrare!

La sera dell’inaugurazione, andando a prenderla all’albergo, entrai in quella gioielleria. Non so bene perché. Forse perché, scorgendo quelle perle passando, mi ero ricordato che Anja si era sempre rifiutata di prendere i gioielli di nostra madre. Forse perché mi ricordai che Anja non porta quasi mai dei gioielli. Neanche i buchi nelle orecchie si è mai fatta fare.

Quando uscì dall’ascensore, vestito lungo, scialle e tutto il resto, rimasi di stucco: non l’avevo mai vista vestita così! Sin dall’adolescenza ho visto mia sorella dedicare più tempo a dissimulare i suoi pregi, che non a valorizzarsi.

La invitai a sedersi un attimo al bar.

“Che cazzo fai? Dobbiamo andare, è tardi!”

“Il tuo linguaggio non si intona particolarmente al tuo abbigliamento. Ti devo dire una cosa. Dai, siediti un attimo!”

“Spero proprio che sia una cosa importante. È tardi, maledizione, sbrighiamoci!

“Cinque minuti. Vuoi da bere?”

“Bitter Campari, grazie. Con acqua  sparkling, mi raccomando, ma poca, oliva e niente limone!

Un’altra delle sue manie, quella di ordinare le cose prescrivendone la composizione chimica.

Le ordinai il drink e le accesi la sigaretta.

“Be’, sentiamo! Che c’è di così importante? Hai deciso di sposarti, per caso? A dirti il vero, l’idea di diventare zia non mi dispiacerebbe affatto: un mucchio di nipotini mocciosi a cui insegnare un po’ di pittura, fantastico! Sai, bisogna imparare da piccoli. È come con la musica. Altrimenti succede come a me. Diventi un mezzo dilettante indeciso!

“Ma che dici! E Van Gogh, allora, che si mise a dipingere a oltre trent’anni?

“A ventisette! Lui non c’entra, con lui è diverso. Era un genio!

“E Cézanne allora, anche lui non cominciò proprio all’asilo, se non sbaglio!

“Cézanne sarebbe diventato grande in qualsiasi cosa avesse deciso di fare. A cominciare dalla letteratura, a cui rinunciò per permettere a Zola di diventare quel mediocre scrittore che diventò!”

“Eh, mediocre adesso! Non capisco perché devi sempre essere così drastica. Per come ce lo facevano macinare al liceo, tanto mediocre poi non può essere stato.”

Mi guardò, strana: “Lo sai che Zola faceva spendere a Cézanne i pochi soldi che aveva in multe postali, perché usava della carta pesante per scrivergli? E nonostante Cézanne gli chiedesse e richiedesse di usare carta più leggera, perché altrimenti non poteva scrivergli quanto voleva. Secondo te, perché Zola continuava a usare della carta pesante?”

“Forse perché Cézanne gli scrivesse di meno per chiedergli soldi. Mi hai detto tu che non faceva che spillargli denaro.”

“La ragione non è questa. La ragione è che così, in mancanza di spazio per scrivergli altro, Cézanne era costretto a limitarsi a chiedergli i soldi. Zola continuava a usare carta pesante perché così non correva il rischio di leggere altro che quelle richieste, visto che Cézanne, a scrivere, era bravo quanto lui. Perché così ai posteri risultasse, come in effetti risulta, quanto era stato benefattore nei confronti di quel poveraccio di fallito, che non faceva che scrivergli per chiedergli soldi. Possibile che non lo capisca nessuno?”

Spense la sigaretta con un gesto di stizza e si fece seria. Seria, non triste.

“Lasciamo stare, lo so che non gliene frega niente a nessuno di Zola che faceva le cattiverie a Cézanne. Chissà perché poi ne deve importare tanto a me, di queste cose, non riesco a capirlo neanche io. Andiamo, dai! Ah, no, che volevi dirmi?”

“Non volevo dirti niente, volevo solo darti questo. È per avermi spiegato Picasso, ieri. Per me è importante che tu ti occupi di Cézanne e degli altri.

Quando aprì la custodia e vide il filo di perle, si mise le mani sulla fronte, nascondendo gli occhi. Abbassò la testa sulla custodia aperta sopra le ginocchia. Fu un movimento lento. Rimase ferma così per un’eternità di secondi. Mi sentii a disagio e le misi la mano sulla nuca. Portava i capelli corti, quella volta. Quando rialzò finalmente la testa mi guardò dritto negli occhi. Non ci furono lacrime, solo quello sguardo, in cui c’era tutta lei, anche quello che avrei voluto che la nostra storia le risparmiasse e che lei non lasciava trapelare mai. Durò solo l’istante di dirmi: “Vado a rifarmi il trucco.”

Ridiscese poco dopo, ricomposta. Sorrideva e aveva messo le perle. Le offrii il braccio e c’incamminammo. Nel Barri Gòtic mi fermò per abbracciarmi, velocemente.

Italo, non appena se la vide davanti in mezzo alla folla al mio braccio (che non lasciò per tutta la sera), ci ricascò all’istante.

A Barcellona saltammo uno dei nostri addii della serie. Nel senso che forse, una volta tanto, riuscii a metterci un po’ di affetto nei saluti, mentre la guardavo ripartire con Italo.

 

(Capitolo I)

 

 

Soltanto ai primi di dicembre, quando leggemmo sui giornali dellarresto del datore di lavoro di Anja e di tuttuna serie di altri personaggi poco raccomandabili, capimmo quella scena di Colombrini. Egli, in verità, faceva parte del nucleo per la tutela del patrimonio artistico, che già da qualche tempo teneva docchio la galleria dove lavorava Anja. Gli oggetti darte povera e le installazioni demenziali, di cui lei si occupava, di fatto servivano come copertura e spesso come mezzo di trasporto a un losco traffico internazionale di pezzi darte antica.

Forse sua sorella si è licenziata proprio perché aveva scoperto che qualcosa lì dentro non andava, mi disse Colombrini in quei giorni. Era cambiato rispetto alla prima volta, molto più simpatico. “Oggi sappiamo che sua sorella non centra niente. Mi dispiace, noi abbiamo sospettato un suo coinvolgimento perché si occupava direttamente delle vendite estere. Ammetto che il fatto che sia svizzera ci ha indotto a qualche pregiudizio, visto che è nel vostro paese che parte del nostro patrimonio culturale viene trafugato per essere immesso nel mercato internazionale. E poi ci ha insospettito soprattutto il fatto che sia sparita proprio durante le indagini. Sono stato un po brusco con lei allinizio, ma non potevo metterla al corrente prima di concludere linchiesta.

Non aveva da scusarsi, gli dissi.

Noi comunque, se questo le può essere di conforto, grazie a questa faccenda abbiamo potuto fare molto di più per sua sorella che in altre circostanze. Mi dispiace per la pubblicità che ha avuto sulla stampa, ma a dire la verità, a noi, la sua scomparsa ha fatto comodo. Unottima scusa per indagare più rapidamente e a fondo. Perquisizioni incluse.

Fece una pausa.

“Forse sua sorella sta nascosta proprio per questo, perché teme di essere sospettata. Abbiamo revocato la richiesta di segnalazione, ora che è tutto chiaro. Forse leggerà qualcosa sui giornali, ovunque si trovi, e si metterà in contatto con lei. Sorrise. Può stare tranquillo, abbiamo revocato anche il controllo sul telefono. Non si preoccupi, tutte qui le precauzioni che avevamo preso. Non abbiamo mai pedinato né lei né sua sorella.

Telefono sotto controllo!? E da quando?

“Dalla metà di luglio.”

Ma allora lei sa un mucchio di cose che non mi ha detto! Sa magari se mia sorella ha parlato con qualcuno, se ha ricevuto delle telefonate strane!

“No. Nessuna telefonata strana. Tutti amici, comunicazioni normali. Strano è soltanto quanto poco usasse il telefono, sua sorella. Ci è venuto il dubbio che sospettasse che il suo apparecchio fosse sotto controllo e che quindi evitasse di parlare da casa. Anche dal lavoro faceva pochissime telefonate private. E quindi niente, a meno che non sospettasse davvero e usasse i telefoni pubblici... Per quanto mi dispiaccia, per noi, ora, sua sorella è una persona adulta e responsabile di sé stessa che, per libera scelta, ha deciso di andarsene. Io cercherò di aiutarla quanto posso, ma temo che non sarà molto, dora in avanti. Che pensa di fare, adesso?

 

(Capitolo II)

 

 

La speranza della gioventù resta quella che un giorno lavrai vinta, che ti riconosceranno come vero ciò che quelletà può restituire soltanto in poesia che tu adoperi per sopperire al tassello venuto a mancare nella coesione del mondo.

Lo sforzo nel tenere lo slancio  insostenibile  di tutta te stessa verso il mondo, nasceva allora dalle viscere e ti faceva piantare le gambe a terra per tenerti ferma. Ti faceva stringere le mani in cui il tuo cuore infine riversava poche parole, un granello di verità fatto di immenso sentire.

Ma viene un giorno, come questo di oggi, in cui la morte si presenta sotto lultimo albero e te lo taglia in un colpo secco: e lalbero cade, la morte non cè mai stata e il mondo tira avanti dritto, senza di te. E tu sei allora costretta ad ascoltare la tremenda sinfonia della storia umana e a mendicare una briciola dellamore  di pochi  per lUmanità intera, che ha impedito alla memoria del mondo di ingoiare il ricordo dei piccoli e dei senza nome. E da quel giorno, lunica speranza sarà quella che lala di un tale amore ti possa sfiorare, fosse solo per un istante.

Questo testo risale al 17 febbraio dellanno scorso, pochi giorni prima che ci incontrassimo a Parigi. Il tono di pezzi come questo, allinizio mi fece pensare che stesse scrivendo una specie di romanzo. Ma non riesco a scoprire una trama, né un filo che potrebbe collegare i file...

(...) Già a Taipei mi ero concentrato sui file siglati, pensando che avessero importanza, altrimenti  pensavo ― non si sarebbe presa la briga di dargli un nome. Sono 189. Quello della morte che taglia lalbero, lo aveva chiamato Oltre la poesia e forse mi è rimasto particolarmente impresso perché lo lessi la notte in cui il tifone prese di striscio la costa pacifica dirimpetto a Taiwan. Forse fu quella la volta in cui mi resi conto di quanto avevo paura per lei. Una paura fottuta, il terrore allo stesso stato puro di quando ero piccolo, che mi faceva riecheggiare qualcosa. Dallalto della mia stanza avevo osservato giorno per giorno come i locali legavano gli alberi davanti allo spiazzo della city hall. Penso che avessero legato ogni maledetto alberello cresciuto sullisola, in quei giorni. Che sapessero cosa stavano facendo, lo capii la notte in cui mi toccò osservare quello spettacolo dinferno del tifone, sentendo come ballava la torre al mio undicesimo piano. E pensare che lo stavamo prendendo solo di striscio! Una tremenda sinfonia”, esattamente come aveva scritto lei, ecco cos’era! Fu lì che mi resi conto di quanto, in qualche modo, da sempre e comunque, penso a lei. No, meglio, io da sempre penso con lei. L’allegria che precedeva i nostri incontri non doveva essere altro che il lasciar emergere quel flusso di dialogo muto, sotterraneo e costante che c’era tra me e lei e tra me e me con lei, chissà da quando. Ci fu un momento nell’inferno di vento di quella notte, in cui ebbi la netta sensazione che qualcosa rischiava di essere sopraffatto, rischiava di essere messo a tacere in mezzo all’urlare di quel boia di vento: un miagolio debole, che tentava di farsi sentire.

Mentre nei giorni precedenti tutti erano indaffarati a legare ogni cosa, il mattino dopo tutti si davano da fare per rimettere a posto tutto ciò che non era stato legato.

Fu lì che mi accorsi che riprendeva a fluire nella mia mente quella specie di dialogo interiore: Nit dr wärt, mon grand démerdeur! Et si on fouttait le camp?  Zitta! I’m on duty!

Lo afferrai all’istante e con chiarezza: una specie di soliloquio che si svolgeva nelle diverse lingue con cui io e mia sorella, fin da piccoli, ci parlavamo. E rimasi stupito nel rendermi conto non tanto di questa mia attività mentale sotterranea, quanto piuttosto del fatto che l’avessi ritrovata dopo averla persa chissà per quanto tempo.

Trovai immediatamente la soluzione per squagliarmela, contattando il nostro responsabile a Hong Kong il quale chiese al meccanico di turno di raggiungermi in aeroporto. Dopo avergli spiegato tutta la procedura da seguire per il montaggio, feci in tempo a prendere il volo per Francoforte, quella notte stessa.

 

(Capitolo II)

 

 

Fu rimuginando su queste cose che ebbi l’illuminazione sulla passione di Anja per Holden. Non è per la storia di come Holden si salva da Mr Antolini, per come J. D. apre gli occhi sul pericolo degli Antolini in generale, su come ti piombano addosso camuffati da grandi benefattori, pedagoghi e amici, proprio quando sei più disperato. No, è per Phoebe che lei amava questo libro! Per quella piccola lady, che salvò quel gran coglione di Holden. Per Anja che aveva sempre da salvare quel gran coglione che sono io, Phoebe doveva rappresentare la speranza più intima della sua vita. Perché questo libro è stato l’unico a parlarci di fratelli e sorelle.

 

Un documentario sugli orfani di Phnom Penh: piccoli bambini nudi che tengono per mano bambini nudi ancora più piccoli mentre camminano sotto la pioggia. Nessuno di loro ha più di sei anni. Nessuno sa se sono fratelli. Quelli più grandi adottano quelli più piccoli senza che nessuno gli dica niente. Li tengono per mano e camminano in mezzo al fango la mattina presto, sotto la pioggia, quando vanno in cerca di cibo. Li tengono per mano la sera tornando verso i loro nascondigli fuori città, sotto la pioggia.

Ho visto un servizio su dei bambini piccoli e piccolissimi nei nidi. Quando un bambino si mette a piangere, gli altri gli vanno vicino e lo consolano finché non smette di piangere.

Ho visto una bambina ieri. Non ha neanche un anno e mezzo. È venuta a trovarla un’altra bambina di un anno più grande. La più piccola è corsa verso di lei e ho visto questa scena: due bambine l’una di fronte all’altra, quasi immobili a guardarsi negli occhi a lungo. La più piccola che faceva  aah, aah  e torceva lievissimamemte il corpo, tenendosi saldamente sulle gambette. E poi, con una delicatezza mai vista, ha allungato la manina verso gli occhi della più grande e le ha appena sfiorato le palpebre e le ciglia, muovendo soltanto la testa che teneva vicinissima al viso che l’altra, la più grande, le porgeva senza il minimo timore.

Non è nei bambini che non funziona la specie umana!

 

(Capitolo III)

 

 

Ma l’essere solitaria di Anja è una cosa totalmente diversa. Lei, per quanto possa sembrare assurdo, è solitaria per eccesso” di rapporto. Non certo per quella superficialità che sta alla base dei miei rapporti effimeri.

Non di rado, parlando con le persone che conoscono Anja più da vicino, ho percepito una specie di rancore verso di lei, specialmente nelle donne. Soltanto in Lorenza non si manifesta, Italo a parte. È la precisa circostanza della sua sparizione e dell’aver a che fare con Lorenza e Italo da mesi, che mi rende capace di percepire in modo chiaro questo risentimento” degli altri verso mia sorella. Perché, prima, anche il mio rapporto con lei era pervaso da qualcosa di simile. Non da sempre, ma da un certo punto in poi. Forse è iniziato proprio con Sandra. Come se quella volta l’avessi delusa. Come se avessi percepito in Anja un giudizio. Una cosa che mi faceva incazzare da morire e che forse ha fatto incazzare anche queste persone con cui ho parlato. Ma non era lei a giudicare, oggi lo so. Il rammarico degli altri, il mio rancore verso di lei di un tempo, si legano a un malinteso assurdo, un non voler ammettere qualcosa a sé stessi che lei ti palesa con una distanza che prende, fino a sembrare superba. Ma è voler accusare lei di qualcosa che non riesci a vedere o ammettere in te stesso. Preferisci accusare lei proprio perché lei, questa cosa che sembra rimproverarti, non ce l’ha.

 

(Capitolo IV)

 

 

Il dubbio che Anja si sia inventata questa storia di scomparire per acculturarmi, mi è venuto più di una volta. Io non sono un intellettuale e chissà se lei non ne soffrisse. (...) Penso di essere arrivato fino a metà delle medie senza leggere per intero un solo libro. (...) Impossibile capirci più di tanto, io, degli scritti di Anja. Quanto fosse serio il problema, mi balenò con pezzi come questi:

Scrive il poeta inglese: The woods are lovely dark and deep/ but I have promised to keep/ and miles to go before I sleep/ and miles to go before I sleep.

Scrive il grande poeta: Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ che la diritta via era smarrita./ ...ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai/ dirò de l’altre cose ch’i vi ho scorto.

Scrive il poeta tedesco: Über allen Gipfeln ist Ruh/ In allen Wipfeln spührest du kaum einen Hauch/ Die Vögelein schweigen im Walde/ Warte nur, balde/ ruhest du auch.

Comprendere la differenza che corre tra le parole di questi tre uomini. Cogliere la differenza tedesca! Un piccolo avverbio prende il posto dell’altro, il but e il ma cambiano in nur. Il bosco, selva animata da belve in Dante, ma in cui egli pur sempre trovò del ben, che Frost non può che dire con lovely, in Goethe sparisce: lascia il posto a singole cime senza tronchi e senza terra. Cime nel nulla, in cui l’assenza di luce, spazialmente e temporalmente circoscritta al bosco, si va trasformando in assenza eterna e totale di un qualsiasi suono, esaltando con il kaum, con il dubbio, questo silenzio spaventoso, in cui ti resta  nur  di aspettare... la fine.

Hanno cercato le origini del nazismo in tutto, nella genetica, nella storia, nella sociologia, in questo e in quell’altro. Ma la disumanità che già albergava nel tacere del canto degli uccelli, nel silenzio delle cime di Goethe, chissà se mai la prenderanno in considerazione?

Bell’analisi! disse Lorenza, dopo aver scovato nella sua libreria una copia in italiano di Frost e una di Goethe e dopo aver rintracciato il pensiero di Anja e avermelo spiegato, per quanto possibile. (...)

 

(Capitolo IV)

 

 

Aspettando,

questa notte

la luce sorgerà da dentro i tuoi occhi

il tempo si dispiegherà dalle tue mani

e le tue labbra scriveranno sulla mia pelle

l’amore

che domani

il mio corpo canterà

camminando.

Domani

l’immagine del tuo ricordo

dentro i miei occhi

porrà

un’altra pietra alla difesa

della città.

Aspettando

ascolto il suono della notte

che mi annuncia i tuoi passi.

 

Non so cosa ne direbbe un esperto, ma a ricevere io una cosa così da una donna, una donna che mi aspetta così, insomma, non so... deve essere una gran responsabilità. È questo che sento in Italo: che è uno all’altezza di una responsabilità del genere.

Una volta ho provato a chiedergli della loro separazione, perché questo non riesco a immaginare, dopo aver letto le poesie: perché si erano lasciati, cioè lei, perché lo aveva mollato.

“Non so, nei mesi che ci eravamo lasciati, per un verso stavamo anche meglio di prima. Avevamo smesso di tormentarci, questo sì. Quando si sta con una donna, si litiga, altrimenti non ha senso. E Anja, scusami se te lo dico, per certi versi è una gran rompiballe! Per questo, dopo, quei mesi senza di lei per me non hanno avuto granché senso. Non si litigava più e la cosa mi mancava, come se mi mancasse lei, ciò che lei era, quella gran rompiscatole che è! E questo nonostante che ci si vedesse e che per un verso si stesse pure meglio di prima, senza litigare.”

“E adesso, litighi con qualcuno?” gli chiesi.

In quel momento sentii che potevo chiederglielo.

“No. Ho litigato un po’ ad agosto. Ma non era granché. Non c’era gusto ad agosto e adesso sarebbe impossibile comunque.

“E io che ho sempre pensato di sbagliare qualcosa con le donne perché ci litigavo!”

“Dipende. Dipende su che cosa hai da litigare.”

 

(Capitolo V)

 

 

Sembra che gli spazi della memoria non riescano a ricongiungersi, non riescano in nessun modo a tornare congruenti con quelli reali, una volta divenuti ricordi. La memoria altera, deforma, amplifica, colora. La memoria è sempre di più, ha qualcosa di più. Come se prestassimo un essere alle cose che le cose non hanno, quando ci vivi assieme. Come se noi le animassimo di un’essenza. E quando ti lasci dietro le cose, te lo riprendi, il tuo essere che avevi prestato alle cose, agli spazi, ai paesaggi, mentre ti circondavano.

Con le persone non so come funziona. Con le persone è diverso, non capisco. Forse perché con le persone è difficile fare il paragone comunque, perché cambiano come te, mentre si va avanti nel tempo. Oppure perché non ci sono più le persone, mentre tu vai avanti. Con le persone rimane qualcos’altro, quello che si è vissuto, quello che eri, tu o l’altro, o tutti e due assieme. Anzi, la cosa difficile è proprio carpire quest’altro: un’essenza labile che sembra mi sfugga sempre per il terrore che mi sfugga. Darei qualcosa per capire come funziona con le persone, quando non ci stai più assieme!

 

(Capitolo VI)

 

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Susanne Portmann

Susanne Portmann

Susanne Portmann

 

Susanne Portmann è nata a Basilea nel 1960 ed è madrelingua tedesca. Vive a Roma da 25 anni.

 

E Susanne mi regala e ci regala una storia bellissima, mi dice e ci dice che quelli che impazziscono, i bambini che si perdono non lo fanno così, da soli, per una maledizione del cielo o per un’avversa congiunzione astrale o perché, una notte, fissarono troppo a lungo una luna che era troppo piena e splendente e fredda. E che vicino a loro, molto vicino, troppo vicino, c’era qualcuno che non era quel che era, quel che sembrava essere, quel che sarebbe dovuto essere...

 

(dalla Prefazione di Claudio Alvigini)

 

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