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Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

Ma perché è un Paese Immaginario?

 

Lettera aperta a Vittorio Meddi, sindaco di Anticoli Corrado dal 2001 al 2011

 

Home     Commento di Daniele Misnoli

 

Immagini di Arturo Martini in attesa di andare per le vie, nel Paese Immaginario (1931).

Immagini di Arturo Martini in attesa di andare per le vie, nel Paese Immaginario

 

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Sabato 30 settembre 2006, nel Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado, un eletto manipolo di pregevoli oratori ha presentato a un folto e non meno distinto uditorio il Catalogo generale del Museo, curato da Marco Occhigrossi e Paolo Bertoletti1; il primo numero, Essere donna essere uomo nella Valle dell’Aniene, della rivista Riflessipatrimoni culturali a confronto, a cura di Paola Elisabetta Simeoni; e l’attesa ristampa di Un paese immaginario: Anticoli Corrado, di Umberto Parricchi. Che è un libro molto bello e una splendida prova d’affetto e d’intelligenza per questo paese, per la sua gente e per gli Artisti che ad Anticoli, per ben due secoli, hanno trovato, oltre che ispirazione, amore e amicizia sinceri e duraturi.

 

Ma le orazioni sono state brevi, disadorne, gli applausi lesti e sommessi, e all’autore di queste righe è parso che fossero tali non per inettitudine o indifferenza dei relatori o del pubblico, ma per la stanchezza di entrambi: un affaticamento psichico, più che fisico, e cagionato non da ansie o impegni lavorativi, e neanche dagli anni ― anche se non pochi dei tanti presenti ne avevano, a dir poco, tanti ― ma bensì da molesti pensieri gravanti sulle loro menti. O forse da un pensiero, da uno solo, si è detto il Prof, notando senza troppo stupore che sui volti di quasi tutti aleggiavano malinconie e disincanti che erano e li rendevano simili ― malgrado le ampie differenze tra un naso e l’altro ― e che un savoir faire non meno annoso di quegli spiacevoli sentimenti non riusciva a dissimulare. Ma quale pensiero?, si chiedeva il Prof, mentre le composte parole e le parche facezie dei conferenzieri resuscitavano nella sua memoria remote immagini vespertine di grani di rosario stropicciati dai polpastrelli di anziane signore...

 

Ed ecco che sulle labbra del sindaco, Vittorio Meddi ― a un tratto prominenti come se egli, per farne scaturire le parole che state per leggere, si fosse rifatto bambino anche fisicamente ― ecco che sulle labbra di Vittorio (al quale un oratore si era poco prima riferito chiamandolo socialista, in tal modo forse innescando nel nostro amato primo cittadino l’intima reazione che per un attimo gli ha restituito la fanciullesca capacità di stupirsi e incuriosirsi con ingenua sincerità) all’improvviso è fiorita una domanda che ha scandalizzato molti degli astanti ― tanto che la sedia del più emotivo ha fragorosamente ceduto sotto il peso del suo malcontenuto disdegno ― ma che al Prof ha elargito una provvida rivelazione:

 

“Ma perché mai Anticoli Corrado è un paese immaginario?” ha esclamato il più innocente (e perciò simpatico) degli amministratori comunali. “Vi confesso che noi, ancora oggi, lo ignoriamo! E che ci piacerebbe moltissimo saperlo!... Non si potrebbe, allo scopo, indire un seminario di studi?”

 

Un percepibile imbarazzo ha attraversato la sala svelto svelto, come uno di quei brividi arcani che inducevano i nostri avi a fantasticare che qualcuno stesse passeggiando là dove un giorno sarebbero state scavate le loro tombe. Un imbarazzo, si è detto il Prof, non diverso da quello che in certi adulti è suscitato dalle domande dei bambini alle quali non sanno rispondere. Poiché il sindaco, forse inconsapevolmente, aveva violato il tacito patto perverso che impegna i convegni di adulti ― quale che sia lo scopo che li riunisce, si tratti di un’orgia alla Eyes wide shut o di una messa funebre ― a non manifestare e, se possibile, a non provare alcun sentimento sincero, gli uni per gli altri, che turbi l’ordinata compostezza razionale che preserva il loro parlarsi e toccarsi dall’esser vero e fecondo, e la rassegnazione in cui si asserragliano dallo scoprirsi vana come la fortezza de Il Deserto dei Tartari: per un attimo s’era rifatto bambino, il buon Vittorio, e aveva espresso con sincerità ― come fanno i bambini finché non li si costringe a imparare a contenersi ― il tremulo stupore e la sincera curiosità che nell'84 non colse certo solo lui, nel nostro piccolo, caro paese, e che, da quel dì, attende ancora una risposta:

 

Ma cosa c’è d’immaginario, ad Anticoli Corrado?

 

Come ci sei andato vicino, sindaco caro! Se avessi insistito, se avessi preteso che alla tua domanda gli astanti o i relatori rispondessero ― se avessi pianto e strepitato come un lattante, per quel frigido diniego opposto al tuo aprire le braccia per essere sollevato e accolto fra le loro ― lo stagnante convegno si sarebbe tramutato come per incanto in un happening sessantottino. E molti, dinanzi a te, si sarebbero stracciate le vesti e strappati i capelli, ansimando al contempo di sollievo, nel rivelare finalmente a sé e a tutti il pensiero che da tempo li deprime e li spossa, e che anche quel giorno ― ribadendo una vetusta e malinconica consuetudine ― rendeva disadorno il loro dire e stanco l’applaudire: il doloroso pensiero, cioè, di non sapere e non riuscire a capire ― e di non farcela neppure a pensare ― perché mai creino, quelli che creano; e che cosa davvero ci sia (da pensare, capire e sapere) nelle immagini che essi creano e offrono a noi come un dono imperscrutabile.

 

Ragion per cui, caro sindaco, ascoltano buoni buoni e perfino trangugiano qualunque arzigogolo erudito e astruso, purché non lo renda vivo e vibrante un’autentica passione, e non sopportano invece alcuna domanda che come la tua pretenda davvero una risposta che non sanno neanche cercare, e che non vogliono ammettere di non saper trovare. Ed è per questo che paiono e sono così stanchi, e le parole gli escono a fatica dalle labbra e gli applausi a stento dalle mani: li snerva l’eterno non voler sapere di non saper pensare, e la mai compiuta fatica di continuare a nasconderlo a sé stessi e ad ognuno.

Ma tu avrai lo stesso una risposta, caro sindaco, perché non sarebbe umano (né bello da vedere) lasciarti così, le braccia protese, le labbra tremanti di pianto trattenuto a stento. E anche perché non sarebbe giusto impoverire ancora di più le già languenti finanze comunali per indire costosi seminari, quando alla tua bella domanda c’è chi può rispondere per il puro piacere di farlo, e senza nulla pretendere in cambio: risposta che puoi leggere qui e ora, se non sei già stanco anche tu, e che in perfetta umiltà intitoliamo:

 

 

Ecco perché è un Paese Immaginario!

 

Tutti i paesi, caro Vittorio, sono paesi immaginari. Immaginaria è persino la Natura, là dove le sue foreste sono state sostituite dalle ordinate coltivazioni inventate da alcuni o dai deserti creati da altri. E tanto più son dunque immaginari i luoghi abitati, dove ogni pietra sta dove sta e ogni strada a un certo punto ne incrocia un’altra ― o a una certa altezza sfocia in una piazza ― perché degli esseri umani hanno così voluto per averlo prima immaginato: per aver prima creato con la mente ciò che poi hanno fatto con le mani là dove prima non c’era alcunché e niente ci sarebbe mai stato, se essi non l’avessero fantasticato e desiderato e realizzato.

 

In questo mondo antropizzato, solo chi cade da una nave nell’oceano va a finire in un luogo che d’immaginario non ha alcunché: natura allo stato puro, senza traccia di creatività. Mentre chi cammina per le vie di una città o di un paese ― fosse pure il più primitivo dei villaggi aborigeni ― si aggira in un’invenzione, in una fiaba, in un affresco più o meno vasto e complesso. Che altri hanno composto, nel tempo, concretando e amalgamando le fantasie e le speranze di ognuno, piccole o immense, splendide o meschine che fossero: tramutando le immagini mentali in costruzioni di frasche, o di legno, o di pietra (o di cemento, dobbiamo ammetterlo!) e in percorsi fra di esse, ben pavimentati come piazza delle Ville lo è oggi o di terra battuta com’essa era fino agli anni in cui erano bimbi i più vecchi di noi.

 

Ma le fantasie ― una volta che l’arte e la tecnica ne hanno fatto edifici, strade, piazze ― non sembrano e non sono più fantasie: sono oggetti reali, concreti, tra i quali, se non si sta attenti, si può battere la testa contro un muro o finire schiacciati sotto una macchina: che prima di esistere era solo un’idea immateriale nelle menti degli inventori, ma che adesso è un oggetto che pesa migliaia di chili e fa i duecento all’ora. E noi, perciò, fatichiamo a renderci conto che i luoghi in cui viviamo sul serio, coi nostri fisici corpi, sono al contempo creazioni della fantasia: dove si vive male, se sono stati immaginati male da menti malate, o dove invece si sta bene, se ideati con amore da menti sane. Addirittura stentiamo a rammentare che d’immagini, di sentimenti e di storie son pieni gli occhi dei bambini, delle donne e degli uomini che la fretta non ci fa quasi vedere né il baccano udire. Eppure lo capiamo, lo sentiamo che è così, ma intanto ci assediano e ci tormentano i morti viventi che vogliono che gli oggetti siano solo oggetti e gli esseri umani nient’altro che energia immagazzinata nelle ossa, nei muscoli, nella carne, nient’altro che fatica da sfruttare, nient’altro che denaro da spillare: dalle cose come se ne fosse l’anima e dai corpi come se ne fosse il sangue.

 

E noi rischiamo di credere loro, di rassegnarci, di dimenticare. Di annullare l’umanità, che è in ogni luogo e la vera anima di ogni cosa, e delirare che non vi siano che corpi semoventi e oggetti inanimati. Che non solo i campi, le industrie, i paesi, ma neanche i bambini, le donne, gli uomini celino alcunché d’immaginario, nel mistero degli sguardi che versano su di noi dalle fredde o commosse finestre degli occhi, come nell’Attesa di Arturo Martini. Che il solo animale umano della Terra ormai si sia estinto, o non sia esistito mai.

 

Ma ad Anticoli Corrado meno, caro Vittorio. Molto meno!

 

Anticoli Corrado, infatti ― benché sia una località davvero esistente e, per così dire, in carne e ossa ― al tempo stesso è più immaginaria d’ogni altra. E non perché sia un paese finto, illusorio, un labile miraggio che da un momento all’altro ci restituirà alla nostra disperata e febbricitante arsura di sognatori bambini sperduti dalla vita in un deserto di dura e spietata materialità, dove non si sopravvive che facendosi di pietra ― giacché era questo il timore facilmente intuibile nell’accoratezza della tua domanda, caro sindaco: il timore di un bambino un po’ birbante che si riscuote a un tratto dalla smemoratezza dei suoi giochi e scopre d’esser solo in casa, e teme che ciò che fantasticava si sia avverato... No, Anticoli è immaginaria non perché non esista davvero ― come vuole chi ogni giorno vi si aggira senza vederla né riconoscerla, come se non fosse che polvere e in polvere fosse tornata ― ma perché (a differenza di ogni altro paese, villaggio o città, la cui sempre più pesante concretezza materiale, fisica ed economica soffoca e schiaccia il nostro sempre più indistinto sapere che sono anch’essi dei luoghi fantastici da cima a fondo) Anticoli invece no, non ti permette di annullarla: ti si fa vicina, vicina, ti guarda negli occhi, ti sfiora con una carezza, ti prende per mano, ti tocca là dov’è così raro che ti tocchino perfino quando ti toccano ― nella mente e nel cuore ― e ti costringe a vederle, le immagini, le storie, i sentimenti che son racchiusi nella pietra e nella carne dei luoghi e dei corpi.

 

Ed è per questo che altrove la sindrome di Stendhal ti può cogliere solo nei musei e nelle chiese mentre Anticoli può turbarti e inquietarti in ogni luogo, in ogni sguardo che penetra nel tuo; è per questo che ad Anticoli può sentirsi male o anche impazzire ― e dopo qualche ora o tutt’al più qualche anno dover andarsene e fuggire ― chi da tempo era cieco e sordo agli immensi contenuti di quel ch’è umano; è per questo che ad Anticoli diventa sempre più tristo e maligno chi a tutti i costi resiste nell’anaffettività di credere che le pietre e la carne non sognino. Poiché ad Anticoli l’infinito (che non è in Dio ma in noi) balza fuori ovunque dalle cose e dai volti e ti viene incontro con gioia, come l’amore in un bel sogno. E se invece sei chiuso in una qualche corazza di odiosi timori o di antiche delusioni, allora Anticoli ti affronta, ti percuote e la fa a pezzi, la tua armatura; e dai e dai ― se non eri già morto da un pezzo senza voler ammetterlo ― ecco che dal buio un bel giorno vien fuori il nudo e pallido tuo corpo che da tanto non vedeva il sole, caro Vittorio, e che vacilla, come uno sguardo non avvezzo alla luce, dinanzi all’immaginario che gli occhi a un tratto vedono trasparire ovunque, dalle commessure fra le pietre non meno che dalle rughe nei volti.

 

Ma come mai? Ma perché? Forse ― tu suggerisci ― proprio perché gli Artisti, che ad Anticoli hanno vissuto e lavorato e amato, ne hanno tratto centinaia e forse migliaia di opere?

 

Certo! Ma non solo. Poiché vedi, caro Vittorio, se non si trattasse che degli Artisti... Di quelli ce ne sono stati e ce ne sono dappertutto. Ma solo qui hanno reso immaginario un intero paese per quattro generazioni. Un po’ come in quello spot di qualche anno fa, ti ricordi?, in cui i bambini sullo scuolabus, quando il bel giovane lascia il paese, hanno tutti gli occhi azzurri come lui e lo guardano come se sapessero d’essere tutti suoi figli. (Eh, gli spot pubblicitari sono una brutta cosa, caro sindaco ― ti auguro di non esser mai così ricco da incorrere nella tentazione di comprarne uno per diventarlo ancora di più ― ma ogni tanto perfino lì c’è dell’immaginario un po’ più elevato di quel che ne basta per indurre il prossimo a crearsi dei bisogni inutili).

 

Non c’è dubbio che gli Artisti, ciascuno a suo modo, dipingendo e scolpendo Anticoli e la sua gente, hanno reso vere in loro le proprie fantasie. Che le viuzze, le scale, le casette che pian pianino si calano giù dal monte andando indietro e puntando i piedi per non precipitare e soprattutto i volti delle donne e degli uomini e dei bambini, a loro volta sono stati resi immaginari nelle opere dei pittori e degli scultori. Che qui, ancora oggi, quando percorri una via, entri in una casa, ammiri una donna, stringi la mano a un uomo, sorridi a un bambino, tu non vedi, in essi, solo le pietre e i selciati, la carne e le ossa di cui son fatti, ma anche le creazioni degli Artisti che continuano a realizzarsi benché gli autori da tanto tempo non ci siano più. Che qui, mettiamo, quando guardi negli occhi una bella ragazza, ancora oggi ti pare di scorgervi lo sguardo di Lina Ciucci nel ritratto che Adolfo De Carolis le dedicò nel 1899, tre anni prima di sposarla, e allora sembra anche a te ― come parve a lui ― che quella ragazza sia la tua immagine femminile che ti viene incontro nella realtà come finora aveva fatto solo in sogno... Ma se non si trattasse che di questo, caro Vittorio, vorrebbe dire che Anticoli e la sua gente non sarebbero state che l’oggetto passivo della creatività altrui: creta da modellare, o marmo ― tutt’al più ― da cui tirar fuori a scalpellate le immagini contenute in esso. E invece c’è di più. C’è molto di più.

 

La verità è che Anticoli non fu né creta né marmo. Né passiva né frigida. È che con gli Artisti, caro Vittorio, andarono a far l’amore le Modelle. È che le nostre nonne e bisnonne ― e qualcuna delle nostre mamme ― non solo posarono, per loro, in cambio di qualche soldo, d’un piatto di minestra, delle carezze di una mano da pittore o magari di un buon matrimonio, ma soprattutto li amarono. Che per gli Artisti, poiché li amavano, divennero nella realtà le immagini femminili che essi avevano in mente, e nelle quali furono le donne che nessuno, prima, aveva mai concepito nella loro immaginazione. Che con gli Artisti misero al mondo figli che somigliavano ai padri veri non solo per le fattezze, che ai padri putativi sembrarono per tutta la vita immaginarie, ma anche per le immagini che per tutta la vita seppero serbare intatte, tramandare, e talvolta perfino creare e rendere vere... La verità, insomma, è che l’Anticoli di allora cedette, s’innamorò, si diede agli Artisti nelle sue donne, si lasciò sedurre e li sedusse, li fecondò e ne fu fecondata. E ne nacque il Paese Immaginario: un luogo dove è assai più difficile che altrove ignorare o far finta di non vedere i colori, le forme, i volumi, la luce e il buio che si fondono e si animano come in un caleidoscopio negli occhi della mente d’ogni figlio di donna, buona o cattiva che sia. Dove è meno facile che altrove scambiare gli esseri umani per concrezioni di materia ed energia da cui spillare fatica e denaro. E dove chi invece lo fa, e caparbio persiste nel farlo, pagherà un prezzo assai alto e doloroso, per questo suo violentarsi da sé a non voler vedere, a non voler capire, a non voler riconoscere.

 

Le immagini non invecchiano, caro Vittorio, e difficilmente muoiono. Quando saliamo ad Anticoli dalla Valle, e poi quando camminiamo col naso in sù per le vie del centro storico, fra mille altre possiamo ancora intravedere le spaventose fantasticherie di massacri e di stupri che più di mille anni fa indussero i nostri antenati ad abbandonare le vie romane ― immagini quasi incancellabili, a loro volta, di una sicurezza ormai tramontata ― e a inerpicarsi su questo cocuzzolo per accoccolarsi tremanti ai piedi del castello implorando protezione. I barbari e le streghe del Medio Evo, i monaci eremiti e i poveri pellegrini scalzi che in incognito erano Gesù... sono tutti ancora qui a raccontare ancora oggi ai nostri figli le loro fiabe selvagge. E che dire del nonno, il contadino, scomparso da tanti anni, che di quando in quando viene ancora a trovarci in sogno con la pompa pé ll’acqua ramata e intorno quell’odore penetrante di solfato di rame che da piccoli ci sembrava un profumo? I suoi alberi inselvatichiti sono ancora dove lui li piantò, ancora disegnano tra i rovi e gli sterpi il nitido frutteto nato come immagine nella sua mente molto prima di diventare realtà. E i nostri visetti di quando eravamo bambini, caro Vittorio, che dalle fotografie scattate da papà ancora ci guardano perplessi, come se stentassero a riconoscersi non tanto nelle nostre rughe, quanto nella vacillante fiammella d’immaginazione che nei nostri occhi è lì lì per spegnersi non per le durezze e le disgrazie della vita, come fingiamo di credere, ma per averla noi troppo poco alimentata? Per non aver saputo essere anche noi Modelli e Modelle? Per aver poco o niente ceduto alla seduzione che rapì le bisnonne, le nonne, e anche qualcuna delle nostre mamme?

 

No, le immagini non invecchiano. Non si corrompono. Ma tu, qualche volta, col tempo a poco a poco distruggi l’innata capacità di crearle e di riconoscerle. Di cercarle e scoprirle in te stesso e negli altri. Di permettere loro di mostrartele, di fidarsi di te, di obbligarti a vederle. Ed ecco che un brutto giorno non le trovi più in alcun luogo, le immagini che da bambino ti incantavano o ti terrorizzavano ovunque: nei silenzi e nelle furie di mamma e papà, nella vivida mimica dell’amico più caro, nella bella e dispettosa diversità di una bambina, o (quand’eri solo) anche soltanto in un cielo nuvoloso, in un vecchio muro sbrecciato e macchiato, nel pulviscolo di luce e di vitalità versato dal sole nelle tue palpebre socchiuse. Ed ecco che Anticoli, un brutto giorno, per te non è più un Paese Immaginario, ma solo pietra e carne, materia e misura, energia e dissipazione, utile e inutile: come se di nuovo non fosse che un monolite di roccia dinanzi ai Ruffi, e tu un predatore o una preda in una selva oscura, un animale non umano al quale né immagini né sogni si lasciano mai intravedere nelle cose e negli esseri. Eppure la vacillante fiammella dell’immaginazione non si è ancora spenta, negli occhi della tua mente, se un bel giorno, tornato bambino che intuisce quanto sia immenso e importante tutto ciò che non sa, timoroso e reverente ti ritrovi a domandare ai sapienti quel che potrebbe essere ovvio per tutti noi, animali umani, che ci distinguiamo da ogni altra creatura proprio in questa nostra creatività che riempie il mondo materiale delle fantasie sublimi degli uni e degli efferati deliri degli altri: ma perché Anticoli è un paese immaginario? E i sapienti non rispondono, e un percepibile imbarazzo percorre la sala come un brivido arcano inducendoti a fantasticare che qualcuno stia camminando là dove sarà scavata la tomba della loro immaginazione.

 

Ma qualcuno che ti risponda c’è sempre, caro Vittorio, se non ti arrendi e lo cerchi. E questo qualcuno ti dice che Anticoli è un paese immaginario perché tutto il mondo umano lo è. Perché non c’è né può esserci alcunché, in noi e in tutto il resto, che non sia colmo di fantasie sublimi o efferate, di luce o di tenebre, o quanto meno dell’informe ma ancora dissipabile grigiore che sembra avvolgere e cancellare la nostra immaginosa umanità quando per troppo tempo la lasciamo senza risposte, le braccia invano protese, come un bambino che nessuno vuol riconoscere e prendere in braccio. O che a poco a poco sembra avvolgere e cancellare il Paese Immaginario quando non è più il Paese delle Modelle. Quando per troppo tempo le Modelle lasciano gli Artisti e sé stesse senza amore, le braccia inutilmente aperte, come uomini e donne che, come tali, nessuna donna e nessun uomo sa più riconoscere e abbracciare.

 

Poiché ad Anticoli gli Artisti continuano a nascere e ad arrivare, anche se non sono più così tanti come negli anni d’oro. C’è Eclario, per esempio, che da anni, come un mite ma instancabile cavaliere errante, va fecondando questo nostro piccolo paese e tutta la Valle dell’Aniene d’inesauribili immagini e idee che solo i folli scambiano per mulini a vento. C’è Paula, che al Vado sta scavando la sua fantasmagorica fontana come per far di nuovo sprizzare da questo monolite di roccia dinanzi ai Ruffi lo zampillo in apparenza inaridito della creatività. C’è Corrado, che con pazienza e vigore raccoglie le immagini e le testimonianze di quelli che non hanno potuto lasciarci le immagini che avevano in mente, e che grazie a lui possiamo almeno tentare di scorgere nei loro sguardi, nelle espressioni, nei visetti di quand’erano bambini. C’è, nel suo piccolo, perfino un Prof che alla meno peggio scrive e scribacchia come un ossesso nel tentativo d’immaginare e di dire anche lui qualche cosa di bello. E tanti altri, che non nomino non perché li consideri poco importanti, ma solo perché non son certo che avrebbero piacere d’esser qui nominati. E tutta l’Arte che si crea in tutto il mondo, e che a differenza di cent’anni fa è ora così facile raggiungere ovunque, se davvero si desidera cercarla e trovarla... No, caro Vittorio, quel che manca ad Anticoli non sono gli Artisti. Quel che non va, al giorno d’oggi ― quel che può rendere sterile l’immaginario del Paese Immaginario ― è che ad Anticoli a quanto pare non ci son più le Modelle. Che le ragazze e le donne di Anticoli non s’innamorano più dei pittori, degli scultori, dei poeti. Che le ragazze e le donne di Anticoli non desiderano o non sanno più essere le immagini che gli Artisti vedono in loro e diventare le ragazze e le donne che nessuno aveva mai concepito nella loro immaginazione.

 

Di chi s’innamorano, oggi, le nostre figlie, le nostre compagne, i nostri figli maschi e noi stessi? Quale malvagio Pifferaio Magico ci ipnotizza e ci strega, e quali tenebre egli vede e suscita in noi per portarci via chissà dove con sé, non più Modelle e Modelli ma burattini e spettatori forzati per il suo squallido teatrino convulso, facendo il deserto là dove un tempo era il nostro immenso, piccolo Paese Immaginario? Come ci sta persuadendo che in noi e in tutto il resto non vi siano né vi siano mai state Immagini da scoprire e creare, ma solo una certa quantità di energia immagazzinata nelle ossa, nei muscoli, nella carne, nient’altro che fatica da sfruttare e denaro da spillare? Possiamo fare qualcosa? Possiamo ancora reagire? Possiamo infrangere il sortilegio e lasciarci di nuovo sedurre da Artisti che senza mentire vedano in noi le Donne e gli Uomini che da Bambini desiderammo così tanto essere? Possiamo abbandonare il Pifferaio Magico e tornare nel luogo che per gli esseri umani è l’unico vero?... Son domande che possono venire in mente solo ad Anticolani veri come noi, caro Vittorio, che ancora si ostinano a vivere in un Paese Immaginario. E questa, si spera che anche tu ne convenga, è una cosa che fa bene sperare.

 

Immaginari, sindaco caro, sono i Paesi dove le Donne fan l’amore con gli Artisti, solo con gli Artisti, e dove i Bambini non nascono sotto i Cavoli delle televisioni, ma sono tutti... Figli di Modelle.

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1. Ai quali, con l’occasione, ci permettiamo di segnalare due piccoli refusi: a pagina 87, ove di Arturo Martini si dice che nacque nel 1899; e a pagina 133, ove la fotografia di Augusto Luiz de Freitas e Rudolf Bonnet in piazza delle Ville è datata “anni ’30” malgrado vi siano ben visibili, sullo sfondo, due vetture risalenti tutt’al più agli anni ’50...

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Perché Anticoli è un paese immaginario?

La mia risposta, le mie sensazioni…

di Daniele Misnoli

La Tesi di Laurea di Daniele Misnoli     Il Progetto di Daniele Misnoli e Valentina Saldaneri per Piazza delle Ville

 

Caro Professore, c’ero anche io quel giorno vicino a te, e da quando ho letto il tuo commento su ScuolAnticoli  mi sono chiesto, anzi riproposto, tante volte, la domanda (apparentemente senza risposta) del nostro sindaco, Vittorio Meddi, in quel pomeriggio di settembre… È tanto che volevo scrivere qualcosa e chiedo scusa per il ritardo, ma tra impegni e la mente fra le nuvole, solo oggi ho trovato un po’ d’ispirazione.

Non nego il fascino di questa domanda, e la sensazione di mistero che essa nasconde, soprattutto perché quel giorno, effettivamente, cadde (mi sembra) un po’ in sordina, mentre meriterebbe invece molto, molto interesse, se non altro per il successo di questo straordinario e godibilissimo libro sul nostro famoso paese…

Prima di quella conferenza, chiusa dall’interessante e stuzzicante intervento del sindaco, mi era accaduto, però, mentre studiavo Un paese immaginario: Anticoli Corrado, a cura di Umberto Parricchi, di imbattermi (nel saggio di Ludovico Quaroni, L’architettura spontanea e il contesto urbanistico di origine medievale, cap. IV, Anticoli Corrado: un caso particolare, par. 2) in un passaggio che mi aveva dato la sensazione di essere una tra le infinite risposte.

Per presentare questo paese particolare Quaroni dice: Per chi arriva da Roma, Anticoli si trova sulla destra della Tiburtina Valeria al 56° chilometro. Il paese è poco visibile, al mattino, controluce e con il sole appannato dalle nebbie leggere attirate dall’Aniene nascosto tra i salici. Contro la materialità dell’autostrada e di Roviano, Anticoli si presenta quasi evanescente, e si assimila meglio al paesaggio dei monti e della valle, che piega a sud/est con la via sublacense verso i monti Ernici per riallacciarsi, prima di Alatri, alla Prenestina Nuova.

Ho pensato: è possibile che Umberto Parricchi abbia letto queste romantiche parole e si sia ispirato ad esse per il suo fantastico titolo? Oppure l’aveva sempre avuto scolpito in mente? Naturalmente non sapremo mai se anche la sensazione che ho avuto possa essere inclusa tra le tante risposte possibili alla più ampia domanda: perché questo, in cui vivo, è un paese immaginario?

Tutto questo, ripeto, prima della conferenza… Mentre dopo, continuando a studiare con più attenzione, ho cercato altri indizi, e ne ho trovato un altro nel saggio di Maurizio Marini e Maurizio Fagiolo, L’ ambiente e gli artisti, al capitolo 5, dedicato quasi interamente a Nino Costa. Infatti in questa parte, in cui gli autori parlano degli artisti presenti ad Anticoli nei vari periodi, raccontandoci anche i tipi di pittura ai quali si avvicinano, fanno riferimento a una pittura che emblematizza le figure dei contadini nella storia e nel mito: Se una rissa plebea tra Monticiani alle Colonnacce può essere un riflesso contingente dello scontro tra Orazi e Curiazi e una scena agreste con contadino, una donna con bimba in braccio e un asino sottendere una nuova Fuga in Egitto, una giovane donna che si specchia nell’acqua si trasforma in ninfa o in un’altra remota entità culturale, come le fanciulle, lungo l’Aniene, dipinte appunto, da Costa e Carosi.

Secondo me Anticoli ben si presta alla funzione di far immaginare tutte queste cose, quindi è come se fosse, appunto, un paese immaginario

Naturalmente mi chiedo, questa volta in generale, se una persona che cura una così complicata pubblicazione, fatta in maniera corale da tanti straordinari saggi, ha già in mente come legarli trasversalmente da un titolo così interessante. (Interessante soprattutto per chi ci vive, in un paese del Lazio, con i suoi mille problemi, come è normale che sia, affatto immaginari… ahimé!)

La mia risposta e le mie sensazioni, Prof, come avrai già capito, tengono conto del contenuto del testo in questione e delle idee di Parricchi… Ma anche in questo istante, mentre scrivo, penso: ma che avrà Anticoli, poi, di tanto immaginario?…

E per riallacciarmi al suo intervento e a quello di Laura Amicone, e quindi all’arte e al paese, penso alle mie passeggiate abballe a pjaterra, al silenzio magico, ai misteriosi vicoletti che sembrano tutti senza fine, e a quello che mi hanno fatto immaginare: scene di un passato agricolo (gli asini e i forni per strada, le galline dentro e fuori le case) e magari medievale, con tanto di re Corrado a passeggio con il suo mantello (chissà di quale colore!!!)

In conclusione vorrei dire che il paese, carissimo Professore, è cambiato: la qualità e il costo della vita sono schizzati alle stelle, siamo costretti ad accontentarci, a sognare con i piedi per terra, l’arte non è più al centro dei pensieri di chi conta (chiunque sia), ma qui (sono d’accordo con lei) l’arte si respira ancora, anche se a fatica, e soprattutto possiamo sempre immaginare qualsiasi cosa...

 

Saluti…

Daniele Misnoli

La Tesi di Laurea di Daniele Misnoli     Il Progetto di Daniele Misnoli e Valentina Saldaneri per Piazza delle Ville

 

Ti ringrazio di tutto cuore, carissimo Daniele, per aver voluto arricchire questa pagina con le tue intuizioni e riflessioni! È molto bello sapere che ad Anticoli ci sono dei giovani come te e come i tuoi amici, capaci, al tempo stesso, di pensieri ricchi di fantasia e di immagini piene di pensiero: finché sarà così, non dovremo temere che il nostro non sia più... un paese immaginario!

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