L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

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diario del Prof (scolastico e oltre)

 

maggio 2012

 

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domenica 20 maggio

 

"Da Brindisi, gli assassini di Bambine ringraziano per l'idea..." (immagine tratta dal sito "Segnalazioni": http://www.segnalazioni.blogspot.com)

(Immagine tratta da Segnalazioni)

 

Da Brindisi, gli assassini di Bambine ringraziano per l’idea...

 

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Un malato di mente isolato?

 

Se è vero quel che dicono i giornali, che a Castelvolturno, in Campania, lunedì scorso, è stato trovato vicino a un Istituto alberghiero un ordigno identico a quello di Brindisi, il massacratore delle Bambine dell’Istituto Morvillo Falcone è un malato di mente, certo, ma non è un isolato.

 

E in ogni caso, chiunque egli sia, quel che dobbiamo domandarci è: chi gli ha dato l’idea?

 

Poiché si è malati di mente per conto proprio, è vero ― per una storia propria di rapporti interumani mostruosi che hanno torturato e distrutto fin dal primo giorno di vita ― ma il modo in cui lo si è, il delirio che la malattia di uno vorrebbe inoculare nelle menti di tutti, quello non è mai un’idea isolata: è un’idea che circolava da molto tempo (da millenni, talvolta) nella Società, piccola o grande, in cui il malato è stato fatto ammalare da quelli che erano a lui più vicini, sì, ma che a loro volta non erano isolati; un’idea che non è stata respinta e avversata da tutti, anzi: che è stata accreditata e diffusa da uomini potenti, da religiosi, da falsi maestri, da rispettati insospettabili; un’idea disumana, insomma, che è stata istillata in centinaia, migliaia, milioni di menti abbastanza malate da crederla vera, prima di incontrarne una così distrutta da tentare di metterla in atto e di agire criminalmente contro l’Umanità.

 

Crimine contro l’Umanità che si ripeterà, se l’idea disumana che lo suggerisce non sarà respinta ed estirpata da tutti. Idea disumana che non possiamo respingere e non riusciremo a estirpare, se non sappiamo qual è. Ma noi sappiamo benissimo qual è. Sappiamo benissimo chi deve ringraziare, il massacratore di Bambine di Brindisi, per l’idea che ha trovato nella propria mente malata.

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― di vivere nel Paese dove a una centrale planetaria dell’odio, del disprezzo e della distruzione mentale dei Bambini, la consorteria pedofila annidata nella Chiesa cattolica, si permette di fare il bello e il cattivo tempo contro ogni settore della Società, contro ogni istituzione, contro ogni famiglia, contro ogni Umano, contro ogni Bambina, contro ogni Bambino.

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― di vivere nel Paese in cui, da almeno due secoli, i Bambini e le Ragazze e le Donne sono le prime Vittime di ogni Reazione (qualunque nome essa abbia preso nel corso del tempo) contro la Libertà e l’Eguaglianza e la Fraternità e la Realizzazione di Tutti.

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― di vivere nel Paese dove le giovanissime Maestre elementari (ragazze poco più grandi delle ragazze di Brindisi) per decenni rischiarono la vita nei villaggi che parroci e sindaci aizzavano contro di loro e contro le Bambine e i Bambini che osavano andare a scuola.

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― di vivere nel Paese dove gli edifici in cui i Bambini si istruiscono sono mediamente i più fatiscenti, trascurati e squallidi di tutto il mondo sviluppato.

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― di vivere in un Paese dove noi Insegnanti (non tanto per noi stessi, quanto soprattutto contro le Bambine e i Bambini, le Ragazze e i Ragazzi ai quali portiamo e testimoniamo il riconoscimento e la cura della Società che per Loro ci paga) siamo odiati, disprezzati e ormai spesso insultati e sbeffeggiati a ogni angolo di strada.

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― che viviamo nel Paese dove sedicenti intellettuali, tuttologi, televisionisti e pennivendoli d’ogni risma sputano ogni giorno veleno sulla Scuola (che per loro è uno spreco di denaro pubblico), sulle giovani Generazioni (che per loro non son fatte che di criminali o, quando infine riescono a farli ammazzare, di piccoli angeli) e addirittura sulla Nascita umana in quanto tale (che per loro sarebbe la nascita di piccoli mostri, dai quali la Società deve difendersi).

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― che viviamo nel Paese dove si permette che “scuole” private religiose e laiche diffondano impunemente, mediante la loro stessa esistenza, l’idea disumana che delle Bambine e dei Bambini, delle Ragazze e dei Ragazzi ci si possa occupare per far soldi.

 

Sappiamo benissimo ― e lo sappiamo tutti ― che viviamo nel Paese dove gli individui che tutti i partiti, nessuno escluso, hanno vergognosamente fatto ministri della Pubblica Istruzione (per non dimenticarne alcuno: la Moratti, il Fioroni, la Gelmini e il Profumo), servi degli individui che tutti i partiti, nessuno escluso, hanno vergognosamente fatto ministri dell’Economia (per non dimenticarne alcuno: il Tremonti, il fu Padoa Schioppa, di nuovo il Tremonti e ora quel Monti che si è annunciato come il peggiore di tutti) da decenni diffondono con ogni mezzo l’idea che le Bambine e i Bambini, le Ragazze e i Ragazzi (no, non la Scuola, le Scuole non sono che luoghi, questi ce l’hanno proprio con i giovani e giovanissimi Esseri Umani che in quei luoghi si riuniscono per realizzare la propria umanità), se non si riesce a farne strumenti di profitto per le “scuole” private religiose e laiche, siano solo uno spreco da ridurre il più possibile e a poco a poco eliminare.

 

Sappiamo benissimo, insomma ― e lo sappiamo tutti ― che il massacratore di Bambine di Brindisi ha trovato già fatta e già pronta, nella sua mente malata, l’idea che le Bambine e i Bambini, le Ragazze e i Ragazzi si possano e si debbano eliminare, per trarre dalla loro eliminazione l’utile mostruoso, di potere o economico o di qualsiasi altro tipo, che nelle menti malate si contrappone all’Umanità. È contro questa idea, dunque, che dobbiamo vigilare e combattere continuamente, ogni minuto, in noi stessi e negli altri, nelle grandi e nelle piccole e nelle minuscole cose di tutti i giorni, ogni volta che vediamo aggredita, ferita, tormentata, disprezzata, derisa e strumentalizzata, nelle Bambine e nei Bambini, nelle Ragazze e nei Ragazzi, l’Umanità di tutti. È contro questa idea che dobbiamo vivere ogni istante delle nostre vite, se non vogliamo che i massacratori di Bambine e di Bambini ringrazino per essa anche noi.

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martedì 1° maggio

 

Quanta distruzione nei Viaggi d'istruzione

 

Quanta distruzione nei Viaggi d’istruzione...

 

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E se un bimbo fosse investito perché loro hanno fatto scendere la mamma dal marciapiede?...

 

Ottanta ragazzi in cammino su un marciapiede largo un metro non vedono le persone che vengono loro incontro: le costringono in strada, a pochi centimetri dalle macchine in corsa, ma non lo sanno, non lo fanno “apposta”, non se ne accorgono. L’insegnante in fondo alla fila ogni tanto li richiama (lasciate un po’ di spazio a chi vi viene incontro, il marciapiede non è solo nostro!) con voce già rauca ― tra poco non ne avrà più, e amen ― ma i colleghi in testa non lo aiutano. Anzi: non si voltano neppure. Se n’infischiano, dunque, di quel che succede dietro di loro e di quel che potrebbe succedere? Non lo so. Forse se n’infischiano così “sottilmente” che non sono consapevoli d’infischiarsene.

 

E se un bambino, investito perché loro hanno fatto scendere la mamma dal marciapiede, morisse? Ottanta ragazzi sarebbero d’ora in poi, per tutta la vita, ottanta omicidi involontari.

 

Non avviene, non è mai avvenuto. Quel che avviene è “solo” che ottanta ragazzi (moltiplicati per diecimila e scaraventati in tutte le città d’Italia da migliaia di Scuole a ogni primavera) si comportano da villani e come tali son giudicati (e talora apostrofati) dalle centinaia di persone (milioni, in tutto il Paese) che hanno la ventura (o la sventura) di incontrarli sul proprio cammino. Quel che accade è “solo” che ottanta ragazzi sfiorano meraviglie d’ogni sorta senza degnarle d’uno sguardo, sentono senza ascoltare, guardano senza vedere, entrano nelle chiese e nei musei berciando, scherzando, sporcando e disturbando tutti, salutano nessuno, ringraziano nessuno, vedono nessuno, non lasciano dormire né conversare né muoversi liberamente gli altri ospiti degli alberghi, riducono le stanze a porcili, scherniscono e vittimizzano i compagni meno tosti, si espongono a pericoli tremendi, ingurgitano di nascosto bevande eccitanti per tenersi svegli, fumano a letto, si spenzolano dai balconi, si sporgono dalle finestre... Quel che accade è “solo” che ottanta ragazzi ― dinanzi agli insegnanti, anzi: dietro di loro che non è che se n’infischino, è che più sottilmente non li sentono proprio ― confermano a chiunque incontrano, e quel ch’è peggio a sé stessi, il duro, anaffettivo pregiudizio che in tutta Italia li condanna come teppistelli insensibili, branco, torma irresponsabile e incontrollabile contro la quale... le maniere forti ci vorrebbero, altro che!

 

E invece no: i ragazzi non si comporterebbero così, se gli insegnanti e i presidi si comportassero diversamente con loro. La “colpa” non è dei ragazzi: sono gli insegnanti e i presidi che li fanno essere così.

 

Nessuno sa perché, ma in fatto di Viaggi d’istruzione (o Gite scolastiche, come si diceva prima che anche su questo tema si esercitasse l’insensatezza politico-burocratica che delira di cambiar le cose cambiandone i nomi) gli insegnanti e i presidi continuano a commettere gravi errori che talvolta son già costati morti e feriti, e che tutte le volte mettono i ragazzi in Viaggio in condizione di non trarne alcun beneficio (o benefici minimi), di venir giudicati con antipatia e disprezzo (e, quel ch’è peggio, di giudicarsi con antipatia e disprezzo essi stessi) e di tornare a casa meno realizzati, meno intelligenti, meno creativi e meno contenti di sé e del mondo di quando son partiti. Ma forse lo so io il perché: insegnanti e presidi non è che siano cattivi, non è che vogliano infischiarsene: è che più sottilmente non sentono, non soffrono per quel che vivono i ragazzi loro affidati1; ed è questo non sentire-non soffrire l’ottundimento che non permette loro di vedere, comprendere e correggere gli errori in cui di conseguenza persistono.

 

Errori di cui gli insegnanti stessi subiscono così duramente leffetto ― benché senza capire né gli uni né laltro ― che ogni anno son sempre meno i disposti ad accompagnare i ragazzi: una selezione alla rovescia sta lasciando a impelagarsi nei Viaggi d’istruzione solo i... “meno adatti a correggersi”, e in buona compagnia con essi le più sprovvedute tra le nuove leve, o i precari intimiditi che le cosiddette “riforme” della Scuola e del Lavoro hanno ridotto a non osar più criticare né tanto meno rifiutare alcunché.

 

(Errori, tuttavia ― avvertenza importante, di cui invito il lettore a non dimenticare di tener conto nel prosieguo della lettura ― che uno a uno sarebbero meno gravi, ma che collegandosi l’un l’altro non sommano ma bensì moltiplicano esponenzialmente i propri effetti negativi).

 

1. Il primo, inconcepibile, errore è quello di ammassare come pecore, come se non fossero umani, troppi ragazzi in uno stesso Viaggio: cinquanta, ottanta, cento, centocinquanta!... E chissà cosa accadrà con i mostruosi Istituti accorpati dalle brutali “riforme” degli ultimi anni: bibliche carovane senza fine? Non perché io condivida la teoria antiUmana per la quale la stoltezza e la violenza di un gruppo sarebbero direttamente proporzionali alla sua consistenza. Non è così, anzi: è vero l’opposto, e cioè che noi Umani, per natura sociali, otteniamo il meglio da noi stessi dallo stare insieme e in rapporto.

 

Ma se si è in troppi ― specialmente nelle condizioni disagevoli di un viaggio di pochi giorni già compromesso, per di più, anche da altri errori ― il rapporto interumano diventa al contrario più difficile e, al limite, quasi impossibile: i ragazzi “migliori” ― più calmi, più sensibili, più affettivi, più creativi ― in un gruppo troppo numeroso stentano a far conoscenza con i compagni di altre classi (o di altri plessi scolastici) e stentano quindi a farsi (ri)conoscere come persone interessanti; il solo modo per entrare in rapporto (dal quale però i migliori o i meno “tosti” rifuggono, finendo così col rimanere isolati) diventa allora quello di emergere sugli altri per farsi notare, e il solo modo di emergere quello di far più rumore, esibirsi o addirittura trasgredire alle regole più di ogni altro: realizzando così il paradosso per cui un fine positivo, la realizzazione di nuovi rapporti, non può ottenersi che con mezzi negativi che rendono quei rapporti meno positivi o addirittura distruttivi. E lo stesso accade agli insegnanti: essi non riescono a comunicare che con pochi ragazzi (al limite, ognuno rimane in rapporto solo con i “suoi”) e finiscono perciò o col disinteressarsi di quasi tutti (realizzazione d’indifferenza che i più distrutti fra i docenti e gli alunni preferiscono, si sa) o con l’“interessarsi” solo repressivamente di quelli che si comportano peggio. Col “bel” risultato che nel bailamme ininterrotto che così si genera gli insegnanti e gli alunni più sensibili si sentono frustrati e delusi (condizione che certo non aiuta i ragazzi a comportarsi in modo degno di sé, e che rende gli insegnanti meno presenti e validi di quanto altrimenti sarebbero) mentre i più anaffettivi (degli uni e degli altri) ottengono la situazione aspra, faticosa e violenta in cui “si sentono come a casa propria” e non “rischiano” la crisi (potenzialmente benefica) a cui invece li esporrebbe una situazione più umana che li farebbe soffrire per la loro più o meno grave inadeguatezza a essa.

 

Non solo. Quando i ragazzi son troppi, anche l’insegnante migliore, il più ricco di affetti, di conoscenze, di esperienza, non riesce più a farsi sentire e ascoltare: vorrebbe far loro notare cose emozionanti, vorrebbe dir loro cose su cui sa che amerebbero pensare ― e tante ne vede e gliene vengono in mente a ogni passo per lo stimolo potente del rapporto a cui lui non si è reso insensibile ― vorrebbe a propria volta ascoltarli, capirli, intervenire, esser presente per tutti, e invece non può: fermare e raccogliere intorno a sé un sia pur piccolo gruppo lo costringe a una lotta che lo inasprisce e istupidisce, deve alzar la voce, far tacere chi continua a conversare (al quale però i troppi che ha intorno rendono difficile perfino accorgersi che si sta tentando di attrarre la sua attenzione), far lo sbirro cattivo proprio quando invece vorrebbe arrivare, dei ragazzi, alle menti e ai cuori... Insomma: prim’ancora che il rapporto didattico e pedagogico, qui è il normale rapporto interumano che diventa impossibile, anche all’insegnante che sarebbe capace di uno straordinario rapporto umano. Al punto che perfino gli alunni “suoi”, che lo conoscono da anni e sanno quanto vale, in un Viaggio d’istruzione (in realtà di distruzione) così organizzato stentano a riconoscerlo nello scarafaggio kafkiano in cui la situazione lo tramuta. E il “bello” è che mentre lui soffre, per non poter essere sé stesso, certi colleghi neanche se n’accorgono e hanno anzi la “soddisfazione”, più o meno consapevole, di non avergli permesso di metterli in crisi facendo un po’ più del quasi niente che fan loro.

 

(Per non parlar dell’assurdo per cui gli stessi insegnanti che si mettono in Viaggio con ottanta ragazzi son poi quelli che si lamentano ― e giustamente, anche se incoerentemente ― delle “classi pollaio” prodotte dalla violenza dei governi naziliberisti. E i “trasporti bestiame” non son violenti anch’essi e anche più delle “classi pollaio”? Ma per molti di noi Italiani, si sa, le colpe son sempre di chi sta in alto... anche se siamo noi Italiani che in alto lo abbiamo messo a comportarsi come ci comportiamo noi).

 

Come correggere, dunque, l’errore n°1? Semplice: limitando i Viaggi d’istruzione a un massimo di trenta partecipanti. Trenta ragazzi (o meno) possono stare molto bene insieme e con gli insegnanti (non più di due). Trenta ragazzi (o meno) possono ricevere stimoli inconsueti dai migliori e offrire inconsueti stimoli ai meno in gamba. Trenta ragazzi (o meno) vedono e ascoltano e sentono di più e meglio. Trenta ragazzi (o meno) si divertono di più e meglio. Trenta ragazzi (o meno), in cinque-sei camere d’albergo contigue a quelle degli insegnanti, dormono perfino. E dormendo sognano. Trenta ragazzi (o meno) e i loro insegnanti, lo so per esperienza, non tornano a casa abbrutiti, depressi, raffreddati ― ed euforici per un “divertimento” che invece non è stato che una sorta di “fuga drogata” ― ma tutti più realizzati.

 

2. Il secondo, assurdo, errore è quello di ammassare gruppi troppo numerosi di ragazzi senza selezionare i partecipanti. Un Viaggio scolastico ― per i motivi che sto cercando di illuminare ― è un’impresa umana, didattica e pedagogica tanto bella quanto delicata, che è purtroppo facile far fallire: dovrebbero, quindi, essere ammessi a parteciparvi solo certi ragazzi (e certi insegnanti, se esistessero presidi davvero capaci di valutarli): non, intendiamoci, i “più bravi” o “dai voti più alti”, non i ragazzi giudicati in grado “di trarre frutto” dal Viaggio ― per il semplice motivo che tutti i ragazzi sono in grado di trarre un sia pur minimo beneficio da un Viaggio scolastico ben organizzato ― ma bensì gli alunni che a giudizio degli insegnanti che più li conoscono possono partecipare al Viaggio senza danneggiare la partecipazione altrui, senza renderla meno “felice”, senza ― insomma ― far fallire ciò che fallire assolutamente non dovrebbe (poiché è il coronamento di un intero anno, il momento della verità in cui si vede se dall’anno scolastico è venuto per tutti un di più e un meglio) e invece, drammaticamente, fallisce quasi sempre.

 

Al Viaggio d’istruzione, cioè, non dovrebbero essere ammessi i ragazzi (e i docenti) che in realtà vi parteciperebbero per non farlo andare “troppo” bene, e che cercherebbero (più o meno consapevolmente) di non farlo andar troppo bene per non dover vivere la frustrazione (che invece, ripeto, può essere benefica) di scoprire e sentire di essere meno realizzati degli altri non tanto scolasticamente, quanto soprattutto umanamente. Ma, beninteso, essi non dovrebbero essere ammessi che ai Viaggi con troppi partecipanti: in trenta (o meno) invece, i due-tre che vogliono solo far casino (per non scoprirsi incasinati essi stessi) si possono accettare perché possono essere facilmente “contenuti” sia dagli insegnanti, sia, specialmente, dai compagni che stanno meglio. E com’è bello ― lo so per esperienza ― quando questo accade!

 

(Si obietta ― da parte quasi sempre dei presidi, ma anche di non pochi insegnanti ― che non ammettere uno o più alunni a un Viaggio non si può perché il Viaggio è d’istruzione, e l’istruzione non si può negare. Ma ciò è assurdo, e per più motivi: in primo luogo perché il Viaggio, se male organizzato, non è d’istruzione ma di distruzione, e a un viaggio così nessun alunno dovrebbe essere ammesso per il suo bene; in secondo luogo perché proprio non si vede come mai gli insegnanti (che pure hanno il diritto-dovere, a loro insindacabile giudizio, di non ammettere un alunno all’anno scolastico successivo) non avrebbero invece il diritto di non ammetterlo a un’esperienza che, nelle condizioni in cui oggi egli si trova, può solo danneggiarlo; in terzo luogo perché la non ammissione non costituirebbe, è ovvio, una punizione dell’alunno, ma bensì l’inizio (adeguatamente motivato) di un percorso pedagogico (adeguatamente programmato) ― da condurre, se necessario e soprattutto se non controproducente, in collaborazione con la sua famiglia ― al termine del quale l’alunno potrebbe partecipare con pieno successo e con sua piena soddisfazione al Viaggio dell’anno dopo; e in quarto luogo perché gli alunni non ammessi non sarebbero affatto privati dall’istruzione ma continuerebbero tranquillamente a usufruirne a scuola, e col vantaggio che gli insegnanti a cui in quei giorni sarebbero affidati non si occuperebbero che di loro).

 

Come correggere, dunque, l’errore n°2? Semplice: selezionando gli alunni partecipanti. Affidando tale selezione al Consiglio (con o senza i rappresentanti dei genitori e degli alunni?) della classe di cui gli alunni in questione fanno parte, o addirittura ai soli insegnanti accompagnatori. Oppure (e meglio) riducendo a tal punto il numero dei partecipanti, che due-tre alunni problematici possano essere ammessi al Viaggio senza nocumento né per loro né per i compagni, ma anzi con reciproco beneficio.

 

3. Il terzo, insensato, errore è quello di portare gruppi troppo numerosi e non selezionati in più luoghi fra loro lontani. Che diremmo di un docente che dichiari che lunedì “svolgerà” Dante, martedì Petrarca e mercoledì Boccaccio? O che giovedì “farà” il Rinascimento e l’Umanesimo, venerdì l’Illuminismo e l’Età delle Rivoluzioni, sabato l’Ottocento e il Risorgimento? Gli rideremmo in faccia? Certo che sì. Ma allora come mai non ridiamo in faccia a chi annuncia che mercoledì visiterà con cento ragazzi Ravenna e San Marino, giovedì Venezia e Murano, venerdì Padova, Vicenza e Verona, “in serata” (cioè alle due di notte) li riporterà a casa e... sabato e domenica si riposerà più di Dio dopo la Creazione?

 

Per incredibile che possa sembrare, quasi nessuno trova assurda questa assurdità. Che è segno non solo, o non tanto, di una drammatica sottovalutazione (che altri chiamerebbe forse disprezzo, indifferenza, insensibilità?) per la ricchezza e la complessità storica, artistica e culturale delle città visitate e per la ricchezza e complessità umana delle generazioni di donne e di uomini che in esse hanno vissuto, quanto soprattutto di una drammatica sottovalutazione (disprezzo?, indifferenza?, insensibilità?) per i ragazzi che a queste sfacchinate vengono costretti: senza aver quasi mai ricevuto, a scuola, un’adeguata preparazione ai luoghi da visitare, sballottati di qua e di là senza un attimo di sosta, frastornati dai continui mutamenti (e dalla confusione che, come ho detto, lo spostarsi in massa rende inevitabile), i poveri Viaggiator per istruzione sembrerebbero pecore condotte in gregge di pascolo in pascolo se non li si vedesse piuttosto galoppare come cavalli da corsa trainati e inseguiti dai loro insegnanti in affanno.

 

Come correggere l’errore n°3? Semplice: dedicando il Viaggio d’istruzione a un unico luogo, e non troppo impegnativo, sul quale tutti i partecipanti (insegnanti compresi) si siano ben preparati prima di partire: solo così ― a condizione, naturalmente, che non si sia più di una trentina ― la visita potrà essere effettuata con la calma, la concentrazione e la riflessione che il luogo dai ragazzi e soprattutto i ragazzi da sé stessi e dagli insegnanti devono assolutamente ottenere se non si vuol mancare di rispetto alla dignità umana. Solo così! Dandosi addirittura il tempo di tornare in uno stesso punto in ore e giorni diversi, o a guardarlo da diverse prospettive. Dandosi addirittura il tempo di parlare insieme di quel che si vede, e magari perfino di disegnarne qualche schizzo. Dandosi addirittura il tempo di conversare con qualche estraneo. Solo così da un luogo si può trarre la poesia e la fantasia che nemmeno le Sette Meraviglie del Mondo potrebbero ispirarci se fossimo trascinati dinanzi a esse come una torma di schiavi in trasferta verso il mercato. Solo così da un luogo ci si può poi separare portando con sé della visita quella ricca memoria creativa, profonda, che i ragazzi in Viaggio d’istruzione son invece quasi sempre costretti, senza quasi mai riuscirvi, a tentar di rubacchiare di notte al sonno poiché solo di notte gli insegnanti li lasciano in pace a cercar di trarla per conto proprio dall’esperienza vissuta. Altrimenti è più corretto chiamarli Viaggi di disprezzo: per i luoghi, per la loro storia, per la gente che in essi vive, per l’Arte, per la Cultura, per la Scuola, e soprattutto per gli alunni e per gli insegnanti stessi.

 

4. Il quarto, sconsiderato, errore è quello di condurre gruppi troppo numerosi e non selezionati in più luoghi tra loro lontani servendosi di pullman. Errore che è inevitabile, naturalmente, dopo che si son commessi gli altri tre, e che naturalmente rende ciascuno degli altri ancora più grave di quanto lo è di per sé. Se si dedicasse ogni Viaggio d’istruzione a un unico luogo, andarci in pullman sarebbe l’evidente idiozia che la pluralità delle mete (nell’indicare o addirittura prescrivere le quali son cattive maestre la maggior parte delle agenzie) fa invece sembrare meno insensata. In un unico luogo si può andare in treno, o magari in aereo, mettendoci la metà del tempo (un esempio? Roma-Venezia: in pullman più di otto ore, in treno la metà), spendendo meno, stando più comodi, potendo andare al bagno e, dulcis in fundo, senza l’assillo innaturale di non poter alzarsi dal posto per ore e ore. In treno, su alcuni percorsi, si può perfino viaggiare di notte, risparmiando (tra andata e ritorno) due notti d’albergo, o guadagnando due dì di permanenza. Invece no: si parte in cento, si accumulano mete su mete e così, che farci, per forza bisogna viaggiare in pullman! Col risultato che i ragazzi son costretti a star seduti quasi immobili per ore o, alternativamente, a trovarsi in pericolo per ore e ore, gli insegnanti son costretti a far gli sbirri in continuazione o a disinteressarsi della sicurezza dei ragazzi, sia i ragazzi che gli insegnanti si abbrutiscono di noia, quando si scende dal pullman si avrebbe il diritto di saltabeccare un po’ di qua e di là come puledri e invece no, non è possibile, la tabella di marcia incombe, tutti in riga e via, di qua e di là, facendo cadere senza accorgersene le mamme con bambini giù dai marciapiedi, e poi di nuovo tutti sul pullman ad abbrutirsi per altre ore: quello stesso pullman che domani permetterà ai ragazzi di dormire, sì (recuperando il sonno perduto nel tentativo di vivere un poco davvero almeno di notte l’esperienza che essi desidererebbero vivere davvero) ma anche di abbrutirsi ancora di più, dormendo così scomodamente, per poi godere ancora meno delle nuove mete che anche domani si affastelleranno le une sulle altre... e così via, e così via, senza fermarsi mai, ripetendo sempre lo stesso rito di ottundimento e rivolta, rivolta e ottundimento. Con l’aggravante, e non da poco, che servirsi del pullman introduce nel Viaggio d’istruzione un ennesimo partecipante, l’autista, col quale non si può non relazionarsi se si tiene alla sicurezza dei Viaggiatori d’istruzione, ma che molto spesso non sa relazionarsi altrimenti che assumendo il ruolo di una sorta di reuccio intollerante e dispotico i cui bisogni prevalgono sulle esigenze di tutti gli altri.

 

Come correggere l’errore n°4? Semplice: viaggiando in treno o in aereo. Cosa che però si è liberi di fare solo se non ci si è legati mani e piedi all’agenzia di viaggi, alla ditta di pullman (e ai loro astuti “pacchetti” preconfezionati) perché non si è avuto il coraggio di non commettere gli errori n° 1, 2 e 3.

 

5. Il quinto, dissennato, errore è quello di chi ― benché veda bene gli errori di cui sopra, ne soffra le conseguenze e si trovi ogni volta a lottare da solo contro di esse e a subìre le più frustranti sconfitte ― séguita tuttavia a partecipare a Viaggi d’istruzione così malmessi, li avalla con la sua presenza rendendone meno evidente la sciatteria e la violenza, e in minima parte riesce perfino a “migliorarli” allontanando così nel tempo l’implosione (che invece sarebbe quanto mai necessaria e urgente) dell’intero sistema sconsiderato che continua a produrli. È l’errore che a lungo ho commesso io, ma correggerlo è stato alla fin fine semplicissimo: da tempo non partecipo più a Viaggi di distruzione siffatti, e faccio tutto ciò che mi è possibile per convincere gli alunni e le loro famiglie a non aderirvi neanche se pagati per farlo.

 


[1] Attenzione: non tutti gli insegnanti, in ogni Viaggio d’istruzione almeno uno che soffre c’è quasi sempre.

 

 

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