ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

La Terra vista da Anticoli Corrado

nel maggio del 2013

 

(Questa pagina segue dalla homepage. I post più recenti li trovi ).

 

Vuoi andare ai post del mese precedente, aprile 2013? Clicca qui!

Vuoi andare all’Indice di tutti i post precedenti dal 2002 a oggi? Clicca qui!

Home

 

*

 

Eugenio Montale, Forse un mattino andando, 1925.

Eugenio Montale, "Forse un mattino andando", 1925.

 

Forse un mattino andando in un’aria di vetro

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore di ubriaco.

 

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

(Lunedì 27 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Spiegare un Film a un Bambino: Il flauto magico, di I. Bergman.

27. "Il flauto magico", di Ingmar Bergman (1975), con Ulrik Cold, Irma Urrila, Josef Köstlinger, Håkan Hagegård, Birgit Nordin, Ragnar Ulfung ed Elisabeth Erikson.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

Il flauto magico è “solo” una storia d’amore contrastato e trionfante. Ma la posta in gioco ― quel che rende l’amore di Tamino e Pamina tanto insopportabile per alcuni e così prezioso per altri, e soprattutto ciò che avverrà o non avverrà se i due giovani riusciranno a coronare il loro sogno o falliranno ― è così alta (anzi: inestimabile) che il contenuto dell’amore, il significato che potrebbe essere di ogni rapporto tra la femmina e il maschio della nostra specie, ne è rivelato e onorato come forse da nessun’altra opera d’arte prima e dopo di questa: Tamino per Pamina e Pamina per Tamino sono la possibilità di una realizzazione, uguale benché diversa, che li metta entrambi al riparo per tutta la vita dal rischio di non essere all’altezza di sé e degli altri; di una trasformazione che li separi irreversibilmente dai prigionieri di un passato di anaffettività e odio e di sopraffazione che altrimenti li distruggerebbero rendendoli identici a loro; della rivelazione di una capacità d’immaginazione e di pensiero che non lascerà pietra su pietra del millenario “sapere” antiumano che altrimenti li soffocherebbe; e del dono reciproco di una forza e resistenza senza le quali non sarà mai costruita, dall’uomo e dalla donna, una Società in cui possano dare i figli alla luce con la certezza che nessuno tenterà di deturparne l’umanità. La posta in gioco, Pamina per Tamino e Tamino per Pamina, per loro e per noi è la salvezza di tutti. E nella musica immortale del flauto magico che li accompagna nell’eroica impresa sentiamo con immensa commozione che ogni amore è come il loro o lo sarebbe, se sfuggisse al drago mostruoso che divora gli amori sul nascere.

Sì, c’è l’Illuminismo nell’ultima opera di Mozart. Ma c’è molto di più, perfino e soprattutto.

Tamino (e Papageno, che lo accompagna, e Pamina, partita prima di loro) compiono un viaggio. Verso dove? E muovendo da dove?... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Sabato 25 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

La Scuola pubblica, la vera, ha vinto. Grazie, Bologna!

La Scuola pubblica, l'unica vera, ha vinto. Grazie, Bologna!

Si dimettano i servi del Vaticano e delle tirannie finanziarie Carrozza, ministro della Pubblica Istruzione, che si è espressa contro la Costituzione, e Puglisi, responsabile Scuola del Pd, che si è espressa contro la Costituzione e - scrivendo domenica su lUnità - contro la legge (e la decenza) che impone il silenzio elettorale. (Lunedì 27 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Venner e Heidegger: “essere sé stessi” per non essere umani

Venner e Heidegger: "essere sé stessi" per non essere umani.

Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

Suicida a Notre-Dame con una rivoltellata in bocca, Dominique Venner, 78 anni ― “saggista francese di estrema destra”, già “volontario in Algeria, militante dell’Oas e fondatore del Grece, un gruppo che ha elaborato la più compiuta ideologia dell’estremismo di destra” (La Repubblica, 22 maggio 2013) ― ha lasciato sul suo blog un ultimo messaggio (contro l’Islam e contro la legalizzazione dei matrimoni gay) che si conclude con queste parole: Dobbiamo ricordare, come scrisse genialmente Heidegger in Essere e tempo, che l’essenza dell’uomo è nella sua esistenza e non in un ‘altro mondo’. È qui e ora che si gioca il nostro destino, fino all’ultimo secondo. E quest’ultimo secondo ha tanta importanza quanto il resto di una vita. Ecco perché dobbiamo essere noi stessi fino all’ultimo istante. È decidendo noi stessi, è volendo veramente il nostro destino che sconfiggiamo il nulla. E non ci sono scappatoie da questa necessità, perché abbiamo solo questa vita, in cui siamo chiamati a essere interamente noi stessi e a non essere nulla.

 

La tragica morte di Venner e le sue ultime parole suscitano orrore, disgusto, pietà. Ma descrivono perfettamente ― suscitando anche interesse, dunque, benché inorridito ― il rapporto indissolubile che lega la cosiddetta “filosofia” di Heidegger1 non “solo” al nazismo, ma a ogni ideologia di estrema destra.

 

1. “L’essenza dell’uomo è nella sua esistenza e non in un altro mondo”. Cioè non è possibile una scienza dell’umano. Non c’è né può esservi una conoscenza scientifica di quel che distingue l’essere umano dagli altri animali (“l’essenza dell’uomo”). E tentare di produrla non può portare che a vaghe superstizioni (“un altro mondo”) prive di qualsiasi valore scientifico. Poiché non esiste né mai è esistito alcun “umano”, o “umanità” che dir si voglia. Ognuno è “nulla”. Oppure è quel che è così com’è (la sua “esistenza”) nell’“istante” in cui coscientemente e razionalmente si “decide” a “essere”. Con le peculiarità che in quell’“istante” lo caratterizzano e delle quali è razionalmente consapevole.

 

2. “Il nostro destino” “si gioca qui e ora”, “istante” per istante, “fino all’ultimo secondo”. Una volta “decisosi a esistere”, cioè, ognuno può mantenersi esistente solo “continuandosi” perfettamente identico a quel primo, decisivo “istante”. Dopo il quale, ogni “istante” successivo è fatale (letteralmente: “si gioca il nostro destino”) proprio come il primo: ogni “istante”, cioè, è quello in cui si può (si deve, a tutti i costi) “restare sé stessi”. Non “restare umani”, attenzione (ché quella è un’idea “dell’altro mondo”), ma bensì rimanere identici a quel che si era nell’“istante” precedente. Pena, altrimenti, il tornare “nulla”.

 

3. Ognuno, infatti, viene al mondo come “nulla”. E “nulla” rimane fino all’“istante” in cui “decide sé stesso”. Allora “sconfigge il nulla” (cioè comincia a “esistere” con le caratteristiche che in quell’“istante” “decide” di avere). Ma tale vittoria va rinnovata a ogni successivo “istante”, fino alla morte. E la rinnova solo chi riesce a riprodursi identico all’“istante” decisivo, “istante” per “istante”, fino all’ultimo “istante” della sua vita. O si è “interamente sé stessi” ― o si rimane, “istante” per “istante”, graniticamente immodificabili rispetto alla “decisione” iniziale ― o si torna quel “nulla” che si era prima.

 

4. Ne consegue che identità, per l’estremista di destra (che non può non dirsi heideggeriano, lo sappia o meno) è sinonimo di identicità. Egli “è” ― cioè “esiste”, cioè non torna “nulla” ― solo se (e finché) rimane identico a come egli (o ella) ha razionalmente “deciso” di “essere” nell’“istante” che, proprio per questo, è detto “decisivo”. L’estremista di destra, insomma, si sente (ed è) intrasformabile. E avverte come pericoloso, perciò (più o meno consapevolmente) ogni contatto da cui possa venirgli un “rischio” di “mutazione”. Una donna, uno straniero, una “novità”, un rapporto interumano profondo, affettivamente coinvolgente: infiniti sono i “nemici” di chi deve (pena il ritorno al “nulla”) rimanere identico all’“istante decisivo”. E tutti subdoli, poiché è a livello inconscio che essi possono “colpire” la sua “identità”-identicità modificandola ben prima che egli (o ella) se ne renda conto.

 

5. L’“istante decisivo” ― in cui l’estremista di destra si consegnò all’intrasformabilità del “sé stesso” razionale e cosciente del quale, da allora, diventò l’intransigente guardiano ― fu quello in cui vide per la prima volta l’essere umano diverso2 da lui (o da lei)? Fu in quel momento che scattò per la prima volta in lui (o in lei) il terrore del rapporto interumano trasformativo?

 

6. Ma nessuno può rimanere identico a “sé stesso” per tutta la vita successiva a un dato istante (e rimanerlo istante per istante) senza esercitare su di sé una vigilanza e un controllo assoluti e feroci. E senza avvertire, perciò, la necessità assoluta e feroce di un “ancoraggio” a cui legare, indissolubilmente, la “decisione” che a tutti i costi deve mantenere: una fede, o un’ideologia, o un gruppo, e in ogni caso un capo (vivo o morto, ma sempre divinizzato) che tale fede o ideologia (o magari “semplice” cameratismo di tradizioni e abitudini) rappresenti fisicamente col suo corpo vivente o mummificato.

 

7. Come distinguere, se quanto sopra è corretto, le certezze sane dalla “certezza” delirante di chi si violenta a non sentire il rapporto interumano? Forse le certezze sane sono, in primo luogo, quelle che “lasciano passare” (cioè che non son in grado di impedire) la trasformazione positiva, che ci realizza umanamente? Quelle, in secondo luogo, che non ci allarmano se non dinanzi al rischio di una trasformazione negativa, che ci porrebbe in conflitto con la nostra umanità? Quelle, insomma, di cui ci muniamo non per impedire la trasformazione, ma per salvaguardarne la validità?

 

(Venerdì 23 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com). Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

[1] Alla comprensione della quale ha dato un contributo di inestimabile importanza Emmanuel Faye con il suo libro Heidegger, l’introduction du nazisme dans la philosophie. Autour des séminaires inédits de 1933–1935, trad. it. Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, a cura di Livia Profeti, L’Asino d’oro edizioni, Roma, 2012. (Estratti della prefazione di Faye alla trad. it. e un mio articolo, Faye, la scoperta del crimine contro l’Umanità nella “filosofia” di Heidegger sono su ScuolAnticoli in http://www.scuolanticoli.com/libri/Faye/Heidegger.pdf.

[2] Massimo Fagioli, Teoria della nascita e castrazione umana, L’Asino d’oro edizioni, Roma, 2012.

 

*

 

Bimbi battono primati uno (e anche più) a zero...

Bimbi battono primati uno (e anche più) a zero...

Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

La Repubblica anticipa una parte della lectio magistralis L’Homo sapiens alla conquista del mondo ― che il paleoantropologo Ian Tattersal (sul quale vedi anche, qui, La sensazione dell’umano) ha tenuto oggi al Salone del Libro di Torino. Tattersall dice cose molto interessanti: Ciò che veramente ci distingue e ci fa sentire così diversi da tutti gli altri esseri viventi è il modo di elaborare le informazioni nel nostro cervello. Quello che solo noi esseri umani facciamo è disassemblare mentalmente il mondo che ci circonda in un vocabolario sterminato di simboli mentali. Questa capacità unica si palesa in ogni aspetto delle nostre vite. Gli esemplari di altre specie reagiscono, più o meno direttamente e in modo più o meno sofisticato, agli stimoli dell’ambiente esterno. Ma la nostra capacità simbolica ci mette nelle condizioni di immaginare alternative e di porci domande come “Che succede se...?”. E il risultato è che non ci limitiamo a fare semplicemente le stesse cose che fanno le altre creature, solo un po meglio: noi gestiamo le informazioni in modo completamente diverso. [...] Ricreando mentalmente il mondo noi di fatto facciamo, nelle nostre teste, qualcosa di completamente nuovo e diverso. [...] L’innovazione neurale decisiva è stata acquisita come sottoprodotto della grande riorganizzazione evolutiva che ha dato origine all’Homo sapiens come entità fisicamente distinta, circa duecentomila anni fa. [...] [Ma] queste nuove potenzialità, che hanno fornito il sostrato biologico per la cognizione simbolica, sono rimaste “in sonno” fino a quando, sotto l’impulso probabilmente di uno stimolo culturale, non si sono concretizzate. La mia idea è che questo stimolo è stato l’invenzione del linguaggio, cioè l’attività simbolica per eccellenza. [...] In assenza del linguaggio la nostra capacità di ragionare per simboli è quasi inconcepibile. Immaginazione e creatività sono parte dello stesso processo, perché solo dopo aver creato simboli mentali siamo in grado di combinarli in modo nuovo e di chiedere: “Che cosa succede se...?”. È immensamente importante che si torni a indagare su quel che ci distingue da ogni altro animale, e ancor più importante che tale caratteristica sia individuata nell’immaginazione e nella creatività: Massimo Fagioli lo dice da mezzo secolo e oltre, ma per la scienza mainstream è una novità assoluta di cui Ian Tattersall sembra essere l’alfiere. È condivisibile, però, l’idea che l’immaginazione sia rimasta “in sonno” fino all’invenzione del linguaggio? Per inventare qualcosa non occorre che l’immaginazione sia attiva? Se essa invece era “in sonno” (modo di dire un po’ infelice, poiché sembra voler sostenere che quando si dorme non si immagina) come fu possibile l’invenzione del linguaggio? Con che cosa fu inventato? Non è più verosimile che sia stata l’immaginazione a creare il linguaggio, anziché il contrario? E che, proprio per questo, il linguaggio umano sia così immaginoso e continuamente in divenire? A tal proposito mi sembra molto interessante il breve articolo Lapprendimento creativo dei più piccoli, di Giovanni Sabato, apparso su Le Scienze di maggio: Il nostro linguaggio è unico fin dalle prime parole, vi si legge. Mentre le scimmie imparano per mera imitazione, i bambini creano da sùbito frasi originali. Lo mostra, sui Proceedings of the National Academy of Sciences, Charles Yang, del Dipartimento di linguistica e scienze del computer all’Università della Pennsylvania. Poiché i bambini usano poche combinazioni di vocaboli rispetto a quelle possibili, si era pensato che non facciano che ripetere il limitato campione di frasi che ascoltano. [...] Ma il confronto con gli adulti, inclusi scrittori professionisti, mostra una varietà di combinazioni analoga se non inferiore. [...] [Mentre], se i piccoli si limitassero a ripetere a memoria, un modello basato su oltre un milione di frasi rivolte dagli adulti ai bambini mostra che la variabilità sarebbe molto più bassa. “Analisi simili su Nim Chimpsky, uno scimpanzè che ha appreso la lingua americana dei segni, confermano che la usa solo per imitazione”, conclude Yang. Il linguaggio appreso e le sue regole sembrerebbero, dunque, più gli strumenti con cui il bambino crea con la propria immaginazione il proprio linguaggio, diverso da ogni altro, che non linterruttore di un’immaginazione che altrimenti non entrerebbe mai in funzione. (Venerdì 17 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com). Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

*

 

Suggerimenti per non far star male i figli

Suggerimenti per non far star male i figli...

Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

1. Non disprezziamoli. I figli sono il prodotto di milioni di anni di evoluzione: sono quasi perfetti. Non serve loro alcuna “correzione”. Non hanno difetti da estirpare né “cattive tendenze” da raddrizzare. Non devono “irrobustirsi” né “temprarsi”. Soffrire e piangere non fa loro alcun bene. Non occorre loro alcuna “educazione”. Non sono “egoisti”. Non son violenti. Non sono stupidi né pigri. E se hanno “problemi”, non li avevano però quando sono nati: siamo stati noi a crearglieli. O, se non noi, altri adulti. 2. Non consegniamoli a istituzioni violente. I figli sono umani quanto e più di noi. Nessun “peccato originale” pesa su di loro. Nessun “mostro” da addomesticare, civilizzare e controllare si nasconde in loro. Non sono diavoletti, né angioletti, né bestiole, né gnomi, né selvaggi. Chi vuole “umanizzarli”, cioè “renderli umani”, è matto, è mentalmente pericoloso e non può che farli star male (e anche noi, se lo pensassimo, saremmo matti e mentalmente pericolosi e non potremmo che farli star male). Nei figli non c’è alcunché di “storto”. Perciò non occorre loro alcun “rito”, più o meno superstizioso, che li “purifichi” e li “salvi”: sottoporveli, alla nascita e in seguito, vuol dire tentar di convincerli che siano malnati. 3. Non trattiamoli come animali non umani. Non picchiamoli: in primo luogo perché non ne siamo capaci, e poi perché farlo ― quale che ne fosse la “ragione” ― vorrebbe dire tentar di convincerli che sono esseri irrimediabilmente stupidi e cattivi. Parliamo con i figli il più possibile, e il più profondamente e sinceramente possibile, fin dal loro primo giorno e tutti i giorni successivi: in primo luogo perché lo desideriamo, e poi perché non farlo vorrebbe dire tentar di convincerli che non esistono o che non hanno alcuna importanza per noi. Non “addestriamoli”: in primo luogo perché ci ripugna (sì, ci ripugna: o è meglio che ci facciamo visitare) e poi perché farlo vorrebbe dire cercare di tramutarli in automi non umani. Non inganniamoli, non “facciamo i furbi”, non chiudiamoli in “diorami”, o mondi artificiali, come bestie in uno zoo: “mentiamo” loro (ma questo non è mentire) solo per difenderli da conoscenze che non sono ancora in grado di sostenere, non per accrescere la nostra “forza” contrattuale (questo è mentire) a spese dell’integrità e certezza del loro rapporto con la realtà e con noi. Insomma non trattiamo i figli come animali non umani: perché ci teniamo a restare umani, e per non convincere loro di essere mostri. 4. Difendiamoli. Non proteggiamo i figli da sé stessi (è tutto a posto, in loro) ma dagli altri: da certi altri, di solito più vecchi. Proteggiamoli dai pericoli naturali e artificiali: questo sì. Difendiamoli dalle mille bugie su di essi (alle quali ho accennato ai punti 1 e 2) che verranno loro raccontate per farli impazzire, questo sì. Ma per il resto dobbiamo solo aiutarli a realizzarsi, e il nostro aiuto non consisterà che nel rimuovere (per quanto possiamo) gli ostacoli che la Società, malata, dissemina sul loro cammino, e nel non ostacolarli noi stessi. Di tutto ciò che occorre per stare al mondo, ai figli non mancano che l’esperienza e l’istruzione, poiché richiedono tempo e ricerca. Ed è solo nel costruirsele, perciò, che noi possiamo e dobbiamo aiutarli, se ne siamo capaci. Altrimenti è meglio che siamo noi a imparare da loro. 5. Lasciamo che ci aiutino. I figli nascono quasi perfetti, ma noi forse non lo siamo più. Noi, col tempo, siamo forse andati incontro a “problemi” più o meno gravi che ci hanno resi meno all’altezza della nostra umanità: meno affettivi, meno immaginosi, meno curiosi, meno intelligenti. Il rapporto coi figli, in tal caso, potrebbe essere l’ultima nostra occasione di “rinascere”: guardiamoli, ascoltiamoli, scopriamo quel che loro hanno ancora e noi non abbiamo più, e cerchiamo di ritrovarlo in noi stessi. Impariamo da loro a stare al mondo. Ma soprattutto curiamo, amandoli, la nostra incapacità di amare. 6. Amiamoli. Non ci si può costringere ad amare qualcuno. Ma i figli non sono “qualcuno”: sono gli unici esseri che solo i malati di mente non amano. Quanto più li amiamo, perciò, tanto più è segno che stiamo bene. E quanto più stiamo bene, tanto più lo stare con noi fa bene ai figli e lo stare con loro fa bene a noi. Sì, questo soprattutto fa bene ai figli e a noi stessi: che ci dispiaccia di separarcene e che siamo contenti di ritrovarli. Anche se, naturalmente, spesso dobbiamo allontanarci: per la nostra realizzazione, perché amiamo anche altri, per lavoro, o perché siamo stanchi e vogliamo dormire e sognare. Ma una cosa è certa: se li amiamo ci mancheranno. E loro sentiranno se ci allontaniamo perché dobbiamo farlo, ma ci dispiace, o perché non li amiamo e non ci dispiace affatto. E se si sentiranno non amati si ammaleranno della nostra stessa malattia: l’anaffettività. E saremo stati noi a farli ammalare. 7. Facciamo ai figli quel che non fu fatto a noi. Abbracciamoli, baciamoli, accarezziamoli, coccoliamoli, teniamoli in braccio, accontentiamoli, aiutiamoli, lodiamoli, “viziamoli”: così che i figli, diversamente da alcuni di noi, sentano bella la vita e la amino e la trattino bene. E diciamo loro anche no, certo: ma, diversamente da come certi genitori li dissero a noi, soltanto i no che sappiamo dire anche a noi stessi e a chi è più forte di noi. E senza mai dimenticare, soprattutto, che il solo no non violento è quello che suscita in chi lo pronuncia almeno altrettanto dispiacere che in chi lo subisce. Per i figli lavoriamo e spendiamo, senza nascondere il piacere che ci dà, qualunque sia il lavoro nostro (foss’anche il più avvilente, poiché è lavorare per i figli a renderlo degno) e per quanto sia poco il denaro che possiamo spendere: e però mai, per nessun motivo, affidiamo loro un’incombenza che non sia un onore e un segno di stima. Giochiamo coi figli ogni giorno, soprattutto se nessuno giocò mai con noi. Se nessuno ci raccontò una storia o ci lesse un libro, raccontiamo e leggiamo per loro tutte le sere. Se nessuno ci portò in luoghi belli e ci mostrò cose belle, facciamolo coi figli anche se non sappiamo farlo. Se i nostri genitori mai dormirono vicino a noi, noi invece qualche volta dormiamo e sogniamo accanto ai figli, e ci sveglieremo più sani. E anche se, quando fummo figli, gli adulti ci indussero a temere e a disprezzare gli esseri umani, noi invece impariamo dai figli ad amare insieme a loro tutto ciò che è umanamente bello: poiché è di umanità che i figli e noi abbiamo fame e sete per star bene con noi stessi e con gli altri: noi per guarire dalla pazzia che prendemmo, e loro per non prenderla da noi. 8. E infine non sprechiamoli, poiché tutto ciò non durerà che dieci anni o poco più. Poi, felice solo chi quei dieci anni se li sarà goduti, e felici i suoi figli. Poi, se non li avremo fatti star male, i figli vorranno iniziare a separarsi da noi per andare più in là. E allora non tentiamo di trattenerli, non cerchiamo di far di loro le copie di noi stessi: il nostro compito, a quel punto, sarà quello di essere all’altezza, per quanto potremo, del più e del meglio che i figli saranno e faranno rispetto a noi. Questo e non altro si deve ai figli: tutto ciò che loro si può dare, e tutto ciò che loro non si deve togliere. (Avvertenza. L’autore di queste righe non è uno psicologo, né uno psichiatra, né uno psicoterapeuta, né un (cosiddetto) psicoanalista. Non è un pedagogista. È un laureato in filosofia, uno studioso, un insegnante, un padre. Chi ne seguirà in tutto o in parte i suggerimenti, dunque, lo farà a proprio rischio e pericolo. Come, del resto, chi non li seguirà).  (Sabato 18 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com). Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

*

 

La Scuola pubblica è il dono della Società ai Bambini. La "scuola" privata è il profitto di alcuni sui Bambini. (Venerdì 24 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Venerdì 24 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Il 26 e il 27 maggio NOI abbiamo votato Pd per liberare le nostre città dai berluscisti. E il Pd che dice? Che lo abbiamo votato per governare TUTTA l'ITALIA coi berluscisti. IL PD SI PRENDE IL NOSTRO VOTO. MA DI NOI GLIENE IMPORTA QUALCOSA? PENSIAMOCI, IN ATTESA DEI BALLOTTAGGI. (Mercoledì 29 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com). (Immagine tratta da Segnalazioni)

(Mercoledì 29 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com)

(Immagine tratta da Segnalazioni)

 

*

 

Tu che nelle città con sofferenza hai votato Pd, sei contento che il tuo voto sia confiscato e regalato a Berlusconi? Non ha atteso un'ora, Enrico Letta, per dichiarare che il tuo voto - sofferto, generoso, responsabile, dato per salvare la tua città dai berluscisti - è un voto A FAVORE del governo coi berluscisti. Pensaci: questa è gente che non è capace di rispettarti e non lo sarà mai. (Martedì 28 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Martedì 28 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Per la serie "Facce di bronzo...": Roberto Speranza e Guglielmo Epifani (Giovedì 23 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Giovedì 23 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Lettera aperta al compagno Gianluca Santilli, candidato per il Pd al Consiglio comunale di Roma.

Lettera aperta al compagno Gianluca Santilli, candidato per il Pd al Consiglio comunale di Roma: "A Roma io voterò Pd per votare te, caro Gianluca Santilli. Ma spero tanto che questo Pd sia sconfitto..." (Lunedì 20 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Leggo su Segnalazioni queste righe, tratte da un articolo di Ugo Magri su La Stampa del 21 maggio: Se [a Roma] il candidato Pd riuscisse a imporsi, per Epifani, neo-segretario del partito, sarebbe un’eccellente notizia: nemmeno il tempo di insediarsi e, zac, eccoti servito un piccolo trionfo... Verrebbe in qualche misura dimostrato (osservano al Largo del Nazareno) che la nascita del governo di “larghe intese” non determina la temutissima fuga dell’elettorato Pd.

È ciò che penso anch’io, caro Gianluca Santilli: il Pd filoberluscista di Enrico Letta e compari, che ebbe la faccia come il popò dinterpretare come un “benedizione” delle cosiddette larghe intese la vittoria di Serracchiani in Friuli per soli 1.800 (milleottocento!) voti, quanto si glorierebbe e ringalluzzirebbe se Ignazio Marino diventasse sindaco di Roma?

No, caro Gianluca: il Pd collaborazionista di Enrico Letta e compari, che sta facendo strame della volontà degli elettori di sinistra e della stragrande maggioranza dei suoi stessi militanti ― questo Pd deciso a servire il berluscismo fino all’estrema viltà di farsi sicario suo e delle tirannie finanziarie globali nella distruzione della Sinistra italiana ― questo Pd deve perdere, a Roma e ovunque: perdere sonoramente, clamorosamente e vergognosamente.

Eppure, al tempo stesso, io e tanti altri abbiamo per te un’immensa stima, caro Gianluca: sappiamo che uomo sei, conosciamo la tua onestà, la tua generosità, la tua passione, la tua intelligenza, e sappiamo che ciò che sta accadendo dispiace a te e alla tua squadra quanto e come dispiace a ogni donna e a ogni uomo rimasto umano di questo Paese. Come non votarti, dunque? Sei il miglior consigliere comunale che Roma possa augurarsi e sperare.

Perciò io penso e dico, caro Gianluca, che spero con tutto il cuore che tu vinca e che il Pd sia sconfitto. Che tu sia il grande, ottimo consigliere comunale che puoi e devi essere, sì, ma di minoranza. E che la caduta dell’attuale dirigenza golpista del partito ― sì: golpista contro la volontà formalmente e chiaramente espressa degli elettori, degli iscritti e dei militanti ― segni l’inizio di una rinascita del partito, di una risalita di tutti noi dall’abisso di disonore e di disperazione in cui quegli individui ci stanno precipitando, e di un’inversione di rotta che salvi il Paese dalla rovina morale, civile, politica ed economica a cui il governo LettAlfano lo condannerebbe.

Con immensa stima e affetto, caro Gianluca, ti dico perciò in bocca al lupo: che tu vinca, ma che loro perdano. Luigi Scialanca.

(Lunedì 20 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Titola "l'Unita" del 17 maggio: "Papa Francesco condanna la tirannia dei mercati: il benessere dell'uomo viene prima del profitto". Predica bene, ma... Il cosiddetto cardinale O'Brien, benché sia un violentatore confesso, evidentemente viene prima dell'uomo. Tant'è che papa Francesco, per "punirlo", lo ha premiato con qualche mese di vacanza in convento. Alla faccia delle vittime delle sue violenze, che soffrono da anni. (Venerdì 17 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Venerdì 17 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

La Procura di Nocera Inferiore ha aperto un fascicolo contro ignoti per offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato. La polizia postale ha ricevuto il mandato di accertare su quali siti siano comparsi commenti o invettive che possano configurare il reato. Ma è la liberta di espressione che offende l'onore e il prestigio della presidenza della Repubblica? O è la presidenza della Repubblica che ce l'ha con la libertà di espressione? (Mercoledì 14 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Mercoledì 14 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Lo Stato e l'anti-Stato: Ilda Boccassini, magistrato, e LettAlfano, collaborazionisti. (Martedì 14 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Martedì 14 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Spiegare un Film a un Bambino: Il vecchio e il mare, di John Sturges.

26. "Il vecchio e il mare", di John Sturges (1958), con Spencer Tracy e Felipe Pazos.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

Un vecchio ed esperto pescatore, solo al mondo, “da ottantaquattro giorni ormai non prende un pesce”. Gli altri pescatori lo canzonano, tranne i più vecchi, che “lo guardano e si sentono tristi”, e un ragazzo che lo stima ― “ci sono molti pescatori bravi e alcuni grandi,” gli dice, “ma come te ci sei soltanto tu”. E con il ragazzo, anche se è solo un ragazzo, il vecchio parla e si confida, e ne accetta con discrezione l’aiuto perché, quantunque sia “troppo semplice per chiedersi quando abbia raggiunto l’umiltà, sa di averla raggiunta e sa che questo non è indecoroso e non comporta la perdita del vero orgoglio”.

Una notte il vecchio “si addormenta presto e sogna l’Africa quand’era ragazzo e le lunghe spiagge dorate e le spiagge bianche, così bianche da far male agli occhi, e i promontori alti e le grandi montagne brune. Ora viveva tutte le notti lungo quella costa e nel sogno udiva il fragore dei frangenti e vedeva le barche indigene che li fendevano. Mentre dormiva sentiva l’odore del catrame e della stoppa del ponte e sentiva l’odore dell’Africa recato al mattino dal vento di terra. [...] Non sognava più tempeste, né donne, né grandi avvenimenti, né grossi pesci, né zuffe, né gare di forza e neanche di sua moglie. Ora sognava soltanto luoghi, e i leoni sulla spiaggia. Giocavano come gattini nel crepuscolo e gli piacevano come gli piaceva il ragazzo. Non sognava mai il ragazzo”.

Allora il vecchio si svegliò e si mise in mare ― quel mare a cui egli “pensava sempre come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni [...] ne parlavano come di el mar al maschile. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvage era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò”.

Quel giorno, finalmente, all’amo del vecchio abboccò un pesce gigantesco e molto forte, che lo impegnò in un durissimo e terribile combattimento. Alla fine il vecchio trionfò sul pesce, che nel frattempo era arrivato a stimare come un avversario valoroso e leale, ma la sua lotta e le sue sofferenze non erano ancora terminate: doveva portarlo a terra, e gli squali (né leali né valorosi) avrebbero fatto di tutto per non lasciargliene che lo scheletro.

Una storia semplice come il viaggio che racconta e l’obiettivo di esso: andare in mare, riuscire a prendere un pesce e tornare a casa. Ma quel pesce non è uno qualsiasi: è il pesce che salverà il vecchio dalla morte per fame, confermerà la sua immagine di sé e lo farà sentire ancora degno della stima e dell’affetto del solo essere umano con cui è in rapporto: il ragazzo. E perciò neanche il viaggio è un viaggio qualsiasi, ma quello che (per quanto spesso si ripeta) ogni volta torna a essere per ognuno il più importante della vita: è l’impresa (grande e unica come la scoperta dell’America o “piccola” e sempre ripetibile come ogni buona riuscita) che dimostra... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Sabato 11 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Le migliori domande dei bambini sui film:

 

16. Stand by me,

di Rob Reiner.

16. "Stand by me", di Rob Reiner (1986), con Wil Wheaton, River Phoenix, Corey Feldman, Jerry O’Connell, Kiefer Sutherland e Richard Dreyfuss.

17. "I quattrocento colpi", di François Truffaut (1959), con Jean-Pierre Léaud, Albert Rémy, Claire Maurier, Patrick Auffay e Guy Decomble.

17. I 400 colpi,

di François Truffaut.

18. L’isola del tesoro,

di Fraser Heston

18. "L'Isola del Tesoro", di Fraser Heston (1990), con Charlton Heston, Christian Bale, Oliver Reed e Christopher Lee.

 

19. "Le avventure di Pinocchio", di Luigi Comencini (1972), con Andrea Balestri, Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Vittorio De Sica e Lionel Stander.

19. Pinocchio,

di Luigi Comencini

20. Ladri di biciclette,

di Vittorio De Sica

20. "Ladri di biciclette", di Vittorio De Sica (1948), con Enzo Staiola, Lamberto Maggiorani e Lianella Carell.

21. "Bashu, il piccolo straniero", di Bahram Beizai (1986-1989), con Sussan Taslimi, Adnan Afravian e Parviz Purhosseini.

21. Bashu,

di Bahram Beizai

 

22. Il buio oltre la siepe,

di Robert Mulligan.

22. "Il buio oltre la siepe", di Robert Mulligan e Alan Pakula (1962), con Gregory Peck, Mary Badham, Robert Duvall, Phillip Alford e Brock Peters.

23. "La guerra del fuoco", di Jean-Jacques Annaud (1981), con Ron Perlman, Rae Dawn Chong, Everett McGill e Nameer El-Kadi.

23. La guerra del fuoco,

di Jean-Jacques Annaud

(in preparazione).

24. Odissea nello spazio,

di Stanley Kubrick

(in preparazione).

24. "2001: Odissea nello spazio", di Stanley Kubrick (1968), con Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester e Daniel Richter.

(Sabato 11 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Buttereste i vostri figli nel nulla?

Non buttiamo i bambini nel nulla delle prove Invalsi!

Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

Vi raccontano che le prove Invalsi sono prove di valutazione del sistema scolastico, degli insegnanti, degli alunni... Vi dicono che valutarli è necessario, che si deve pur sapere cosa stiano combinando, quali risultati stiano ottenendo... che si devono pur confrontare i risultati delle scuole italiane con quelli degli altri Paesi...

Niente di tutto ciò è vero, e chi lo dice racconta balle sapendo di raccontarle oppure, animuccia candida, non si rende conto di quel che dice.

Le prove Invalsi non sono prove di valutazione, ma prove generali di sostituzione: mirano a sostituire agli insegnanti i computer (o, che è anche peggio, a tramutare gli insegnanti stessi in computer); a sostituire agli affetti (che rendono umano e vivo ed efficace il rapporto insegnanti-alunni) la razionalità anaffettiva, gelida, ostile allumano; a sostituire, cioè, al rapporto il nulla.

Solo voi genitori potete impedirlo. Ed è a voi genitori, quindi, che migliaia di insegnanti chiedono di tenere i bambini a casa quel giorno, anziché precipitarli nel nulla delle prove Invalsi: di star con loro, se possibile, o affidarli ai nonni, o agli zii, o riunirli in case di amici, e far loro sentire ancor più del solito tutto il calore degli affetti umani. Poiché quel giorno nelle aule non ci saranno insegnanti ma un meccanismo: impersonale, insensibile, freddo, astratto, al quale gli insegnanti dovranno consegnare i vostri figli per poi restar lì come statue, muti, inerti, come se non esistessero. Poiché i vostri figli saranno lasciati soli col nulla, il giorno delle prove Invalsi, e sarà il nulla a valutarli. Gli insegnanti dovranno solo premere il tasto Invio dopo aver inserito i dati in apposite griglie, predisposte dall’Invalsi, nelle quali non c’è spazio per descrivere dei vostri figli la personalità, le qualità, i punti di forza, i problemi: nulla. Poi sarà un computer a trarre da quei dati una valutazione della situazione scolastica dei bambini senza alcun rapporto con loro, come se neanche i bambini esistessero più.

Il rapporto insegnanti-alunni ridotto a nulla, gli insegnanti ridotti a nulla, i bambini ridotti a nulla, solo numeri valutati da macchine, ecco cosa sono le cosiddette prove di valutazione Invalsi: prove di sostituzione del non umano all’umano. È questo che vogliamo per i vostri e nostri figli? È questa la Società che vogliamo lasciare loro: un meccanismo senza affetti che decide i destini di tutti attraverso gelidi calcoli?

Il sistema scolastico, gli insegnanti e i risultati conseguiti dagli alunni devono essere valutati, certo: ma da esseri umani, cioè dagli alunni stessi e dalle loro famiglie.

(Post scriptum: Si obietterà che i test sono stati predisposti da esseri umani, sono prodotti altamente professionali e vengono migliorati ogni anno: perché, dunque, chiamarli nulla? La risposta è semplice quanto dolorosa: sono nulla perché, per quanto professionali siano, quelle prove non conoscono i vostri figli, non ne sanno niente, non hanno con loro alcun contatto umano, alcun affetto, alcuna storia di rapporto: nulla, appunto. Tanto che, se invece di un bambino fosse un computer a svolgere le prove ― un computer dellInvalsi, è ovvio: altamente professionale ― allInvalsi chi se ne accorgerebbe?).

(Mercoledì 8 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

*

 

Il governo collaborazionista Letta in convento... Bene, è il luogo adatto allo squallore che non è difficile immaginare in individui capaci di aggredire, con le loro vergognose intese, l'identità e la dignità di tutti gli Italiani.  (Martedì 7 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Martedì 7 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Te lo dico io, compagno, che cosa...

"Che cosa ho sbagliato?" "Te lo dico io, compagno Bersani, che cosa..."

Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

Intervistato da l’Unità, Pier Luigi Bersani dice cose interessanti.

1. Le mie dimissioni dovrebbero servire a incoraggiare una discussione vera, a decidere correzioni profonde riguardo al nostro modo di essere.

Bene: allora la prima correzione profonda sia la fine delle bugie. Basta con le mani sulle labbra per nascondere quel che si dice, basta con le doppie, triple e quadruple “verità” cangianti a seconda degli interlocutori. Si abbia il coraggio di esser donne e uomini onesti: si dica ciò che si pensa e si fa e ciò che accade, e lo si dica sempre, su tutto, a tutti. Gli avversari se ne avvantaggeranno? Mai quanto il Paese.

 

2. Dinanzi alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati non siamo riusciti a saltare l’asticella. Abbiamo mancato la prova.

Ecco una verità: il Partito democratico, dinanzi a tutti gli Italiani, si è dimostrato e certificato inesistente, zero. E da zero riparta, allora, con umiltà e orgoglio (con umiltà in quanto reduce da un fallimento, con orgoglio per il coraggio, così facendo, di mettersi nelle mani dei cittadini) alla ricerca di un più umano che renda diversamente ricca l’immensa rete di umani rapporti che è la Società.

 

3. È difficile non vedere in questo la lunga semina della cultura berlusconiana che ha messo frutto anche nel nostro campo.

Parole drammaticamente vere, che impongono al Partito, se non vuol più mancare la prova, se vuol correggere profondamente il proprio modo di essere, la vigilanza e il rifiuto continui di qualsiasi compromissione col berluscismo. Che le urla di sdegno dei berluscisti, d’ora in poi, siano il solo esito accettabile di ogni parola e azione pubblica o privata di ogni dirigente e militante del partito: nell’interesse di tutti e anche dei berluscisti, che altrimenti impazziranno sempre di più.

 

4. È tramontata la possibilità di un governo di cambiamento.

Un’altra verità: il governo collaborazionista LettAlfano non è di cambiamento, è di continuità; e perciò non potrà che continuare (volenti o nolenti le due o tre persone per bene che vi si son lasciate intruppare) a fare quel che han fatto Berlusconi e Monti: a distruggere il Paese. Ma allora dov’è che sbagli? Dov’è che fallisci? Dov’è l’idea insensata e violenta che ha indebolito e vanificato ogni tuo sincero sforzo e tutto l’impegno di chi, come me, ti ha sostenuto contro tutto e tutti? Tu lo sai e lo dici, ma ostinandoti a professarla, quell’idea, come se fosse un dogma, una verità di fede della Chiesa che il partito continua a essere nella tua testa e in quelle di migliaia di dirigenti grandi e piccoli e piccolissimi:

 

5. Vogliamo essere un soggetto politico o uno spazio politico dove ognuno esercita il proprio protagonismo? [...] Se scegli di entrare in una libera associazione, decidi di devolvere a una comunità almeno una parte delle tue convinzioni, delle tue aspirazioni, delle tue ambizioni.

No, compagno. No. Le aspirazioni, va bene. Le ambizioni, anche. Ma le convinzioni no. Le convinzioni, le idee, non puoi devolverle ad alcuna associazione, se davvero la vuoi libera: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo, stabilisce l’articolo 21 della Costituzione, ed esso vige in ogni luogo: non c’è casa, scuola, circolo, parrocchia, caserma, piazza o perfino carcere che la Costituzione non difenda dai soprusi, compagno Bersani, ed essa vale, dunque, anche nel Partito, se davvero lo vuoi democratico.

“Dovremmo dunque seguitare a dividerci e a litigare su tutto?” obietterai. “A essere un partito senza identità?”

No, compagno. Voi siete senza identità, è vero, ma non perché vi dividiate sulle idee: siete senza identità perché delle idee non v’importa un fico secco. Perché le idee, che per noi son vere e appassionate, per voi sono maschere con cui le vostre “correnti”, in realtà identiche, camuffano i propri squallidi interessi per farsi seguire da noi che le crediamo sincere. Non perché abbiate troppe e inconciliabili identità, compagno Bersani, ma perché non ne avete alcuna che non sia finta. Ingannando la base, i militanti generosi, i piccoli dirigenti impegnati e onesti (che pur ci sarebbero, ma che voi fiaccate relegandoli per anni in fondo alle liste elettorali), gli iscritti e i cittadini tutti: i quali, più umani di voi, credono che sia sulle idee che vi contrapponete, e le dibattono, e s’infervorano, e su di esse cercano di farsi da voi ascoltare... andando a sbattere contro un muro. Perché chi ha idee sincere v’insospettisce invece fin dal primo giorno: perché lo sentite troppo vivo, vero, sano, umano, e perciò incontrollabile. Perché non vi fidate, invece, che di donne e uomini dalle “idee” mosce: fatui quanto basta per credersi nondimeno sinceri; sciocchi quanto occorre per non scoprire falsi voi; e rassegnati e ubbidienti quanto serve per far da greggi alle vostre correnti e cordate continuando a non vedere che sono finte, che non hanno idee di sorta, che non litigano che per il potere, e che solo al potere ogni volta li sacrificano.

Magari litigaste davvero, compagno Bersani! Magari vi contrapponeste sulle idee con sincerità e passione! Magari non “devolveste” in segreto le vostre convinzioni alla lotta per il potere che tutti vi uniforma nella rissa o, avvicinandosi le elezioni, nell’unanimità opportunista che vi rende ancora più falsi! Allora chi ha idee appassionate potrebbe avvicinarsi a voi senza sentirsi gelare fin dal primo contatto. Allora nel confronto e nello scontro le identità di ognuno si farebbero così autentiche che sarebbero i fasulli a sentirsene respinti, anziché il contrario. Allora se ne andrebbe chi non mira che al potere, non sopportando lui il contatto con noi, e l’identità del partito sarebbe conflittuale, sì, ma insieme potente. Non, come invece è ora, conflittuale e del tutto imbelle perché senza più verità di cuore e di mente.

 

Post scriptum: e guarda che ti dico compagno, caro Pier Luigi Bersani, perché ancora ti sento dei nostri, anche se il togliattismo razionale e anaffettivo continua a farti scambiare per Partito democratico, sincero e appassionato, quello che invece è Chiesa teocratica piena di menzogne e d’odio.

(Lunedì 6 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Clicca qui per scaricare il testo in pdf - e qui per scaricarlo in Word.

 

*

 

Era ora: la scienza mainstream conia l’intuizione creativa...

A più di mezzo secolo dalla prima edizione di Istinto di morte e conoscenza, di Massimo Fagioli, la scienza mainstream “scopre” qualcosa di (vagamente) analogo al concetto di immaginazione come capacità che distingue l’animale umano da tutti gli altri.

Nel numero di maggio de Le Scienze, in un articolo dedicato a Le origini della creatività, di Heather Pringle (una giornalista scientifica canadese che collabora con la rivista Archeology) leggo: Gli scimpanzè adoperano con grande abilità un’ampia gamma di strumenti: pietre per aprire noci, foglie per raccogliere l’acqua da cavità degli alberi, e stecchi per scavare nutrienti radici vegetali. Ma non sembrano capaci di far progredire tali conoscenze o di perfezionare le loro tecniche: “Gli scimpanzè possono far vedere ad altri scimpanzè come acchiappare le termiti” dice Henshilwood (Christopher Henshilwood, dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg, n.d.r.), “ma non migliorano la loro tecnica, non dicono: "facciamolo con un altro tipo di bastoncino". Si limitano a fare ogni volta la stessa cosa”. Gli esseri umani, invece, non hanno questo tipo di limiti. [...] Nessun singolo individuo, per esempio, ha tirato fuori da solo tutta l’intricata tecnologia incorporata in un computer portatile: questi risultati nascono dalle intuizioni creative di intere generazioni di inventori (Le Scienze n°537, maggio 2013, p. 41; grassetto di ScuolAnticoli).

Siamo ancora ben lontani, naturalmente, dalla maggior parte (o anche solo da alcune) delle fondamentali implicazioni del concetto di immaginazione nelle scoperte e nell’elaborazione teorica di Massimo Fagioli. Ma è, finalmente, qualcosa nella giusta direzione. E io, nel mio piccolissimo, ne sono contento anche perché quest’anno fanno vent’anni che agli alunni anticolani insegno (senza poter darne loro alcuna conferma da parte della scienza mainstream) che è l’immaginazione (anche se a quei tempi la chiamavo fantasia) quel che ci distingue dagli altri animali attualmente viventi. Come ricorderanno, per esempio, le ragazze e i ragazzi che nell’anno scolastico 1994-95 scrissero con me la sceneggiatura e collaborarono alla realizzazione del film Arriva l’Ispettore. In cui, a un certo punto, alcuni alunni della Scuola media di Anticoli Corrado trovavano non solo le tracce (opera di Eclario Barone, alle quali si riferisce la foto qui sotto) di un preistorico Homo Anticolensis, ma addirittura... lui in persona.

Che, su loro invito, veniva a scuola a parlare di sé. E a un certo punto si esprimeva (quasi) come vent’anni dopo si sarebbe espresso il professor Henshilwood: HOMO ANTICOLENSIS. Anche gli animali usano semplici strumenti: certe scimmie, per difendersi, usano pietre e bastoni; certi uccellini, i pavimenti delle terrazze per rompere i pinoli... Anche gli animali fabbricano nidi e dighe, scavano tane e formicai... Anche gli animali possono “dirsi” se hanno fame o paura, cercarsi o respingersi... Anche gli animali ricordano, hanno esperienza, sanno e ragionano: tendono agguati, sfuggono alle trappole, insegnano ai piccoli dov’è la vita e dov’è la morte... Eppure non sono umani. La camera inquadra gli ascoltatori. Sullo sfondo, la professoressa Fantàsia si prepara a rivolgere una domanda... PROFESSORESSA FANTÀSIA. Ma allora cosa vuol dire essere umani, se si può usare uno strumento, costruirsi un rifugio, raccogliere un frutto, cacciare; se si può ricordare, sapere e perfino comunicare, e non esserlo ancora? HOMO ANTICOLENSIS. In Africa, diecimila secoli fa, un mio antenato fu il primo essere umano: il primo, dotato di fantasia. Solo per la fantasia siamo diversi dagli animali. Tutto il resto: esperienza, memoria, intelligenza, ragione, perfino un linguaggio, ce l’hanno anche loro. La fantasia no. Gli animali ripetono sempre. Nessun animale, mai, ha potuto cambiare qualcosa in meglio.

Farà piacere, forse, a quei ragazzi oggi più che trentenni, sapere di aver ricevuto un insegnamento in anticipo di (almeno) vent’anni sulla scienza “ufficiale”? Spero di sì. (Venerdì 3 maggio 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

*

 

Vuoi andare ai post del mese precedente, aprile 2013? Clicca qui!

Vuoi andare all’Indice di tutti i post precedenti dal 2002 a oggi? Clicca qui!

*

 

*

Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha, comunque, carattere periodico ed è aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità

dei materiali. Pertanto non può essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7/3/2001... Clicca per continuare a leggere.

 

*

 

L’immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell’artista danese Viggo Rhode (1900-1976).

L’ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

 

*

 

Torna in cima alla pagina     Il diario del Prof: puntate precedenti     Home