ScuolAnticoli

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

 

L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

La Terra vista da Anticoli Corrado

nel dicembre del 2013

 

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"Immobile e identico l'anno che è di tutti, ognuno intanto, in date solo sue, ha o non ha Capodanni che al risevglio non sempre ricorda" - Con i migliori auguri di ScuolAnticoli per il 2014! (Lunedì 30 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Lunedì 30 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Spiegare un Film a un Bambino: Il settimo sigillo, di Ingmar Bergman.

44. "Il settimo sigillo", di Ingmar Bergman (1957), con Max von Sydow, Bengt Ekerot, Gunnar Bjornstrand, Bibi Andersson, Nils Poppe, Erik Strandmark, Ake Fridell, Inga Gill, Maud Hansson, Inga Landgré, Gunnel Lindblom e Bertil Anderberg.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

In una chiesa, Antonius Block si avvicina al confessionale senza accorgersi che il monaco, al di là della grata, è la Morte che poco prima ha sfidato a una partita a scacchi:

 

“Vorrei confessarmi,” dice, “ma non ne sono capace perché il mio cuore è vuoto. È vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso, e provo solo disgusto e paura. Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini da incubo, nate dai miei sogni e dalle mie fantasie”.

 

In quello stesso momento (in un luogo non lontano, dove il sole splende e la natura è in fiore come se la Morte, almeno lì, non avesse alcun potere) un attore girovago di nome Jof racconta alla donna che ama, Mia, la visione che ha appena avuto: una bellissima dama, forse la Madonna, che aiutava un bambino a muovere i primi passi. Mia, però, non gli crede, poiché non capisce che la visione di Jof è l’immagine meravigliosa che egli ha di lei e di Michael, il loro figlioletto: al contrario, lo prende scherzosamente in giro e affettuosamente lo rimprovera, per quelle fantasticherie “che lo mettono in pericolo,” dice, “di essere giudicato pazzo o malvagio da chi non lo conosce”. Non perché Mia sia sciocca o cattiva, (se lo fosse, non amerebbe Jof), ma perché la sua intelligenza e capacità di comprensione si manifestano nei teneri affetti che prova per lui e nelle attenzioni che gli prodiga; mentre i suoi ragionamenti e discorsi scaturiscono invece quasi soltanto dalle paure che il mondo disumano che li circonda è riuscito a incuterle).

 

“Io l’ho vista!” protesta Jof. “Ti ho detto la verità!... Ma non la verità che dico tutti i giorni... Un’altra verità!... Capisci?... Una verità più vera!”

 

Ecco: mentre la Morte imperversa e Block non vede in sé che “immagini da incubo”, le immagini di Jof sono invece le rappresentazioni di una “verità più vera”. Mentre le immagini del cavaliere sono dominate dalla Morte (e mostrano che anche il suo mondo interiore, come il mondo esterno, è devastato dall’Apocalisse quotidiana che la follia di alcuni ha scatenato sulla Terra) le immagini dell’attore invece si oppongono all’orribile realtà creandone un’altra: più bella, più umana, più vera di quella reale.

 

Poiché Jof è diverso da Block e dagli altri, è rimasto umano, e quindi anche il mondo che egli crea per Mia, per Michael, per sé, e per chi assiste ai loro spettacoli, è diverso e più vero del mondo reale... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Domenica 29 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Antonio Gramsci sull’immaginazione e la fantasia

Antonio Gramsci sull'immaginazione e la fantasia. (Nella foto: Orgosolo, via Antonio Gramsci, dipinto murale). (Venerdì 27 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Orgosolo, via Antonio Gramsci: dipinto murale).

(Clicca qui per scaricare il testo in .pdf, e qui per scaricarlo in .doc).

 

Più di una volta, nelle prime lettere dal carcere, Gramsci cercò di avvertire la cognata Tatiana che non avrebbe potuto aiutarlo se non si fosse resa conto che la sua nuova condizione era “assolutamente eccezionale, fuori di ogni esperienza normale di umana convivenza” (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere 1926-1937, Sellerio editore, Palermo, 1996, 25 aprile 1927). In quei mesi, infatti, negli interminabili trasferimenti da una prigione all’altra e nel confino di Ustica, Gramsci aveva scoperto “un mondo nuovo”, che prima “conoscev[a] solo intellettualmente” (11 aprile). E si era convinto che descrivendolo a Tatiana glielo avrebbe fatto sentire e sarebbe riuscito, così, a farlo conoscere davvero anche a lei.

 

“Ti devo parlare del mio amico calabrese, il contadino Salvatore Chiodo, che ha ammazzato la moglie, e del mio protettore, il contadino salernitano di cui non so il nome che ha ammazzato il suocero e ne ha ereditato le sostanze (― ho ammazzato ed ho ereditato ― era il suo intercalare) e del mio secondo protettore, il fornaio napoletano Gaetano Parise che ha ammazzato il seduttore della sorella, e del capobanda calabrese Domenico Vilella, di 16 anni, al quale ho ceduto le scarpe e una maglia (aveva i piedi senza calze infilati in due stracci cuciti a due pezzi di cartone e nessuna biancheria) e che mi ha solennemente promesso di non rubarmi mai le galline” (12 marzo).

 

“Il 7 dicembre, arrivo a Ustica. Conosco il mondo dei coatti: cose fantastiche e incredibili [corsivi miei] [...]. Il 20 gennaio, riparto. 4 giorni a Palermo. Traversata per Napoli con criminali comuni. Napoli: conosco tutta una serie di tipi del più alto interesse per me, che del Mezzogiorno fisicamente conoscevo solo la Sardegna. A Napoli, tra l’altro, assisto alla scena di iniziazione alla camorra: conosco un ergastolano (un certo Arturo) che mi lascia una impressione indelebile. Dopo 4 giorni parto da Napoli; fermata a Cajanello, nella caserma dei carabinieri; conosco i miei compagni di catena, che verranno con me fino a Bologna. Due giorni a Isernia, con questi tipi. [...]. Ancora: due giorni con circa 60 detenuti. Vengono organizzati dei trattenimenti di occasione in mio onore; i romani improvvisano una bellissima accademia di recitazione, Pascarella e bozzetti popolari della malavita romana. Pugliesi, calabresi e siciliani svolgono un’accademia di scherma del coltello secondo le regole dei 4 stati della malavita meridionale (lo Stato Siciliano, lo Stato Calabrese, lo Stato Pugliese, lo Stato Napoletano): Siciliani contro Pugliesi, Pugliesi contro Calabresi. Non si fa la gara tra Siciliani e Calabresi, perché tra i due Stati gli odii sono fortissimi e anche l’accademia diventa seria e cruenta. I Pugliesi sono i maestri di tutti: accoltellatori insuperabili, con una tecnica piena di segreti e micidialissima, sviluppata secondo e per superare tutte le altre tecniche. Un vecchio pugliese, di 65 anni, molto riverito, ma senza dignità statali’, sconfigge tutti i campioni degli altri ‘stati’; poi, come clou, schermisce con un altro pugliese, giovane, di bellissimo corpo e di sorprendente agilità, alto dignitario e al quale tutti obbediscono e per 1/2 ora sviluppano tutta la tecnica normale di tutte le scherme conosciute. Scena veramente grandiosa e indimenticabile, per tutto, per gli attori e per gli spettatori: tutto un mondo sotterraneo, complicatissimo, con una vita propria di sentimenti, di punti di vista, di punto d’onore, con gerarchie ferree e formidabili, si rivelava per me. [...] Mi sono persuaso che realmente i siciliani fanno parte a sé; c’è più somiglianza tra un calabrese e un piemontese che tra un calabrese e un siciliano. Le accuse che i meridionali in genere muovono contro i siciliani sono terribili: li accusano persino di cannibalismo. Non avrei mai creduto che esistessero tali sentimenti popolari” (11 aprile, corsivi miei).

 

Gramsci pensava dunque che il suo personale racconto di questi fatti, insieme al sentire di Tatiana nel leggerli, le avrebbero dato una conoscenza non “solo intellettuale” di essi (non, cioè, come la conoscenza che anchegli ne aveva prima), ma anzi vicina e simile, almeno un po’, all’esperienza reale?

 

Fatto sta che nella successiva lettera del 25 aprile si propone “freddamente, cinicamente, di far[la] arrabbiare [...] (non andare troppo in collera, però; mi dispiacerebbe)”, cioè di suscitare in lei affetti intensi raccontandole, di nuovo, fatti che altrimenti le sarebbe “impossibile immaginare”:

 

“Potevi tu immaginare cose come questa; senti. Io sono giunto ad Ustica il 7 dicembre. [...] Ero il quinto confinato politico che giungeva. Fui avvisato subito di farmi una provvista di sigarette, perché la scorta era agli sgoccioli; andai dal tabaccaio e domandai 10 pacchetti di macedonia (16 lire), mettendo sul banco un biglietto da cinquanta lire. La venditrice (una giovane donna, dall’apparenza assolutamente normale) si maravigliò della mia domanda, se la fece ripetere, prese i dieci pacchetti, li aprì, incominciò a contare le sigarette una ad una, perse il conto, ricominciò, prese un foglio di carta, fece dei lunghi conti colla matita, li interruppe, prese le cinquanta lire, le guardò da ogni parte; finalmente mi domandò chi ero. Saputo che ero un confinato politico, mi consegnò le sigarette e mi restituì le 50 lire, dicendomi che l’avrei potuta pagare dopo aver cambiato il biglietto. Lo stesso fatto si ripeté altrove ed eccone la spiegazione: ― ad Ustica esiste solo l’economia del soldo [1 soldo = 5 centesimi di lira, nota mia]; si vende a soldi; si spende mai più di 50 cent. Il tipo economico di Ustica è il coatto, che prende 4 lire al giorno, ne ha già impegnate 2 dall’usuraio o dal vinaio e si alimenta con le altre 2, comprando 300 grammi di pasta e mettendoci come condimento un soldo di pepe macinato. Le sigarette si vendono una per volta; una macedonia costa 16 centesimi, cioè tre soldi e un centesimo; il coatto che compra una macedonia al giorno, lascia un soldo di deposito e ne sconta 1 cent. al giorno per 5 giorni. Per calcolare il prezzo di 100 macedonie, occorreva dunque fare 100 volte il calcolo dei 16 centesimi (3 soldi più 1 cent.) e nessuno può negare che questo sia un calcolo discretamente difficile e complicato. Ed era la tabaccaia, cioè uno dei commercianti più grossi dell’isola. Ebbene: la psicologia dominante in tutta l’isola è la psicologia che può avere per base l’economia del soldo, l’economia che conosce solo l’addizione e la sottrazione delle singole unità, l’economia senza la tavola pitagorica. Senti quest’altra (e ti parlo solo di fatti accaduti a me personalmente; e ti parlo dei fatti che credo non siano passibili di censura): venni chiamato negli uffici, dall’impiegato addetto alla revisione della posta in arrivo; mi fu consegnata una lettera, a me diretta e mi fu domandato di dare spiegazioni sul contenuto di essa. Un amico mi scriveva da Milano, offrendomi un apparecchio radiofonico e domandandomi i dati tecnici per acquistarlo almeno della portata Ustica-Roma. In verità non capivo la domanda che mi si faceva all’ufficio e dissi di che si trattava; credevano che io volessi parlare con Roma e mi fu negato il permesso di far venire l’apparecchio. Più tardi il podestà mi chiamò per conto suo, e mi disse che il Municipio avrebbe comprato l’apparecchio per conto proprio e perciò non insistessi; il podestà era favorevole a che mi fosse dato il permesso, perché era stato a Palermo e aveva visto che coll’apparecchio radiofonico non si può comunicare. Potevi tu immaginare tutto questo? No. [...] Non si può domandare a nessuno di immaginare cose nuove; si può invece domandare (dico così per dire) l’esercizio della fantasia per completare sugli elementi noti tutta la realtà vivente. Ecco dove voglio colpirti e farti arrabbiare. Tu, come tutte le donne in generale, hai molta immaginazione e poca fantasia e ancora, l’immaginazione in te (come nelle donne in generale) lavora in un solo senso, nel senso che io chiamerei (ti vedo fare un salto)... protettore degli animali, vegetariano, infermieristico: le donne sono liriche (per elevarci un po’) ma non sono drammatiche. Immaginano la vita degli altri (anche dei figli) dal solo punto di vista del dolore animale, ma non sanno ricreare con la fantasia tutta un’altra vita altrui, nel suo complesso, in tutti i suoi aspetti. (Bada che io constato, non giudico, né oso trarre conseguenze per l’avvenire; descrivo ciò che esiste oggi). Ecco dove volevo arrivare. Tu sai che io sono qui, in prigione, in uno spazio limitato, dove mi devono mancare tante cose; pensi al bagno, agli insetti, alla biancheria ecc. Se io ti scrivessi che mi manca uno speciale dentifricio, per esempio, certo tu saresti capace di correre su e giù per Roma, di trascurare il pranzo e la cena, di farti venire la febbre; ne sono sicuro. Ma invece tu mi scrivi annunziandomi una lettera di Giulia [sorella di Tatiana e moglie di Gramsci, nota mia]; poi mi riscrivi annunziandomene un’altra; poi ricevo una tua lettera (e le tue lettere mi sono molto care), ma non ricevo le lettere di Giulia e ancora non le ho ricevute. Ebbene, tu non sai rappresentarti la mia esistenza, qui in prigione. Non immagini come io, ricevendo l’annunzio, aspetti ogni giorno e abbia ogni giorno una delusione [...]” (25 aprile, corsivi miei).

 

Per Gramsci, dunque, la conoscenza fisica è l’unica vera. C’è anche, e delle stesse cose, una conoscenza solo intellettuale, ma essa non si può paragonare alla prima neanche alla lontana: al punto che conoscere fisicamente quel che si conosceva solo intellettualmente è come scoprire un mondo nuovo.

 

Però vi sono altre due forme di conoscenza che, sebbene non consistano in un’esperienza fisica, lo sono assai più della conoscenza solo intellettuale: l’immaginazione, o rappresentazione; e la fantasia.

 

La fantasia, benché invenzione (o creazione) artistica, può, di un mondo reale mai conosciuto fisicamente, dare nondimeno una conoscenza esatta nel suo complesso e in tutti i suoi aspetti.

 

(Gramsci qui non dice, come può sembrare, che le donne non hanno fantasia. Dice, ed è tutt’altra cosa, che non sanno ricreare con la fantasia. Vale a dire che ne sono dotate, ma che non sanno farne uso. E precisa che intende così descrivere ciò che esiste oggi: cioè unincapacità che egli non giudica insita nella donna in quanto tale, ma che constata nella donna in questo momento storico).

 

Limmaginazione, invece, è una conoscenza non reale, non fisicamente esperita, e però di gran lunga più fisica di quella solo intellettuale. Al punto che Tatiana (che ora immagina di Antonio solo ciò che può rappresentarsi infermieristicamente, cioè solo i suoi bisogni) potrebbe arrivare a conoscerne le esigenze come le conosce lui, o almeno a capirle, se Antonio riuscirà, descrivendogliele, a fargliele sentire.

 

Una parola, sentire fisicamente come sinonimo di immaginare (e come sinonimo di conoscere, quindi, non solo intellettualmente) di cui Antonio Gramsci si servirà, proprio in questo senso, in una lettera a Tatiana di meno di un mese dopo: “Ecco dunque la struttura generale della mia vita e dei miei pensieri. Non voglio parlare dei miei pensieri in quanto sono diretti a voi tutti e ai bambini: questa parte dovete immaginarla, e credo che la sentiate (23 maggio, corsivi miei).

 

Tutto, forse, possiamo immaginare negli altri come se lo vivessimo noi, purché fisicamente li amiamo e ne siamo amati così tanto da sentirli?

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(Venerdì 27 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Da quando, e perché, Napolitano non vuol più bene a Berlusconi?

"Da quando, e perché, Napolitano non vuol più bene a Berlusconi?" - (Mercoledì 18 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Clicca qui per scaricare il testo in pdf. E qui per scaricarlo in word).

 

Scrive Franco Cordero su la Repubblica di oggi: [Napolitano] non s’era mai accorto della colossale anomalia berlusconiana, anzi s’adoperava nel tentativo d’acquisirgli assurde immunità, predicando “larghe intese” ossia opposizione dolce o, meglio ancora, politica subalterna. Ed era proprio così, vi ricordate? Per amore o interesse o per entrambi, fino al 2011 Silvio e Giorgio andavano più d’accordo del burro e delle alici. E l’accordo era antico, risaliva addirittura al 1985. Come ha raccontato, nel 2008, Michele De Lucia nel suo libro Il baratto (2008, Milano, Kaos edizioni), da cui traggo i seguenti estratti:

 

Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della corrente “migliorista” del Pci (cioè la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti [...] all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104). [...] A Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità produttive” (p. 115). [...] Il numero di aprile 1987 de Il Moderno esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie. [...] Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca. [...] E il 18 aprile l’agenzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5. (pp 126-127). [...] Nel febbraio 1988 la destra del Pci, attraverso Il Moderno, difende il monopolio privato Fininvest polemizzando col compagno Veltroni. [...] Poi il giornale della destra comunista inneggia al miracolo imprenditoriale di Berlusconi, proiettato anche all’estero (pp 136-137). [...] A giugno 1989 Il Moderno pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda” e così via. Il Moderno è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148). [...] Nel numero di fine settembre del 1989, Il Moderno pubblica l’inserto Milanesi a Mosca. Dall’ecologia agli spot nella città di Gorbaciov. Il settimanale inneggia ancora e sempre al magico Berlusconi, stavolta capace di “mostrare ai sovietici cos’è la pubblicità” (pp 152 - 153). [...] Nell’inchiesta Mani pulite, al capitolo relativo alle “tangenti rosse,” ci sono il periodico Il Moderno e la Fininvest, nonché il compagno Cervetti (p. 185). [...] Il 9 marzo 1995 (governo Dini succeduto al primo governo Berlusconi, fatto cadere dalla Lega Nord) l’ex comunista Giorgio Napolitano, già leader della corrente “migliorista” capeggiata a Milano da Gianni Cervetti, viene eletto presidente della Commissione per il riordino del sistema radiotelevisivo (p. 195).

 

Ecco perché, nel 2006, la risicata maggioranza di sinistra uscita dalle elezioni (così debole, soprattutto al Senato, da non poter sostenersi senza aggrapparsi alla robusta tempra della centenaria senatrice a vita Rita Levi Montalcini) elegge presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: per tranquillizzare Berlusconi e i berluscisti (che denunciando inesistenti brogli si dicono vittime di un golpe) con un capo dello Stato loro gradito, loro amico da più di vent’anni e assai meglio disposto, nei loro confronti, del predecessore Oscar Luigi Scalfaro.

 

E andò proprio così: a partire soprattutto dalla caduta di Prodi (della quale, organizzata come fu da Veltroni e Bertinotti dopo il famoso incontro Veltroni-Berlusconi della fine del 2007, Giorgio non poté non essere preventivamente informato e consenziente), cioè dal 2006 al 2011, gli anni peggiori del berluscismo trionfante per la terza volta, quando mai Napolitano si permise anche solo di fiatare (vi ricordate il vano ritornello di decine di manifestazioni: Napolitano, non firmare?) dinanzi all’ennesima legge ad personam, all’ennesimo attacco alla magistratura, all’ennesimo taglio alla Salute, alla Scuola, alle Pensioni, al Lavoro, ai Diritti delle Italiane e degli Italiani? Giorgio, ogni volta, taceva e acconsentiva. Sempre. Per amore? Per interesse (politico, per carità)? Perché Berlusconi (che nel 1985, mentre il “compagno” Napolitano e il suo fedel Cervetti lo ricoprivano di lodi e ne accettavano la forse non olente pecunia per finanziare Il Moderno, si faceva fotografare con la pistola sulla scrivania) lo teneva, come si suol dire, in pugno? Non lo so e temo che non lo saprò mai.

 

Quel che so è che poi, a un certo punto, tutto è cambiato: Giorgio il silenzioso, l’uomo che acconsente e firma, è diventato Re Giorgio, il presidente più loquace e interventista della storia della Repubblica. E da amico e sodale di Berlusconi e dei berluscisti si è tramutato in un Vendicatore che in due anni (con l’aiuto della Chiesa, della destra politica e finanziaria europea e dei fidi catto-destro-ex-comunisti-liberisti del Pd) ha fatto dimettere Berlusconi, lo ha invischiato nelle larghe intese privandolo di ogni libertà di movimento (ma continuando la sua politica di destra e rendendola, anzi, ancor più di destra) e oggi lo sta lasciando colare a picco giudiziariamente, politicamente e umanamente senza nemmeno una parola di conforto. Tanto che si può ben dire che Giorgio di fatto ha sostituito Silvio, si è messo al suo posto come se fosse il suo sosia in un horror gotico, ed è lui, ormai, il duce della vera destra italiana partitodemocratica che tanto piace alle tirannie finanziarie globali.

 

Com’è successo? Quando e perché Napolitano ha smesso di voler bene a Berlusconi o, se si vuole, ha gettato la maschera rivelandosi come il suo peggior nemico e il suo (politico) giustiziere? Sul quando non ho dubbi: è accaduto martedì 16 novembre 2011.

 

Non ricordate? Quel giorno Fini e Schifani, presidenti della Camera e del Senato, andarono al Quirinale per decidere con Napolitano la data di un voto di fiducia che quasi certamente, per come si erano messe le cose (affaire prostituzione minorile appena esploso, studenti e i professori in piazza da settimane contro la riforma Gelmini, crisi economica che cominciava a mordere, Fini e i finiani fuori dalla maggioranza e decisissimi a farla cadere) avrebbe segnato la fine del governo Berlusconi.

 

La segnò? No. Poiché Napolitano, dinanzi a uno Schifani raggiante e a un Fini impietrito, decise che il dibattito si sarebbe tenuto un mese dopo, dando così tutto il tempo all’amico Silvio di ragranellare i tre voti (vi ricordate Scilipoti? E Razzi? E quell’altro, come si chiamava?) con cui il 13 dicembre ottenne la fiducia e poté governare per altri undici mesi.

 

Il commento di Bersani, che era lo sgraditissimo (a Napolitano e ai napolitanisti) segretario del Partito democratico, fu lapidario: Troppo in là (la Repubblica, mercoledì 17 novembre 2010). Il commento di Renzi, invece, non l’ho mai ricevuto o non me lo ricordo, ma so e non dimentico che aveva trascorso quel mese recandosi ad Arcore (benché si fosse appena saputo dei bunga-bunga), facendo quasi innamorare Barbara Berlusconi e, soprattutto, polemizzando a favore di Silvio: “La sinistra,” disse Renzi, “non può mettere insieme la solita ammucchiata selvaggia antiBerlusconi” (La Repubblica, martedì 7 dicembre 2010).

 

Quella fu l’ultima volta che Giorgio si spese per Silvio. Quello fu il quando.

 

Ma il perché quale fu? Cosa cambiò il 16 novembre 2010 fra i due antichi amiconi?

 

Non lo so. Temo che non lo saprò mai. Ma la domanda mi tormenta: quel giorno, per ottenere dal presidente della Repubblica il mesetto scilipotiano di cui aveva un bisogno del diavolo, Silvio Berlusconi dovette forse rinunciare a un ascendente su di lui che si era tenuto molto, molto stretto per un quarto di secolo? E che per un quarto di secolo gli aveva rammentato molto, molto spesso?

 

Chissà.

 

(Clicca qui per scaricare il testo in pdf. E qui per scaricarlo in word).

(Mercoledì 18 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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"l'Unità", 17-12-2013, p.18: "La ragione dell'irrazionale-Lettura critica delle lezioni di Rovatti su Basaglia", di Gianfranco De Simone. (P.s.: a me piace scrivere, non copiare gli scritti altrui. Ma questo articolo è così importante, per l'argomento che tratta, per ciò che dice e per il quotidiano che lo pubblica ― così importante, quindi, per tutta la Sinistra ― che ritengo utile, pur nel mio piccolo, contribuire a diffonderlo). (17 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Da l’Unità di martedì 17 dicembre 2013, pagina 18:

La ragione dell’irrazionale - Lettura critica delle lezioni di Rovatti su Basaglia, di Gianfranco De Simone.

(Clicca qui per scaricare il testo in pdf. E qui per scaricarlo in word).

 

“Quando c’erano i matti” titolava la Repubblica del 30 novembre aderendo alla lettura che, nell’articolo, Pier Aldo Rovatti dava del pensiero di Franco Basaglia. Secondo il quale il malato mentale è una costruzione storica nata insieme alla costruzione dei manicomi e della psichiatria che doveva gestirli. L’articolo è un capitolo del suo nuovo libro, che nel titolo Restituire la soggettività (Edizioni Alpha Beta Verlag) sceglie una frase di Basaglia che era al centro del suo impegno teorico e pratico.

 

Questa rilettura dei testi basagliani, già fatta da Rovatti nel Corso di filosofia teorica, è motivata dalla constatazione che il pensiero e le parole di Basaglia sono stati archiviati come pensieri di un tempo lontano, al punto che ― ammette Rovatti ― nella stessa Trieste la maggior parte degli studenti non ne sanno nulla. Ammette anche che Basaglia oggi è scomparso dalla cultura politica e dalla cultura psichiatrica, e si chiede se c’è o non c’è un suo pensiero. L’intento del libro è di dare al quesito una risposta affermativa, ma il suo interesse sta invece proprio nel dimostrare involontariamente, grazie anche alle testimonianze di figure storiche del progetto basagliano, che un tale pensiero non esiste.

 

La verità, per quanto paradossale, è che Basaglia viene ricordato per ciò che non ha fatto, cioè la legge 180, a cui non ha dato alcun contributo personale. Questo libro è una conferma che il basaglismo, imbevuto dei pensieri di Heidegger che stanno alla base delle idee di Binswanger e di Foucault, non è stato psichiatria. Non è psichiatria il nesso tra libertà e malattia mentale, non è psichiatria dire che “la follia è una condizione esistenziale” e che “la malattia mentale non è un fatto, è una sanzione che deriva da un certo tipo di sapere e che comporta una serie di conseguenze depauperanti la soggettività del sanzionato”. Il gesto storico di aprire il manicomio sarebbe stato un restituire la soggettività agli interessati, riportare la follia, l’irrazionale matto in mezzo alla gente. Dopo avere realizzato la sua prassi in base all’idea che non è la malattia mentale che annienta la soggettività ma il manicomio, Basaglia, nel 1979, a chi gli chiedeva cos’è la soggettività, cos’è la follia, rispondeva: “Non so cos’è la follia, non so cos’è questa soggettività che vogliamo restituire”.

 

Ma se dietro all’azione di Basaglia non c’è quel presupposto scientifico che deve guidare ogni agire terapeutico, cos’è che ha guidato la sua prassi? Secondo un basagliano convinto, è stato “una fenomenologia spinta al suo punto radicale” (Colucci): il folle avrebbe questa sua soggettività che è libertà, per cui andrebbe lasciato libero nel mondo per realizzare liberamente il suo progetto esistenziale (che, in quanto folle, una volta rimesso fuori e senza cura ha spesso significato suicidio). Il gesto politico di Basaglia è analogo, nel pensiero che lo sostiene, al gesto fenomenologico del suo maestro Binswanger che suggerisce al marito di Ellen West di lasciare libera la moglie di realizzare il suo destino con il veleno.

 

Certo i manicomi andavano chiusi, ai malati andavano e vanno restituiti i loro diritti, la dignità, soddisfatti i bisogni. Ma il primo diritto di un malato, anche del malato di mente, era ed è il diritto di essere curato. La lotta antistituzionale avrebbe dovuto essere ― per essere autentica ― solo la lotta per rivendicare, a favore di persone con alterazioni mentali, il diritto di essere curate in uno spazio idoneo con una cura basata su una relazione terapeutica. Uno spazio e un rapporto in cui affrontare, su base nuova, non organicista né custodialista, i problemi dei malati e la loro cura. Per fare questo ci si doveva occupare della mente e del rapporto interumano per arrivare a una teoria della mente sana e patologica, a una teoria della cura insieme a una formazione e una metodologia per portarla avanti.

 

Ai tempi di Basaglia tutto questo non c’era. Ma oggi si è cominciato a costruire una nuova psichiatria che ha preso le mosse da un percorso iniziato da Massimo Fagioli nell’ospedale psichiatrico di Padova, accanto a Basaglia, con il rifiuto del manicomio lager di Venezia e la ribellione alla psichiatria ufficiale. Il suo percorso non si limita a studiare Binswanger: Fagioli va a lavorare da lui, da chi cioè prometteva una nuova psichiatria, e nella prassi di comunità terapeutica gestita dai pazienti ricava che la soggettività perduta andava cercata nell’irrazionale, nel rapporto inconscio, nel lavoro sui sogni: quei sogni che Binswanger riteneva incomprensibili e la psicoanalisi di Freud feroce pazzia ed espressione di una natura inconoscibile. Così, rifiutando o mettendo tra parentesi queste teorie (epoché), Fagioli ha cercato nella lunga prassi di rapporto con i pazienti il filo che potesse legare insieme psichiatria, psicoterapia e inconscio per arrivare a una possibilità di conoscenza della realtà mentale umana. La psichiatria e la cultura, soprattutto di sinistra, devono fare i conti col fatto che è dalla prassi, senza ideologia, che si è arrivati a una teoria sulla realtà umana. Una teoria che è stata sùbito percepita come una possibilità per un nuovo pensiero della sinistra, tanto da richiamare migliaia di studenti, operai, intellettuali, donne e uomini delusi dal Pci e che non avevano realizzato nessuna soggettività con la libertà del ’68. Oggi sono in tanti a parlare di nuova soggettività e di identità collettiva sviluppata in un lavoro di grandi gruppi e sono in tanti a non voler vedere che le due cose non sono in contraddizione.

 

La prassi di Basaglia non ha prodotto alcuna teoria né ricerca, perché non ha fatto quelle epoché che tutti i suoi sostenitori, compreso Rovatti, gli attribuiscono. Dietro la sua prassi c’era il pensiero fenomenologico spinto fino al punto radicale. Anche Heidegger credeva che la soggettività, l’identità umana fosse nell’irrazionale, e nel passare alla prassi diventò nazista.

 

Rovatti, quarant’anni dopo Basaglia, continua a sostenere che “l’apertura del manicomio è una restituzione della follia a sé stessa”. Rovatti è un libero pensatore, ma quando questo pensiero viene messo alla base della prassi psichiatrica, ecco che si arriva alle posizioni di Dell’Acqua, direttore del Dsm di Trieste, per il quale nemmeno nel caso di Breivik, autore del massacro in Norvegia di 77 persone, si può parlare di malattia mentale.

 

La nuova soggettività sta nel corpo umano che crea il proprio pensiero perché reagisce al rapporto con la realtà non umana con la capacità di immaginare che crea l’irrazionale che non è pazzia, e che la sinistra laica deve avere l’intelligenza e il coraggio di accogliere per fondarsi su un nuovo soggetto, che non è quello scisso per natura tra coscienza e non coscienza, tra ragione che deve controllare e non ragione che dev’essere controllata anche alleandosi alla religione. Parlare di follia e non di malattia mentale significa continuare a legittimare chi sostiene che nella natura umana esistono il peccato originale e l’inconscio perverso inconoscibile.

 

Per concludere, Rovatti ci tiene a dire che Basaglia ha preso la nozione di lotta di classe da Marx applicandola agli internati “caratterizzati dalla miseria”. Ma facendo l’analogia tra i bisogni dei lavoratori nella fabbrica e gli internati, dicendoli entrambi oppressi dalla miseria, si rischia di rimettere insieme poveri, diseredati e malati di mente. Così, invece di andare oltre i manicomi, si rischia di tornare all’assistenza cristiana che si occupava insieme di vagabondi, diseredati e dei malati di mente solo in quanto poveri. Dopo Marx il riscatto degli ultimi non può passare dalla carità cristiana. C’è un difetto di intelligenza e di affettività verso i propri simili nel continuare ad assistere religiosamente gli alienati come poveri ed esclusi, vestendoli, dando loro un alloggio, portandoli in giro la domenica in quanto considerati diversi che resteranno diversi per volontà di Dio o per natura umana e follia esistenziale. La miseria del proletariato era per Marx una forza di cambiamento, non una realtà da assistere caritatevolmente. Se pensiamo inoltre che la miseria del paziente psichiatrico non è solo fatta di mancati bisogni, ma di vuoto mentale, miseria affettiva, di relazioni, ecc., si può capire che toglierli dal manicomio solo per dar loro una casa-famiglia è solo un gesto caritatevole. E l’elemosina cristiana può essere veleno per una mente che ha la speranza di essere curata.

 

(Post scriptum di Luigi Scialanca: come sa chi frequenta ScuolAnticoli, a me piace scrivere, non copiare gli scritti altrui. Ma questo articolo di Gianfranco De Simone è così importante, per l’argomento che tratta, per le cose che dice e perché il quotidiano che lo pubblica è quello fondato da Antonio Gramsci ― e così importante, quindi, per tutta la Sinistra italiana e non ― che penso di fare cosa utile, pur nel mio piccolo, contribuendo a diffonderlo. Dichiarandomi fin d’ora pronto a corrispondere all’autore e a l’Unità, nel rispetto dei loro diritti, quanto fosse da me eventualmente dovuto in base alla normativa vigente).

(Clicca qui per scaricare il testo in pdf. E qui per scaricarlo in word).

(Martedì 17 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Spiegare un Film a un Bambino: Il sorpasso, di Dino Risi.

43. "Il sorpasso", di Dino Risi (1962), con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora, Luciana Angelillo, Luigi Zerbinati, Franca Polesello, Linda Sini, Mila Stanic e Bruna Simionato.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

Vedere un’altra auto davanti alla propria è cosa che Bruno Cortona non può tollerare neanche per un secondo: deve liberarsene, lasciarsela alle spalle, dimenticarla per sempre. E per farlo la deve superare. Il sorpasso, per Bruno, non è una manovra come le altre: è un obbligo a cui non può sottrarsi.

 

Perché? Per essere libero.

 

Quell’auto davanti alla sua, infatti, lo costringe a qualcosa che Bruno, da quando è al mondo, non ha mai sopportato di dover fare: stare appresso a un altro essere umano.

 

“Caso mai sono gli altri,” egli pensa, “che devono stare appresso a me!”

 

Anche se gli staranno appresso, però, non è detto che Bruno li accetterà per questo: poiché il minimo segno di vita, di affetti e d’intelligenza da parte loro basterà a far sì che egli se li senta di nuovo davanti, a ingombrargli la strada con la loro presenza improvvisamente molesta, fastidiosa, insopportabile. E lui, allora, li sorpasserà, se li lascerà alle spalle, se ne andrà. E non li penserà più.

 

È così che Bruno ha perduto moglie e figlia, è per questo che non ha più un amico al mondo. Li ha sorpassati una volta per sempre.

 

Perché? Perché non lo lasciavano “libero”. Perché gli creavano troppi “problemi”. Perché avevano troppe “pretese”. Così direbbe Bruno. Ma la verità è che li ha sorpassati perché altrimenti avrebbe dovuto accorgersi di non essere capace di amarli, di capirli, di aiutarli. Di non esser capace di nulla, con nessuno. Poiché lui, con gli altri, sa solo trastullarsi, come se fossero tutti pupazzi e bambole.

 

Così, Bruno è solo. Conosce tanta gente ed è sempre in compagnia, certo. Ma nei giorni di festa, quando gli altri stanno con coloro che amano, lui è solo. Ha un taccuino pieno di nomi e di numeri di telefono di belle donne, come no. Ma nessuna gli vuol bene. Ha molti conoscenti, Bruno, ma nessun amico. Poiché Bruno, con l’andar del tempo, ha sorpassato tutti quelli che “minacciavano” la sua anaffettività chiedendogli di star loro un po’ appresso. Gli son rimasti solo quelli come lui, che di lui se n’infischiano.

 

C’è qualcosa, però, che Bruno non è mai riuscito a sorpassare. Qualcosa che, al contrario, a un certo momento ha sorpassato lui, e che da allora, nonostante tutti gli sforzi di Bruno per non farsi distanziare, lo sta lasciando sempre più indietro. Facendolo disperare. (Disperare segretamente, beninteso, perché Bruno non è capace di provare sul serio emozioni forti come la disperazione: così segretamente, anzi, che in un certo qual modo non lo sa neanche lui, di essere un povero disperato).

 

Questo qualcosa è... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Venerdì 13 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Interessanti conferme da Le Scienze di dicembre

"L'azione della luce nei ciechi totali", di Marina Semiglia, da "Le Scienze", dicembre 2013. (Venerdì 6 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

L’azione della luce nei ciechi totali

di Marina Semiglia

 

Uno studio condotto all’Università di Montreal ha portato a un’importante scoperta che non solo ha sorpreso gli stessi autori, ma che rappresenta probabilmente l’apertura di nuove strade di ricerca nei campi della neurologia e delle scienze cognitive: anche in persone completamente cieche la luce agisce, oltre che sull’attività del cervello, anche sulle sue capacità. Il risultato conferma che, in qualche modo, anche i non vedenti sono in grado di percepire la luce ― pur solo inconsciamente ― ma è anche la dimostrazione di come questa agisca direttamente sulle capacità cognitive. È noto che i raggi luminosi svolgono un’azione fondamentale sulla fisiologia e sul metabolismo e che, in particolare negli esseri viventi diurni, stimolano le attività cerebrali migliorando la prontezza dei riflessi, l’abilità nello svolgere compiti e lo stato dell’umore. Questo si deve a speciali fotorecettori che si trovano nella retina, denominati “cellule gangliari retiniche intrinseche fotosensibili” (intrinsically photosensitive retinal ganglion cell, ipRGC), le quali sono in grado di attivare specifiche aree del cervello anche senza che vi sia alcuna formazione di immagini e di colori (visione non-image-forming) da parte dei coni e dei bastoncelli, gli altri due tipi di fotorecettori retinici. Ebbene: ciò che gli scienziati canadesi hanno ora scoperto è che meno di un minuto di esposizione a una luce blu basta a far sì che le ipRGC inneschino processi neuronali nella regione prefrontale e del talamo, e che solo due secondi sono sufficienti a modificare i tracciati dell’EEG di pazienti non vedenti impegnati nello svolgimento di specifici test di attenzione su stimoli uditivi. La risonanza magnetica funzionale ha mostrato che la luce agisce sulle medesime aree cerebrali che si attivano nelle persone sane e con le stesse modalità, anche senza il supporto cognitivo delle immagini. Le potenzialità delle cellule gangliari retiniche sembrano pertanto essere molto più elevate di quanto si ritenesse. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Cognitive Neuroscience.

"Artiste del paleolitico", di AnRo, da "Le Scienze", dicembre 2013. (Venerdì 6 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Artiste del paleolitico

di AnRo

 

Nelle grotte abitate dalle popolazioni europee tra 40.000 e 12.000 anni fa, compaiono spesso raffigurazioni pittoriche di caccia, a volte accompagnate da impronte di mani dipinte. Si è sempre ritenuto che queste immagini avessero una paternità maschile, ma la taglia delle mani impresse fa pensare ad autrici. Questa ipotesi trova conferma in uno studio su American Antiquity, in cui Dean Snow, antropologo della Penn State University, ha effettuato un’analisi morfometrica delle impronte delle mani trovate nelle grotte paleolitiche di Francia e Spagna. Misurando dimensioni e proporzioni delle diverse componenti anatomiche, l’analisi esclude la possibilità che fossero opera di maschi adolescenti, mostrando che il 75% del totale ha caratteristiche femminili. La scoperta suggerisce che gli artisti paleolitici fossero in prevalenza donne, rivalutando la figura femminile nel periodo in cui le popolazioni umane iniziarono a diventare sedentarie.

 

"La storia della scienza scritta dalle donne": "Margherita Hack", di Pietro Greco, l'Asino d'oro edizioni. Da "Le Scienze", dicembre 2013. (Venerdì 6 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Il gentil sesso è stato ed è protagonista dell’impresa scientifica. Spesso però sono i colleghi maschi a conquistare onori e attenzioni, anche nei racconti della storia della scienza. Un contributo al riequilibrio di una situazione che definire ingiusta è un eufemismo arriva da L’asino d’oro edizioni. La casa editrice con sede a Roma ha da poco inaugurato la collana Profilo di donna, dedicata a figure femminili che nella scienza,

nell’arte e nella cultura sono emerse per identità umana e capacità scientifiche. La prima uscita per le scienziate è Margherita Hack (pp 170, euro 12), libro del giornalista Pietro Greco, curatore della serie Scienza, che racconta la vita della grande astronoma scomparsa di recente presentando in un intreccio inestricabile il percorso della scienziata e quello dell’astronoma, e raccontando anche la figura della donna impegnata in battaglie sociali e civili. Le uscite successive saranno dedicate a Rita Levi Montalcini, con il libro delle giornaliste Cristina Pulcinelli e Tina Simoniello, e alla fisica austriaca Lise Meitner, figura cruciale nella scoperta della fissione nucleare, raccontata sempre da Greco. Titoli in preparazione: Trotula de Ruggiero, Marie Curie e altre ancora.

(Venerdì 6 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Spiegare un Film a un Bambino: Agora, di Alejandro Amenábar.

42. "Agorà", di Alejandro Amenábar (2009), con Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Richard Durden, Sami Samir, Manuel Cauchi e Homayoun Ershadi.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media. Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto semplicistiche. Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e... non dimenticare di citarne l’autore!)

 

Il coraggio di Ipazia, di volersi libera da “verità” indiscutibili, manca a chi meritoriamente ce la ricorda: non osando il regista volersi libero dalla Storia come si ha da esserlo per essere artista, lascia che Ipazia, donna impavida e filosofa e scienziata geniale, sia uccisa per la seconda volta: un film potente, per la passione, l’intelligenza, la sapienza che esprime, e così libero da reinventare fin nei dettagli protagonisti ed eventi di cui si sa poco ― decade nel finale a piatta riproduzione della realtà storica.

 

L’assassinio mostruoso di Ipazia, e ancor più la disperazione del suo ultimo sguardo all’occhio ellittico della cupola della Biblioteca aperto verso il cielo ― occhio che non è di Dio ma dell’essere umano, unico animale che guarda le stelle e ne fantastica le possibili verità ― sono rappresentazioni forse realistiche di ciò che accadde ad Alessandria d’Egitto nel marzo del 415, ma né realistiche né veritiere, né tanto meno artistiche, di ciò che riesce a intravedere l’immaginazione umana oggi, nel XXI secolo.

 

Mettere in scena tale e quale, dopo mille e seicento anni, un assassinio che fu anche un crimine contro l’Umanità significa (indipendentemente dalle intenzioni) ribadirlo, perpetuarlo, tentar di paralizzare per mezzo di esso quel che Ipazia muove oggi nelle menti in cui ella invece è viva perfino in chi niente sa di lei, ma ne condivide la passione per la ricerca e l’insofferenza per ogni dogma preteso inviolabile.

 

Ai suoi eredi, a noi che con lei siamo ora, che senso ha mostrare Ipazia assassinata e morta? Sappiamo fin troppo bene che è stata uccisa, ne soffriamo da sempre. Chi andrebbe da uomini e donne in lutto a ripetere loro ogni giorno ciò che li addolora: “Chi amavate non c’è più”? Sarebbe assurdo e delinquenziale. Sarebbe fare come quei frati che ogni volta che s’incontrano si ripetono: “Ricorda che devi morire” non per esortarsi a non dimenticare ciò che è impossibile dimenticare, ma per far sì che ognuno stia male, si rassegni, ceda alla disperazione, muoia mentre è ancora vivo. No: a tutti noi che con lei siamo oggi e impegnati a esser degni di lei, Amenábar doveva dire: “Ipazia è sfuggita agli assassini”.

 

E tuttavia, se si esclude la sconfitta finale, Agora è un capolavoro. E proprio per il coraggio, fin quasi alla fine, di... (Clicca qui per continuare a leggere!). (Lunedì 9 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Lo Zio Vanja di Cechov diretto da Bellocchio

Anna Della Rosa ne "Lo Zio Vanja", di Anton Cechov, diretto da Marco Bellocchio". (Sabato 7 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Anna Della Rosa: nello Zio Vanja è Sonja.

Clicca qui per scaricare il testo in pdf. E qui per scaricarlo in word.

 

Amo Cechov fin da ragazzo. Ho letto tutti i suoi racconti. Ogni tre anni leggo con gli alunni La steppa. Ho visto e rivisto Il gabbiano nella versione cinematografica di Bellocchio del 1977, Il giardino dei ciliegi, Tre sorelle. Ma non conoscevo Zio Vanja. La prima volta è stata l’altra sera a Roma, al Teatro Quirino: diretto da Marco Bellocchio (che sente e capisce Cechov come pochi) e interpretato da Sergio Rubini (zio Vanja), Michele Placido (il professore in pensione Serebrjakov), Pier Giorgio Bellocchio (il medico Astrov), Anna Della Rosa (Sonja, figlia di primo letto di Serebrjakov), Lidiya Liberman (Elena, giovane seconda moglie di Serebrjakov), Bruno Cariello (Telegin, proprietario in miseria), Lucia Ragni (Marija Vojnickaia, madre di Vanja e della defunta moglie di Serebrjakov) e Maria Lovetti (la balia).

 

Luci e ombre, dirette con maestria, sono in loro e fra loro: in parte naturali (la campagna intorno, il temporale, il fioco lume delle candele), in parte artificiali (la società disumana, la stupidità e la violenza del capitalismo sopraffattore), in parte mentali. Ma dall’oscurità non è nemmeno sfiorato chi non ha più speranze: l’anaffettivo, stupido, petulante Serebrjakov, la bella, indolente Elena e le due vecchie quasi pietrificate (diverse e lontane quanto possono esserlo padrona e serva in un mondo feudale, ma simili nell’immobile brillantezza dei volti) sono sempre in piena luce, nitidi i lineamenti, esatte, unidimensionali le espressioni. Ed è, penso, perché in essi più niente può cambiare: il giudizio dell’autore e del regista, benché non senza comprensione (nel 1899 la “letteratura” di stampo nazista è di là da venire, e per Bellocchio non verrà) è definitivo come le loro scelte: quei quattro sono perduti.

 

Mentre dal buio non escono mai del tutto né Sonja né zio Vanja né Astrov. Ed è, io penso, perché dentro non sono morti: perché in essi si muove ancora l’umanità racchiusa come una perla nell’indeterminatezza, nell’imprecisione che luci e ombre disegnano sui loro volti ancora in divenire, ancora “indecisi”: nella vitale, appassionata incertezza che fino all’ultimo fa trepidare per loro lo spettatore.

 

La piena luce ove il fallimento non può nascondersi è più intensa che in ogni altro sul viso di Elena, ventisettenne che al vecchio Serebrjakov “ha sacrificato,” dice Vanja, “giovinezza, bellezza, libertà, vivacità”. Mentre la penombra in cui trema ancora la fiammella del possibile è più all’opera che in ogni altro sui lineamenti di Sonja, che rende quasi indistinguibili anche a un passo dalla scena. “Elena,” dice Astrov “è bellissima, non si discute, ma... non fa che mangiare, dormire, passeggiare, incantarci tutti con la sua bellezza, e nulla più”. Di Sonja, invece, nessuno parla: tocca a lei raccontarsi e, soprattutto, cercare di definirsi, malgrado la sua chiaroscurale indeterminatezza, non con le parole ma attraverso il rapporto con gli altri e in particolare col dottor Astrov, del quale è perdutamente innamorata.

 

Tutti sono bravi, nello Zio Vanja di Bellocchio. Ma Anna Della Rosa, come Sonja, è bravissima. E così appassionata, senza mai eccedere (così naturalmente appassionata, intendo) che non sembra possibile che non riesca a farsi amare da quel medico non ancora vecchio. Ma ripeto: non c’è errore né eccesso, nel rappresentarla e viverla (non c’è dubbio, per me, che Della Rosa è davvero Sonja dall’inizio alla fine) con così grande passione. Poiché la Sonja di Cechov (e di Bellocchio) è così; e se fallisse, poiché intorno a lei c’è il deserto, e se ogni sua speranza fosse perduta, con la stessa passione si darebbe alla fede in Dio (che farebbe di lei una replica della vecchia balia, mentre l’anaffettività renderebbe Elena identica alla suocera) non tanto per sé, quanto soprattutto per sorreggere e tenere in vita quelli che ama.

 

Due momenti ho sentito di più. Quando Sonja cerca di persuadere Astrov a smettere di ubriacarsi: “No, vi prego, vi supplico, non bevete più. [...] Non vi si addice per niente! Siete fine, avete una voce così dolce... Dirò di più, siete bellissimo, più di chiunque altro io conosca. Perché volete assomigliare alle persone comuni che bevono e giocano a carte? Oh, non lo fate, vi supplico! Dite sempre che gli uomini non creano, ma distruggono soltanto [...]. Perché allora, perché distruggete voi stesso? Non dovete, non dovete, vi supplico, vi scongiuro”. (Ed è allora, finalmente, che Sonja per la prima e forse l’ultima volta sa qualcosa di sé, e non a caso è qualcosa di bello ― l’unica cosa bella, forse, che qualcuno dice di sé in questa opera: “Non mi ha detto niente... La sua anima e il suo cuore sono ancora chiusi per me, ma perché io mi sento così felice? Ride di gioia. Gli ho detto: siete fine, nobile, avete una voce così dolce... Forse a sproposito? La sua voce vibra, accarezza... la sento nell’aria). E nella scena della “riconciliazione” tra Sonja e Helena, che in ogni senso le è matrigna (poiché in realtà solo la “brutta” fa pace, astutamente guidata dalla “bella” a un passo che potrebbe essere fatale alle sue speranze), quando Sonja racconta il proprio amore e ride: “Io ho un viso stupido... vero? Anche adesso che è uscito continuo a sentire la sua voce e i suoi passi, guardo la finestra buia e mi appare il suo volto. [...] È intelligente... Sa fare tutto, può tutto... Cura la gente, pianta il bosco... [...] (ride, nascondendosi il volto) Sono così felice... felice! [...] Lo amo già da sei anni, lo amo più di mia madre; lo sento ogni minuto, sento la stretta della sua mano; e guardo la porta, aspetto, e ad ogni momento mi sembra che stia per entrare...”

 

Si vorrebbe, allora (come dicono che accadesse ai primordi del teatro) lasciare il comodo posto dove si può solo restare immobili come la bellezza di Elena o gli appesantiti lineamenti di Serebrjakov, e salire sul palcoscenico ad aiutare chi ancora può farcela. A dimostrare che, contrariamente a ciò che pensa Elena, è falso che “la verità, qualunque sia, non sarà mai così terribile come l’incertezza”. Tant’è che anche il regista, forse, ha avuto voglia di intervenire nel finale (lui che in un suo film ha cambiato addirittura la Storia). Poiché per Cechov, quando Astrov esce, Sonja lo segue con una candela per accompagnarlo; mentre per Bellocchio, se ho visto e ricordo bene, Sonja invece rimane immobile per un attimo, dopo l’uscita del medico, e poi a un tratto gli corre dietro. Solo per accompagnarlo?

 

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(Sabato 7 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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634 visualizzazioni di pagina nel solo mese di novembre 2013! Grazie, Cina, da ScuolAnticoli! Thank you, China, from Italy, Anticoli Corrado and ScuolAnticoli! (Martedì 3 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Una crescita costante che dura da più di un anno. E ora, nel solo mese di novembre, 634 visualizzazioni di pagina dalla Cina. Dalla Repubblica popolare cinese. Non penso che siano tutte di Italiani che si trovano in Cina. Né (mi auguro) dei servizi segreti dell’oligarchia dittatoriale che priva il popolo Cinese di ogni diritto umano e autorizza le peggiori vessazioni dei più deboli fra i cittadini, soprattutto operai e contadini, da parte di una classe capitalista che non esito a definire fascista. Penso, al contrario (e ne sono fiero e felice) che queste visite siano di compagni cinesi che conoscono l’italiano (mi dicono che è una delle lingue più studiate laggiù) e che grazie a ScuolAnticoli hanno trovato il modo di accostarsi a un discorso sull’essere umano che la vergognosa censura governativa impedisce loro di raggiungere su altri, ben più importanti e più famosi siti. Grazie, compagni e democratici cinesi, dovunque voi siate! Grazie, Cina, dall’Italia, da Anticoli Corrado e da ScuolAnticoli!

(Martedì 3 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Una minaccia alle Istituzioni?

(Giovedì 12 e venerdì 13 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

Il ministro degli Interni Alfano, parlando alla Camera (la Repubblica, venerdì 13 dicembre 2013, p. 15) ha riconosciuto (né poteva non farlo, dinanzi a decine di video e di foto) che la cosa è accaduta davvero: a Torino, alcuni agenti si sono tolti il casco davanti ai cosiddetti forconi. Davanti, cioè, a centinaia di mafiosi, fascisti, energumeni ed evasori fiscali (di cui non pochi si erano appena resi responsabili di intimidazioni e violenze) inconsultamente seguiti da manipoli di fuori di testa sedicenti “di sinistra” o “grillini”.

Tuttavia, accodandosi alla versione dei media (o dopo averla ispirata) il ministro Alfano ha sostenuto, a nome del governo, che il gesto di quegli agenti non era stato un’adesione alla rivolta, ma bensì una tattica, ammessa e perfino consigliata, di “riduzione della tensione”.

Sarà. Ma mi permetto di dubitarne. Poiché il fatto, guarda caso, si è verificato due settimane dopo l’inaudita (se non è la prima nella storia della Repubblica, l’unico precedente sono alcune minacciose “esternazioni” del generale De Lorenzo all’inizio degli anni ’60) presa di posizione del capo della Polizia, Alessandro Pansa contro tutti i governi degli ultimi quindici-vent’anni e contro i presidenti della Repubblica che hanno controfirmato i loro tagli di spesa alle Forze dell’ordine. Cioè, a mio sentire, contro le Istituzioni repubblicane in quanto tali.

Sua eccellenza il capo della Polizia non aveva intenzione di minacciare chicchessia? Non ho motivo di dubitarne. Ma non posso neanche supporre (per non mancargli di rispetto) che non si rendesse conto della gravità di quel che stava dicendo o, peggio, che non fosse consapevole che non lo stava dicendo a quattro amici al bar.

Dunque: il capo della Polizia “avvisa” le Istituzioni che sta per diminuire il servizio di sicurezza reso ai cittadini e i suoi agenti, due settimane dopo, si tolgono i caschi dinanzi a facinorosi eversori determinando un’inaccettabile impressione di insicurezza in milioni di Italiani. Non l’hanno fatto per manifestare consenso ai forconi? Va bene. Ci credo (anche se credere all’ex “delfino” di Berlusconi mi ripugna un po’). Ma non credo e non crederò, dopo quelle parole del capo della Polizia, neanche alla succitata “tattica di riduzione della tensione” o tanto meno al caso. E non ci crederò nemmeno se saltasse fuori (cosa che finora non mi sembra che sia avvenuta) che qualcuno, quel giorno, ha dato quel preciso ordine.

Ciò che penso è che gli agenti, se davvero non si son tolti i caschi per aderire alla rivolta, l’abbiano fatto per aderire (ubbidire?) alle parole del capo della Polizia. Pensiero che mi fa sentire ANCOR MENO SICURO che se l’avessero fatto per manifestare consenso ai forconi.

(Giovedì 12 e venerdì 13 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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Chi è Matteo Renzi e perché è (politicamente) pericoloso?

"Chi è Matteo Renzi e perché è (politicamente) pericoloso?", di Luigi Scialanca. Immagine tratta da http://www.segnalazioni.blogspot.com. (Lunedì 2 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Immagine tratta da Segnalazioni)

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L’ascesa di Matteo Renzi è davvero irresistibile? O almeno: come mai sembra tale?

 

Forse è meglio partire da una domanda più facile: perché l’autore del pdf con le 100 proposte della Leopolda 2011 era Giorgio Gori (La Stampa on line, lunedì 31 ottobre 2011), ex direttore di Canale 5 e Italia 1, l’uomo che alla fine degli anni ’90 portò sugli schermi nostrani Il grande fratello?

 

Rispose Renzi con la faccia tosta che lo contraddistingue: Immagino perché fosse suo il computer su cui hanno scritto il file con la sintesi della tre giorni. Plausibile? Plausibilissimo.

 

Ma la sua pronta battutta non impedì che anche questo “incidente”, insieme ai molti altri a lui occorsi, si stampasse nella mia mente. Come mi era successo, negli anni ’80, con i mille segnali allarmanti che avevo raccolto su Silvio Berlusconi all’epoca dei suoi esordi prepolitici di impresario televisivo.

 

Ecco: se Renzi arriverà dove mira e combinerà ciò di cui è capace, io potrò dire di non essermelo mai “bevuto”, quest’ometto della provvidenza per infatuati da piccolo schermo, anche per aver scoperto (fra i mille altri segnali allarmanti) che a Renzi non ripugnano la vicinanza e il sostegno di chi, portando in Italia Il grande fratello, fece del suo “meglio” per promuovere l’istupidito antiumanesimo di massa che delle tv berlusciste era ed è (più o meno consapevolmente) l’obiettivo fondamentale.

 

Un segnale, il renzismo di Gori (da Renzi accolto e apprezzato) che avvalora la mia idea che Renzi sia (per ora) l’ultimo (ed ennesimo) prodotto della mente pericolosa (nel senso clooneyano dell’espressione) di Mike Bongiorno, agente dei servizi segreti americani in Italia e primo motore della brutalità e dello strapotere televisivi nel nostro Paese. L’idea che a Renzi, cioè, (prima e più che Comunione & liberazione, il cui influsso sugli adepti non porta che a stimolarne e potenziarne la finta umiltà, la scaltrezza e l’ipocrisia da sottogoverno) sia stato Mike Bongiorno a cambiargli per sempre la vita.

 

In che modo? Facendogli intuire (come a Berlusconi e forse come a Grillo) che un’immagine pubblica di tipo televisivo (modellata cioè sulle maschere televisive, anche quando non emanata dalle tv) può assurgere a una sorta di potenza religiosa. Con la differenza che se Berlusconi, quanto a distruttività dell’immaginazione degli Italiani, ha superato il maestro amerikano, Renzi invece è fermo a un interminabile big bang che può ancora concludersi con un flop che ne faccia il Romolo Augustolo del berluscismo.

 

Ma se così non fosse? Se il berluscismo, inteso come imbarbarimento mediatico (nel senso dei barbari di Baricco, un precursore del berluscismo “di sinistra” che fino al 2011 pareva aspirare al ruolo di “Goebbels pensoso” del renzismo) non fosse affatto agli sgoccioli? Se fosse “soltanto” passato di mano? Se si fosse reincarnato, per l’appunto, in un berluscismo renzista di finta sinistra?

 

Ebbene: Matteo Renzi, in tal funerea eventualità, può riuscire a dare all’Italia altri vent’anni (almeno) di berluscismo. Renzi, infatti, piace ai barbari “di sinistra” che davanti ai televisori son diventati (senza accorgersene?) non meno berluscisti dei berluscisti doc. Piace perché si guarda bene dal sembrare profondo. Al contrario: Renzi, baricchianamente, sa che la semplificazione, quanto più è volgare, tanto più facilmente penetra e ipnotizza le menti teledipendenti; e che lui, perciò, anziché spremersi le meningi, può e deve (sollievo!) essere dinanzi a loro quello che è, dar loro a bere sé stesso: un sempliciotto di destra (poiché il semplificare produce solo “idee” di destra) che conferma e avvalora nei sempliciotti “di sinistra” il delirio di credersi ancora di Sinistra anche da istupiditi pieni di “idee” di destra.

 

Attenzione, però: che Renzi sia (politicamente) un sempliciotto non vuol dire che non sia (politicamente) pericoloso. Non se il sempliciotto (a un dato punto di una vita che altrimenti non l’avrebbe portato che a straparlare nei bar) ha visto la luce. Non se ha ricevuto in dote dai mikebongiorni un’immagine di tipo televisivo che gli conferisce una potenza iperreale, cioè religiosa. Cioè una potenza non vera ― priva di spessore umano e sconnessa dalla realtà propria e altrui ― che in quanto tale non può essere agita che come berluscismo: scardinando, immiserendo, insozzando e dissolvendo non solo i valori della Sinistra (definendoli, come faceva Renzi prima di farsi più scaltro, “obsoleti”) ma anche e soprattutto quel sentimento della complessità e profondità dell’umano che ci mantiene di Sinistra, noi che resistiamo, nel solo modo in cui si può essere di Sinistra davvero: in quanto sani di mente.

 

Obiezione: può mai essere così grave il frequentare senza sentirsene feriti un Bongiorno, un Gori, un Baricco, un Berlusconi e qualche pescecane della finanza? Be’, a dire il vero , può esserlo. Ma ovviamente non c’è “solo” questo. Ovviamente sono mille, appunto, i segnali che Renzi si è lasciato sfuggire (o ha voluto inviare) di quel volgare semplicismo antiumano che nell’Italia di oggi porta il nome di berluscismo. Per chi ha poca memoria (o per chi ancora non ha capito la vitale importanza, contro l’istupidimento, di percepire i brutti segni, di soffrirne, e di tenerne registro) ricordiamone alcuni...

 

Sembrano passati secoli, ma era l’aprile del 2009: Renzi si candida a sindaco di Firenze mettendo in lista l’ex “schedina” di Quelli che il calcio Elisa Sergi e dichiara: Anche Berlusconi le preferisce belle, che male c’è?. Immaginiamo l’esultanza di Baricco: il cavallo di Troia dei barbari bussa a (certe) menti “di sinistra” nel punto di lor minore conflitto col berluscismo: l’odio e il disprezzo contro la Donna.

 

Due mesi dopo, il 19 giugno 2009, su La Repubblica (per la penna, se non ricordo male, di Alberto Statera) appare un avvincente trafiletto: I siluri contro di lui da parte dello schieramento opposto sono partiti con un singolare ritardo: quando Renzi, con il 47 e mezzo per cento ottenuto al primo turno, aveva già praticamente in tasca la vittoria che celebrerà lunedì prossimo. “L’è evidente,” è stato il commento di chi nel Pd non ama il giovane cattolico rampante, “Denis deve dimostra’ che il bimbo non l’ha cresciuto lui a mollichella”. Dove mollichella sta per coccole, Denis sta per Denis Verdini, plenipotenziario del Pdl in Toscana, e il bimbo per Renzi. Il quale, secondo la leggenda metropolitana, fu aiutato nelle primarie democratiche da votanti infiltrati dalla Destra, e a queste elezioni dalla scelta verdiniana di contrapporgli per favorirlo un avversario debole come l’ex calciatore della Fiorentina e del Milan, Galli.

 

Passano altri due mesi e il giorno di Ferragosto del 2009 Renzi lancia un richiamo ― Mai più con la Sinistra radicale! ― che dai tempi del primo governo Prodi è una sirena irresistibile per quanti, fra gli elettori del Partito democratico, non vedono l’ora di semplificarsi.

 

Lungo silenzio e poi, il 28 aprile 2010, una dichiarazione che è un programma, anche se semplificato e semplificante: Se il Pidì è solo il gruppo dirigente, ammonisce il “nostro”, c’è da stare preoccupati. Ma se è l’esperienza di popolo, quello non ossessionato da Berlusconi, allora vedo entusiasmo ed energia. Due punti di fondamentale importanza ― 1, il popolo (entità mediatica indifferenziata) e, 2, che il popolo non sia ossessionato da Berlusconi ― con i quali Renzi chiama a raccolta il popolo televisivo che, per quanto si creda ancora “di sinistra”, è ormai così rincretinito da non capire più che essere “ossessionati” da Berlusconi è vitale, poiché significa non sopportarne l’odio e il disprezzo per l’umano.

 

Ma il neologismo “geniale”, che si lascia alle spalle perfino il Cavaliere e traghetta il renzismo verso lidi antiumani ancora inesplorati, è del 29 agosto 2010: Il Nuovo Ulivo, detta il “nostro”, fa sbadigliare: è ora di rottamare i nostri dirigenti. La parola è così brutta, evoca a tal punto il nazismo, che suscita una reazione di rigetto: Renzi, come càpita a Berlusconi, si è dunque spinto troppo oltre? Al contrario: come molte provocazioni berlusconiane e berlusciste, il termine apparentemente rifiutato diventa di uso comune (e Renzi se ne vanta:Ci dicevano che eravamo matti, a usare la parola rottamazione, ora lo fanno tutti): malgrado la generale condanna, cioè, l’idea che di un essere umano si possa parlare come di un rifiuto ― una volta impiantata (con la crescente potenza mediatico-religiosa renziana) negli istupiditi “di sinistra” anelanti a semplificarsi e degradarsi come i berluscisti ― risulta inestirpabile.

 

È così che Renzi comincia ad attrarre l’attenzione dei poteri forti (e straricchi) dell’antiumanesimo, e perciò a diventare davvero pericoloso. Se ne accorgono per prime L’Unità e, su La Repubblica, l’attenta e intelligente Alessandra Longo, ambedue il 3 novembre 2010: Nessun format prestabilito, work in progress, promette Matteo Renzi, che ormai è una star contesa da tv, radio e settimanali. In un’intervista a Chi, per esempio, dice che “Ora basta con gli stessi volti da vent’anni. Cambiamo facce, idee, proposte. Non si può fare politica tutta la vita. Bindi e D’Alema, andate a casa”. Non solo loro, è chiaro: per il sindaco di Firenze a casa ci devono andare in tanti, compresi Veltroni e Fini. Berlusconi anche, ovvio. Un leit motiv che sta dando grandi risultati mediatici: oggi sarà ospite della trasmissione di Radio2, Supermax, condotta da Max Giusti e Francesca Zanni, poi alle 23.55 si sposta su La7 da Victor Victoria, dove improvviserà una coreografia. (L’Unità). Matteo Renzi, il leader dei “rottamatori” del Pd, si è guadagnato un superservizio sul settimanale Chi, house organ della famiglia Berlusconi. Toni agiografici del cronista, primi piani con scorci di Firenze by night. “Renzi cercherà di mandare a casa Bersani e Veltroni, di pensionare D’Alema, Bindi e Marini e di piazzare una precaria al posto della veterana Finocchiaro”. Insomma, un gigante della trasgressione perché “lui se ne infischia delle ripicche di partito e tira dritto come un treno”. Anche una notazione ammirata per le sue condizioni di salute: “Ci vuole un fisico bestiale per fare il primo cittadino e pure il capo dei rottamatori del Pd”. La frase più forte: “Sono cresciuto con Kennedy e Mandela nel cuore, io” (Alessandra Longo, La Repubblica, 3 novembre 2010).

 

Tre giorni dopo, il 6 novembre, Renzi torna a esternare da par suo: Bisogna uscire dalla barzelletta berlusconian-tremontiana, ma si deve evitare il delirio padoaschioppano. Come si fa a dire che è bello pagare le tasse? Nota bene: Renzi non chiama delirante il povero Padoa Schioppa in quanto uomo di destra in un governo di finta sinistra, ma per una delle poche cose di sinistra che disse in vita sua; e così facendo, di nuovo, è ai sempliciotti istupiditi “di sinistra” che mira, sdoganando a loro beneficio l’odio antistatale contro le tasse. Mentre, da sindaco di Firenze, rottama anche il 1° maggio e costringe i lavoratori del commercio a 363 giorni all’anno di rinuncia a sé stessi e alle famiglie: poiché l’odio contro i lavoratori, si sa, come quello contro i migranti, o contro i bambini e le donne, è componente sine qua non dell’odio antiumano in cui gli istupiditi “di sinistra” bramano di sprofondare per godere anch’essi, finalmente, della smemorata, anaffettiva “beatitudine” che invidiano agli istupiditi di destra.

 

7 dicembre 2010: Renzi-Berlusconi, incontro ad Arcore. Il sindaco chiede fondi per Firenze. Il premier: “Tu mi somigli”. Non sono sfuggite al premier le dichiarazioni contro la proposta di “Union sacrée” per scacciare il tiranno da palazzo Chigi: “La sinistra,” ha detto Renzi, “non può mettere insieme la solita ammucchiata selvaggia antiBerlusconi”. 22 dicembre 2010, Barbara Berlusconi: Il sindaco di Firenze mi è sembrato una persona che vuole davvero cambiare le cose, da lui mi sentirei rappresentata; ad avvicinarci non sono le idee politiche, ma la stessa cultura generazionale. 8 gennaio 2011, Giuseppe “Beppe” Fioroni (noto campione dell’antiumanesimo religioso che da ministro dell’Istruzione sproloquiava che i bambini non siano umani): Matteo Renzi ha la mia storia, è una risorsa, questi ragazzi sono oro colato, altro che trattarli come Stalin con Trotzky. Matteo in persona, 12 gennaio 2011: Sto con Marchionne senza se e senza ma. La Fiat tira fuori i soldi invece di chiederne e il Pd non si schiera? Io sto con chi investe1.  18 marzo 2011: Renzi, criticato per aver tardato a rimpatriare dal Giappone, dopo il disastro nucleare di Fukushima, trecento uomini e donne fra orchestrali, coristi e tecnici del Maggio fiorentino, allude a Susanna Camusso con le parole sciacallo nazionale, aspirante politico.

 

23 aprile 2011: A differenza della Cgil, che ha lanciato una campagna contro il lavoro domenicale, il sindaco “rottamatore” da tempo sta pensando di mandare definitivamente in pensione la Festa dei Lavoratori (l’Unità). 30 aprile 2011: Strano che siano stati proclamati tre scioperi nel giro di un giorno. C’è una regia per alzare il tono dello scontro sindacale. Se hanno voglia di confrontarsi con noi sono i benvenuti, ma l’idea che Firenze sia in mano ai sindacalisti mi diverte. Le aziende pubbliche le governiamo noi. Senza i sindacati (la Repubblica). 15 giugno 2011: Non voglio far la figura dell’eterno bastian contrario. Ma quando Bersani dice che nella scheda delle politiche non ci dovrà essere il nome del candidato premier, dice una cosa moralmente intrigante ma politicamente sbagliata (la Repubblica).

 

Il 28 agosto 2011 Filippo “Pippo” Civati, sodale di Renzi fin dagli esordi, si “smarca” allegando al “profilo” del sindaco di Firenze un paio di considerazioni interessanti: Uno dei nostri slogan era: prima il popolo, poi il leader. Mi pare che adesso Matteo si stia occupando più del leader che del popolo. Condivido poche delle cose che Renzi ha detto in quest’ultimo anno: non ho capito la sua freddezza verso l’esito del referendum sull’acqua pubblica, né la sua uscita sui cosiddetti Fantozzi della pubblica amministrazione, così come i suoi attacchi al sindacato e il suo stare senza se e senza ma con Marchionne. Si sta ricollocando da dov’era partito, nel campo moderato (la Repubblica).

 

Il 5 ottobre 2011, in compenso, “prende in braccio” Renzi niente meno che Roberto Benigni: È un sindaco straordinario e come sapete sarà il prossimo presidente del Consiglio (l’Unità).

 

31 ottobre: in piena Leopolda 2011, Annalisa Cuzzocrea scrive su la Repubblica: Non c’è niente di meglio che un Big Bang, per ridisegnare la geografia di un partito. Le nuove linee di frattura del Pd si erano già delineate dopo l’estate, non è “merito” di Renzi, giurano i suoi rivali, ma la musica suonata alla Leopolda non ha certo aiutato. Le wikidee dei nuovi rottamatori, per intenderci sì alla Bce no alla Cgil, sì a Marchionne no alla Fiom, sì a Steve Jobs no a Nichi Vendola, superano i confini di chi si è proclamato renziano. Volano oltre l’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino, l’economista Pietro Ichino, il prodiano Sandro Gozi. Sorpassano l’endorsemont arrivato dall’uomo ombra del “professore”, Arturo Parisi. E arrivano nel cuore della segreteria del Pd, nella compagine che fa capo al vice di Bersani, Enrico Letta. Toccano i modem di Veltroni. Interloquiscono con Areadem di Franceschini. Il nodo è sempre lo stesso: non appiattirsi sulle posizioni della Cgil, saper affrontare i nodi posti dalla lettera all’Italia della Banca centrale europea. Lo dice chiaramente, anche se da un’altra posizione, il modem Gentiloni: “Bisogna allargare il campo e non rinchiudersi nel recinto della sinistra tradizionale”.

 

Il 1° novembre 2011 dice la sua (con i piedi in due scarpe) Michele Serra: Sono tutti molto circospetti nel giudicare Matteo Renzi. Lo stesso Bersani, che a nome dei “dinosauri” potrebbe reagire con veemenza, non ne parla come di un nemico, né come di un corpo estraneo alla sinistra. Questa generale prudenza si spiega in parte con l’aura di vittoria che il giovane Renzi si porta dietro: non è conveniente mettersi contro un potenziale premier. In parte dipende dal fatto che non è affatto semplice inquadrarlo, decifrarlo, capire chi è e che Italia vuole, al netto del suo successo personale, questo travolgente outsider. Azzardiamo dunque un pronostico, rassicurati dal fatto che li sbagliamo sempre e dunque non abbiamo, in materia, un’autorevolezza da difendere. Ipotesi infausta: Renzi è il più riuscito tentativo di creare “un Berlusconi di centro-sinistra”. Molta confezione, dunque, e poco contenuto: esattamente come l’originale. Ipotesi fausta: Renzi è, con una ventina d’anni di ritardo, il nostro Tony Blair, traghettatore delle forze progressiste dal secolo ideologico a quello postideologico, con tutti i pro e i contro del caso. Niente di entusiasmante, ma qualcosa di nuovo e di spiazzante, sì. Quanto ai vent’anni di ritardo, non sarebbe colpa sua ma di un Paese che ha viaggiato, ultimamente, in costante retromarcia. Un Tony Blair, anche usato, per un’Italia così conciata sarebbe un lusso (la Repubblica. A Serra, un “Tony Blair italiano” sembra meno pericoloso che “un Berlusconi di centrosinistra”: ignora, forse, che il catto-laburista Blair è stato il primo e, fino a oggi, il più “efficace” trasmutatore della Sinistra occidentale in “finta sinistra”2).

 

Il 4 novembre parla Luigi Zingales (economista definito dalla fascistoide americana Sarah Palin l’uomo che ha fatto di più per difendere il libero mercato, collaboratore de Il Sole 24 ore e ministro dell’Economia in pectore di Matteo Renzi): Destra e sinistra sono categorie dell’Ottocento. Oggi la differenza passa fra cosa si può fare e cosa no. In Italia bisogna privatizzare, perché non abbiamo più soldi (l’Unità. Solo “due gradi di separazione” fra Matteo Renzi e il Tea Party: com’è piccolo il mondo, eh?).

 

Ma a questo punto è iniziata la stagione peggio-che-berluscista dell’ultradestra ultraliberista del governo Napolitano-Monti, primo “assaggio” di quelle che saranno le “larghe intese” di un anno e mezzo dopo, e Matteo Renzi dà scaltramente inizio a una manovra di lunga lena (in corso ancora oggi, 3 dicembre 2013) per sembrare meno di destra. Però lo fa su Max (per non deflettere dalla sua opera di imbarbarimento degli istupiditi “di sinistra”) e apparendo in copertina con un biberon in mano. Commenta la brava Alessandra Longo: Il vero spread? “Non è quello economico, ma quello tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere”. Matteo Renzi, sindaco di Firenze, e candidato permanente rottamatore dell’establishment del Pd, introduce una variabile di stampo “umanista” per contrastare il clima di “tasse e tassi” che ha preso il sopravvento nel Paese (“Sembriamo tutti diventati un popolo di funzionari contabili”). A Firenze si è appena congedato l’assessore alla Cultura, Giuliano da Empoli, e Renzi si è trattenuto la sua delega per imprimere una svolta (“O dimostriamo che con la cultura si può mangiare, oppure non siamo credibili”) (la Repubblica, 10 gennaio 2012).

 

2 febbraio 2012 (per la serie “Un colpo al cerchio e uno alla botte”): Matteo Renzi rompe il lungo silenzio seguìto alla nascita del governo Monti con un’intervista al Foglio in cui aggiorna il suo programma politico e rilancia la sfida per la leadership. Ammette che, se ci fossero state le elezioni anticipate, sarebbe stato “costretto a scendere in campo contro Bersani”. Interessante la declinazione del programma renziano: il piano delle liberalizzazioni di Monti viene giudicato positivamente perché recepisce “41 delle 100 proposte” della Leopolda; Renzi però assicura che avrebbe fatto di più in senso liberista. Ad esempio avrebbe abolito “il valore legale del titolo di studio” e messo in agenda “un serio piano di dismissioni pubbliche”. Ribadisce di essere “un fan del modello Marchionne” e si spinge ad auspicare una sostanziale abrogazione dei contratti nazionali di lavoro. O meglio sostiene che, come si è fatto con il trasporto ferroviario, dovrebbe essere consentito a tutte le aziende di derogare al contratto di settore (l’Unità).

 

15 marzo 2012: sùbito dopo Alemanno a Roma, anche Renzi a Firenze decide che in una sezione del camposanto di Trespiano (Firenze) saranno sepolti i feti (la Repubblica on line).

 

Titolo de la Repubblica del 17 maggio 2012: “A Renzi 70.000 euro, soldi a Rutelli e 5.500 al mese a Bianco”. La difesa di Luigi Lusi al Senato: “Facevo solo ciò che mi dicevano”.

 

Il 7 settembre del 2012, avvicinandosi le primarie per la segreteria del Pd che saranno vinte da Bersani, la Repubblica, non smentita, scrive: Al centro della campagna renziana ci sarà l’agenda Monti. Non solo non si dovrà smantellare alcuna riforma varata dall’esecutivo tecnico, ma nel 2013 se ne dovranno mettere altre in cantiere parlando un linguaggio di verità agli Italiani. Il premier è dunque il faro della corsa di Renzi, tanto da fargli confidare ai suoi collaboratori un assoluto colpo di scena: “Se dovessi vincere, la disponibilità della premiership sarà mia. E la cosa migliore sarebbe fare un passo indietro per confermare Monti a Palazzo Chigi almeno altri due anni”.

 

Il 15 settembre 2012 il cattodemocratico Gentiloni dichiara: La partenza è stata buona. Nel messaggio di Matteo non c’è solo il ricambio generazionale, ma un’idea del Pd che mi ricorda quella che disegnammo con Veltroni e Fioroni al Lingotto 2. La proposta va irrobustita, ma l’inizio è incoraggiante. Il programma ha un impianto liberale che condivido, non disfa alla Penelope dieci mesi di governo, è in continuità con l’agenda Monti. Se va avanti su questa strada, io sarò dalla sua parte (la Repubblica).

 

17 ottobre 2012, Renzi in persona: Trovo ingiusto che il quotidiano fondato da Antonio Gramsci scriva che rottamazione è una parola fascistoide. Sentirsi dare del fascista è inaccettabile. Reggi, coordinatore della campagna renzista: Sulla rottamazione abbiamo vinto. Ora non ci resta che aspettarli a uno a uno sulla riva del fiume. Linguaggio fascistoide? Per carità: nel fiume i rottamati nuoteranno, vero?

 

Occorre altro, per capire che l’obiettivo di Renzi, quale emerge dalle sue prese di posizione, non è mai stato “solo” quello ― dettato dalla sua smodata ambizione di vincere! ― di diventare il segretario e poi il candidato premier del Partito democratico, ma soprattutto quello di semplificare e istupidire l’intera Sinistra italiana privando la Resistenza all’antiumanesimo di ogni sostegno?

 

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(Lunedì 2 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 


[1] Gli risponde come merita Chiara Ingrao (ma, poiché nessuno le mette a disposizione la potenza mediatica che Renzi raccoglie a piene mani, deve accontentarsi di una lettera a La Repubblica): Chi ha accettato di pagare un presunto salvataggio di posti di lavoro a suon di turni di notte e straordinari incontrollati, mensa a fine turno, pause e indennità malattia decurtate, rinuncia al diritto di sciopero e di rappresentanza sindacale democraticamente eletta, cosa firmerà la prossima volta? E se il prezzo per ottenere un investimento in Italia fosse chiedere alle lavoratrici di rinunciare alla maternità, che non è garantita né negli Stati Uniti né in Cina? Non lo abbiamo già visto nella crisi finanziaria globale, quali risultati può portare dar mano libera alle imprese? Sono quesiti che riguardano tutti. Dalle risposte che daremo dipenderà il futuro del nostro Paese.

[2] Ma ci fa o c’è, Michele Serra? Nel caso (improbabile) che ci sia, sappia che perfino Federico Rampini e Barbara Spinelli avevano ormai capito cos’ha fatto alla Sinistra mondiale il blairismo, stando a quel che la seconda, recensendo il primo, scrisse su la Repubblica quello stesso 1° novembre: Non era fatale che la sinistra s’insabbiasse nel mimetismo, cedesse al caos del mercato: soprattutto l’osannata sinistra riformista di Clinton, Blair, che facilitò l’egemonia della destra e la sua letale deregolamentazione. (...) Di una cosa Rampini è convinto: l’egemonia culturale, dopo la crisi petrolifera del ’73, è la destra anti-Stato a conquistarla. E il fallimento non sembra intaccarla. Questa è la vera sfida che la sinistra ha di fronte.

 

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L'otto dicembre io NON voto perché io di non votare SOFFRO, mentre il Pd di me SE NE FREGA. (Sabato 7 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Sabato 7 dicembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

L'8 dicembre io NON voto. Perché il Pd è di destra e Renzi, Cuperlo e Civati se la ridono, ma io non sono di destra e loro non mi fanno ridere. (Martedì 27 novembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

(Martedì 27 novembre 2013. Luigi Scialanca, scuolanticoli@katamail.com).

 

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L’immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell’artista danese Viggo Rhode (1900-1976).

L’ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

 

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