L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

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La Terra vista da Anticoli Corrado

 

diario del Prof (scolastico e oltre)

 

gennaio 2010

 

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domenica 24 gennaio

 

Per la serie "La 'sinistra' hegelista contro la Sinistra Vera": Luciano Violante e Gustavo Zagrebelsky.

Per la serie "La 'sinistra' hegelista contro la Sinistra Vera": Luciano Violante e Gustavo Zagrebelsky.

La “sinistra” hegelista contro la Sinistra Vera: Violante e Zagrebelsky.

 

Ma il Violante ci fa o c’è?

 

Al professor Gustavo Zagrebelsky, insigne costituzionalista, l’ineffabile Luciano Violante (tramite La Repubblica) manda a dire (fra le altre) le seguenti parole: (...) Noi vogliamo ristabilire lo stato di diritto democratico attraverso le riforme. Vogliamo tornare allo spirito e ai principi della Costituzione. Senza riforme il declino della democrazia sarebbe inarrestabile, con danni irreparabili per i diritti e le libertà. (...) I nostri punti fermi sono: Repubblica parlamentare, separazione e bilanciamento dei poteri, indipendenza delle magistrature. (...) All’interno della più generale riforma costituzionale, e sulla scorta delle sentenze della Corte costituzionale, credo che possano essere previste forme di immunità purché siano temporanee (solo per la Legislatura in corso), per reati commessi dopo l’assunzione della carica, votate a maggioranza assoluta e nei confronti delle quali l’autorità giudiziaria possa sollevare conflitto davanti alla Consulta. (...) Di fronte allo svuotamento della Costituzione, il maggior partito di opposizione ha il dovere di proporre alternative e di battersi per realizzarle; non può chiudersi in una posizione di pura attesa o di sterile agitazione mentre la Costituzione deperisce.

 

Ribatte da par suo il professor Zagrebelsky, con la calma e la moderazione che lo distinguono ma guardandosi bene dall’attenuare l’estrema gravità di ciò che la finta sinistra ancora una volta si prepara a concedere al berluscismo: Quelli che sottovalutano o non vogliono vedere il pericolo di questa concentrazione di poteri non sono nelle condizioni di affrontare con la dovuta responsabilità le questioni costituzionali del momento. Ora, scorriamo l’indice delle riforme. Ci sono tante cose, ma ne manca una, quella essenziale e pregiudiziale. Che fine ha fatto il conflitto di interessi, espressione edulcorata per indicare quella abnorme concentrazione di potere? (...) Lavorare per le riforme senza avere sciolto il nodo che sta prima di tutto significa esporsi all’ambiguità: cioè, volenti o nolenti, contribuire a un disegno che pur si dice di voler contrastare. (...) Mi piacerebbe assai pensare diversamente, pensare positivo, come siamo invitati a fare. Ma in questo caso non vedo come si possa. (La Repubblica, sabato 23 gennaio 2010).

 

Impossibile dir meglio. Nel nostro piccolo, ci limitiamo ad aggiungere che non vediamo altra possibilità, per supporre che l’atteggiamento suicida della finta “sinistra” sia malgrado tutto “in buona fede”, che immaginare che essa sia ancora così imbevuta di hegelismo togliattiano da non tollerare l’indipendenza della Magistratura non per disonestà, ma “solo” per l’incapacità di ammettere che una sfera dello Stato (la Magistratura, appunto, ma non solo) risponda alla Legge come all’espressione democratica della sovrana volontà del Popolo italiano, anziché della volontà di un qualche Spirito assoluto incarnato nei politici.

 

Questa, però ― si obietterà ― è la “buona fede di chi non sta bene. Certo. Infatti per la finta “sinistra” non auspichiamo la galera, ma solo un lungo periodo di riposo nelle sue (per altro confortevoli) dimore.

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mercoledì 20 gennaio

 

Che un uomo è Zucconi non vuol mica dire che lo sono tutti.

Che un uomo è Zucconi non vuol mica dire che lo sono tutti.

Che un uomo è Zucconi non vuol mica dire che lo sono tutti.

Che UN uomo è Zucconi non vuol mica dire che lo sono TUTTI.

 

Zucconi

 

Vittorio Zucconi (un giornalista che proponiamo di soprannominare Nomen Omen) ha scritto qualche giorno or sono su La Repubblica: Si vorrebbe non vedere e non guardare le foto del linciaggio e della profanazione del cadavere dello sciacallo a Haiti, per credere che appartengano a un altro pianeta, a un’altra dimensione, a un tempo che noi, con la nostra giurisprudenza, lo Stato, i codici, l’autorità, il patto civile di convivenza che affida ai magistrati e non ai machete il castigo dei colpevoli, abbiamo superato per sempre. Si vorrebbe, ma non si può, perché quello che scovolge e nausea non è la distanza, ma la prossimità. È la conferma che tutti gli uomini, messi nelle circostanze giuste, siano capaci di tutto. (La Repubblica, lunedì 18 gennaio 2010).

 

Parla per te, Zucconi: ci sarai tu, capace di tutto. Noi no. E, come noi, la maggior parte dell’Umanità. Nonché la totalità dei neonati umani. Ma tu, Zucconi, poverino, forse non hai mai superato il trauma della tata o del catechista che un giorno, ai giardinetti o all’oratorio, udisti dire che l’uomo è una bestia... Cresci, o Zucconi: sei grandicello, ci sembra, per continuare a credere alle tate e ai catechisti. Considera, o Zucconi, che se il tuo trar dal comportamento del singolo conseguenze universali valesse anche per gli animali per natura creativi, noi saremmo autorizzati a considerare ogni animale umano uno stupidotto solo perché alcuni animali umani ripetono fino alla morte le bufale, piene di religioso disprezzo per l’Umanità, di cui riempirono loro la zucca da piccoli. Ma noi non lo faremo, o Zucconi, poiché quel tuo tenero congiuntivo, apparentemente errato ― “siano capaci di tutto” ― ci induce a sperare che qualche sano dubbio sull’onniscienza della tata o del catechista, dopo tanti anni, finalmente tu cominci ad averlo.

 

(E già che ci siamo: La Repubblica, nei giorni scorsi, ha pubblicato foto di cadaveri e di minori senza alcun rispetto per i sentimenti di quella parte dei suoi lettori ― pochi o tanti che siano ― che ancora non si son lasciati ridurre nello stato che la tata e il catechista dello Zucconi credevano, delirando, natura umana. La Repubblica si è forse permessa di farlo perché quei corpi non erano bianchi?)

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lunedì 11 gennaio

 

La Classe 2006 - 2009: Cristian, Lorenzo, Stefano, Sofia, Veronica e Natalia con la professoressa Cipriani venerdì 24 aprile 2009.

La Classe 2006 - 2009: Cristian, Lorenzo, Stefano, Sofia, Veronica e Natalia con la professoressa Cipriani venerdì 24 aprile 2009.

 

Com’è difficile fare l’Insegnante

 

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Come mai nei mesi scorsi mi è stato più difficile non solo insegnare, ma perfino scrivere qualcosa sulle Ragazze e i Ragazzi che nel 2009, dopo tre anni, si sono separati da me per andare alle superiori?

 

Forse perché l’anno scolastico italiano-anticolano 2008-2009, per Cristian e i suoi fratelli, non si è mai concluso. Come sentirmi un vero Insegnante, e magari un Insegnante felice, se non ho potuto insegnare a Cristian tutto ciò che dovevo e quel che desideravo insegnargli? Come scrivere ai miei ex Alunni, se uno di loro non ha potuto diventarlo e in qualche modo non potrà mai finire di essere mio Alunno?

 

Non sono sofismi. È una bruttissima realtà. Di cui il mio non poter essere del tutto Insegnante, come il non poter Cristian esser del tutto Alunno, non è il lato peggiore, poiché questa realtà ha contenuto e contiene anche fame. Freddo. E una brutale negazione d’affetto, d’interesse, di generosità, di onestà. Negazione di Umanità. Non nel senso che qualcuno abbia negato che Cristian e i suoi fratelli siano Esseri Umani. Nel senso che essi si sono imbattuti in una Realtà Umana, quella italiana e anticolana di oggi, una parte della quale ha “giocato” al mostruoso “gioco” di rapportarsi a loro come se umana non fosse.

 

“Gioco”, quantunque mostruoso, poiché non è possibile diventare davvero non umani. Così come un animale non può (altro che crepando) diventare un non animale. Quindi si fa i non umani, non lo si è. Ma lo si fa così “bene”, si è così “bravi” in questo “gioco” senza cuore, che davvero si appare e ci si comporta come se non si fosse umani, che davvero a un certo punto ci si sente e si è certi di esserlo, non umani, e non umani perfino agili, sciolti, allegri, pieni di spaventosa energia... Come se da tutta la vita si aspettasse il segnale che avrebbe fatto scoprire che in verità si è alieni, mostri venuti dallo Spazio per combattere e sterminare i Terrestri come Cristian e i suoi fratelli, e un bel brutto giorno, dall’alto di un regime capace solo di paura e odio, l’atteso segnale fosse finalmente arrivato.

 

Di chi la colpa, dunque, se Cristian e i suoi fratelli non hanno finito l’anno scolastico 2008-2009, e l’anno non è mai del tutto terminato, e io non posso sentirmi del tutto Insegnante, e nemmeno possono sentirsi del tutto ex alunni le Compagne e i Compagni di Cristian e dei suoi fratelli?

 

Non si sa.

 

Si sa solo che Cristian e i suoi fratelli un brutto bel giorno sono “scesi in campo”, come dice chi parla come la tivù, e “in campo” si son trovati presi in quel bruttissimo “gioco”: non da “giocatori” ― essendo Umani, non potevano “giocare” ― ma da “oggetti” del “gioco”. Da oggetti? Solo finché in campo. Poi, una volta spariti, da trofei dei vincitori. Trofei di sparizione, trofei che consistono di niente. Un non esserci, un vuoto, che ci si porta dentro per sempre: l’alloro del vincitore. Del più “bravo” a fare il non umano.

 

Chi “gioca” al non Umano si è aggiudicato, con l’inconcluso anno scolastico italiano e anticolano 2008-2009, una prima ― forse ancora “modesta” ― ma significativa vittoria: Cristian e i suoi fratelli non sono morti, è vero ― quella sarebbe la vittoria definitiva, la soluzione finale, ma sembra che chi “gioca” al non Umano non sia ancora pronto a una sfida all’ultimo sangue ― però si è riusciti a scacciarli. In giro non si vedono più. Sono spariti. Chissà se fra qualche anno i suoi non del tutto ex Compagni si ricorderanno ancora di loro? Non è detto. Alcuni degli ex Compagni di Petar, per esempio, della Classe 1993-1996, di lui non si ricordano più. E a Petar andò molto meglio che a Cristian e ai suoi fratelli. Non si “giocava” ancora ai non Umani, a quei tempi, in Italia e ad Anticoli Corrado. Ci si stava ancora “scaldando”. “Entravano in campo” i moccichini verdi della Lega Nord, “scendeva in campo” il Berlusconi dai verdi sorrisetti... e ad Anticoli qualcuno diceva che Petar non si chiamava Petar, ma Peter. O Pietro.

 

Il prof si meravigliava. Il prof, tanti anni prima, da una ragazza non italiana aveva saputo quanto è spiacevole non aver più un nome preciso perché ognuno lo pronuncia come gli pare. Come se tu non avessi un nome vero. Come se tu non fossi neanche una bestia ― una bestia ha un nome vero, se un Umano gliene impone uno ― ma un pupazzo, una bambola, una Barbie per esempio, a cui una bimba può cambiar nome anche tre volte al giorno, a seconda della fantasia del momento, e non c’è niente di male, poiché gli oggetti materiali son fatti per questo: creati dall’immaginazione, appartengono a essa.

 

Gli Esseri Umani no. Gli Esseri Umani sono Esseri Umani e basta. Tutti, dalla nascita fino alla morte. Non “persone” (cioè “maschere”) e tanto meno “personaggi”.

 

“Come ti chiami, Petar?” domandava il prof, per non rischiare di cambiargli nome senza volerlo.

 

“Peter (Piter),” rispondeva lui.

 

“Ma com’è possibile?” si stupiva il prof. “Si scrive Petar e invece si pronuncia Peter, come se fosse inglese? Ma tu sei serbo, non inglese.”

 

“No,” ammetteva Petar, “è vero: in Serbia Petar si pronuncia Petar.”

 

“E allora perché dici di chiamarti Peter?”

 

Perché tutti mi chiamano così...”

 

Semplice, no? Tutti mi chiamano così. Una cosa innocua. Che c’è di male? Non è niente: non c’è quasi differenza tra Petar e Peter... È una piccolezza. È un gioco.

 

Era la fine del 1995. Si avvicinavano le elezioni dell’aprile 1996, la vittoria della Sinistra e l’estromissione del berluscismo dal potere per cinque anni. Cinque anni cruciali che la finta “sinistra”, componente di gran lunga maggioritaria dei governi Prodi, D’Alema e Amato, ha quasi del tutto sprecati facendosi quasi solo gli affari propri e dei potentati economici a cui si appoggiava, mentre nelle mura portanti della Società si aprivano crepe e si udivano scricchiolii sempre più forti, prolungati, paurosi...

 

Come sarebbe, tutti mi chiamano così?! Non potevo accettarlo: pretesi, e imposi, che almeno a scuola Petar si chiamasse Petar. Ma perfino io, allora, mi sarei schermito: “Sì, è vero, è una piccolezza,” avrei detto, “ma che volete? Sono fatto così...”

 

Ma che direste Voi, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica, come vi sentireste, se un intero paese, falsi insegnanti compresi, vi chiamasse come non vi chiamate fino a costringere perfino Voi a chiamare Voi stessi come non vi chiamate? Finché perfino i genitori vi chiamassero, in pubblico e in privato, come non v’hanno chiamato? E perché, poi? Be’, perché il “gioco” è questo. Siete Voi che siete “scesi in campo”, mica vi abbiamo invitato. E in questo campo (in tedesco: lager) si “gioca” così: si “gioca” ai non Umani. E per “giocare” “bene” ai non Umani bisogna che trattiamo Voi, gli Umani, come se foste cose.

 

Esageriamo? È solo per ignoranza che si storpiano i nomi stranieri? Solo per ignoranza, non perché si stia “giocando” a non essere umani?

 

Solo? E per che altro, se non per ignoranza ― e prim’ancora per l’ottenebrarsi dell’immaginazione ― i Popoli e i Paesi si riducono come si son ridotti gli Italiani e l’Italia? Per l’ignoranza di che cos’è un Essere Umano, e per la superstizione che i Popoli del mondo si dividano in cristiani e non cristiani.

 

Poiché l’ignoranza e la superstizione vere ― “buone”, “umane” ― si vergognano di sé e cercano di smettere di essere ignoranti e superstiziose. Dicono: “Mi scusi, sa, ma son così ignorante che non so pronunciare bene il suo nome. Abbia pazienza: non ho potuto leggere molto in vita mia, non ho potuto studiare le lingue. Mi aiuti lei a capire, a udire, a non far sparire il suo nome”.

 

Facevano così i nostri Vecchi. Si scusavano, per l’ignoranza e la superstizione di cui pure non avevano colpa. E chiedevano di essere aiutati a uscirne.

 

Chi non si scusa ma anzi con noncuranza ti chiama Crìstian, con l’accento sulla prima sillaba, invece che Cristiàn, sull’ultima ― chi non si scusa ma anzi con perfetta noncuranza ti chiama “come cavolo gli pare” ― non è “solo” ignorante e superstizioso: “gioca” a fare il non Umano, e per “giocar” “bene” non può mica scusarsi, “cavolo!”, non può mica domandare umilmente che gli si spieghi l’esatta pronuncia di un nome! Si è mai visto un calciatore scusarsi, dopo un fallo voluto, se non per far fesso l’arbitro? Si è mai visto un soldato scusarsi? Si è mai visto un moccichino verde, o un verde sorrisetto, scusarsi?

 

Ma a Petar andò ancora bene. I “giocatori” si stavano ancora solo “scaldando”, durante l’anno scolastico italiano e anticolano 1995-1996. E il più bel ricordo che ho di lui è la passione e la determinazione con cui studiò l’Italiano, l’incredibile rapidità con cui lo apprese, e come la sua riconoscenza per me (che ancora dura) mi fece sentire un vero Insegnante. Sì, l’Italiano era una lingua che si faceva amare e stimare, quindici anni fa. Era una lingua che un non Italiano non udiva scagliare insulti e sputare odio contro di lui. L’Italia essendo ancora un Paese ove un non Italiano poteva immaginare di vivere felice, parlandone la lingua, l’Italiano era ancora desiderabile quindici anni fa.

 

Del mio non del tutto ex Alunno Cristian, invece (del vostro non del tutto ex Compagno Cristian, Ragazze e Ragazzi della Classe 2006-2009) il ricordo più intenso che ho è quello di averlo visto e sentito star male, a scuola, per il freddo e la fame. E non riuscire a studiare l’Italiano.

 

Questo è accaduto, ad Anticoli Corrado, nell’anno scolastico mai del tutto concluso 2008-2009: vi sono stati giorni ― non molti, uno ogni tanto: i “giocatori” non sono ancora abbastanza allenati per disputare la finalissima... la soluzione finalissima ― in cui un Ragazzo e dei Bambini venivano a scuola viola di freddo e indeboliti dalla fame ― soprattutto Cristian: toccava a lui e alla sorella maggiore, essendo più grandi, sacrificarsi per i piccoli ― al punto di non poter concentrarsi. Al punto di star male.

 

È accaduto che Cristian non è venuto a scuola perché doveva accompagnare la sorella alla ricerca di un lavoro. Per proteggere la sorella, nella ricerca di un lavoro, da padronacci così “bravi” a “giocare” ai non Umani da non distinguere più una Ragazza dalla propria sudicia mano.

 

È accaduto che una Ragazza ha dovuto rinunciare dopo un sol giorno al lavoro trovato, per le molestie del suo padronaccio. Oh, chiedo scusa, volevo dire del suo “imprenditore”. Del suo “datore di lavoro”. Del suo esimio rappresentante del “popolo delle partite Iva”.

 

È accaduto, ad Anticoli Corrado, che un individuo è andato a dire (e i suoi dipendenti a ripetere) che se il padre di Cristian non trovava lavoro, o lo perdeva, era perché non gli andava di lavorare. E a costui nessuno ha chiesto come si permettesse ― medicina che di tanto in tanto può far bene anche a un “pezzo grosso” ― di calunniare un uomo che nei tre anni precedenti aveva sempre lavorato, in Italia, vedendo i figli e la moglie solo a Pasqua e a Natale, e riuscendo infine col proprio lavoro a riunirli a sé qui, ad Anticoli Corrado, nello stesso anno in cui anche il prof si è trasferito qui, ad Anticoli Corrado, in una casa bella, ben tenuta, ben riscaldata: in una casa Umana appartenente a cari amici Umani.

 

È accaduto che una crisi economica mondiale ― causata da “giocatori” a fare i non Umani così “bravi” da riuscire in meno di trent’anni a far arretrare di altrettanto la Libertà, l’Eguaglianza e i Diritti Umani nel mondo ― è arrivata anche in Italia e ha drasticamente ridotto le opportunità di un non Italiano di trovare lavoro, mentre anche moltissimi Italiani lo perdevano e faticavano a ritrovarlo.

 

È accaduto che squallidi individui d’ogni parte d’Italia, e anche di Anticoli Corrado, hanno fomentato in ogni angolo del Paese l’odio contro gli Stranieri, i Migranti, i Rumeni, alimentando, invocando, promulgando ― c’è chi alimenta, chi invoca e chi promulga, ognuno ha il suo ruolo nel gran “gioco” di squadra ai non Umani ― diffidenza e leggi razziali, dispetti e leggi razziali, sgarbi e leggi razziali, insulti e leggi razziali, aggressioni omicide e leggi razziali. Finché una famiglia ― con Bimbi piccoli, e un Ragazzo che poteva cadere in qualche provocazione, e una Ragazza giovane, e freddo e fame, e senza lavoro ― non si è sentita più al sicuro, in un Paese dove si “gioca” ormai così bene.

 

Così la famiglia di Cristian è tornata in Romania. Cristian e i suoi fratelli non hanno finito l’anno nelle nostre Scuole. E l’anno scolastico italiano e anticolano 2008-2009 non si è concluso.

 

È normale, tutto ciò? Ma no, la parola giusta non è normale... È sano tutto ciò?

 

È sano che in piazza delle Ville non si vedono più Cristian e i suoi fratelli, Cristian e sua sorella, la mamma e il papà di Cristian, e non ci si faccia caso? È sano che oggi, in Italia e ad Anticoli, Esseri Umani scompaiono? È sano che noi camminiamo come se niente fosse dove essi non camminano più? Come alieni, come non Umani in una Terra “ripulita” dagli Umani? E che la notte nessun fantasma ci perseguita, come se davvero fossimo alieni e i fantasmi Umani non potessero accedere ai nostri incubi?

 

È sano che un Ragazzo, dei Bambini, non hanno finito l’anno e son dovuti sparire dall’oggi al domani soltanto perché Umani in un Paese dove si “gioca” a fare i non Umani?

 

Sarebbe sano, per me, scrivere come se niente fosse il mio bell’articoletto Com’è bello fare l’Insegnante come se vivessimo ancora la bella estate del 2008 e io e la famiglia di Cristian fossimo tutti appena arrivati nella bella Anticoli Corrado coi nostri bei progetti e speranze e credendo di poter contare tutti su una bella casa ― ben tenuta, ben riscaldata ― e sull’amicizia, la generosità, l’umanità degli Umani?

 

Non sarebbe sano. E neanche da Insegnante. E neanche da ex Alunni ed ex Compagni. Non sarebbe da ex Compagni, ex Alunni e Insegnanti sani di mente.

 

Vi ricordate ― Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano e Veronica ― quando vi dicevo che il banco di Cristian (come i vostri) non doveva essere spostato né occupato da altri, nei giorni in cui lui non c’era? Sembrava una sciocchezza, vero? Una delle tante “fisime” del prof, dal quale infatti ci son genitori e non genitori che mettono in guardia figli e non figli dal prenderlo troppo sul serio...

 

Ora vedete, invece? Capite, adesso, com’era importante rispettare quel banco vuoto? Quel banco vuoto ora non si vede più. E ciò significa che non si sa più dov’è finito. Per come è ridotta l’Italia (e Anticoli Corrado, che nella realtà purtroppo è in Italia, non nel Mondo dei Bambini) i banchi di Cristian e dei suoi fratelli possono essere ovunque. Si rischia di andarci a sbattere ovunque ci si trovi, su quegli invisibili banchi di nessuno ― camminando in piazza, sedendosi su una panchina, circumnavigando la fontana di Arturo Martini, entrando in un bar o in un negozio, recitando o applaudendo a teatro, andando a messa, prendendo la corriera... ― poiché ovunque ci si trova pericolosamente vicini a “giocatori” così “bravi” a fare i non Umani, che per loro Cristian e i suoi fratelli non sono “solo” spariti: son diventati impensabili, come se non fossero mai esistiti. E così a poco a poco si rischia anche noi di dimenticarci di loro, di non saper più che un giorno furono qui, di non sentir più il dolore di non essere riusciti a impedire che sparissero. Se questo accadesse, una parte del nostro Passato umano sparirebbe con Cristian e i suoi fratelli, e con essa anche noi spariremmo, un poco. Di noi rimarrebbero frammenti, monconi: saremmo come le mura della Villa di Orazio a Licenza, ridotte a pochi centimetri di altezza e attraversabili in qualsiasi punto senza passare per la porta. Poiché i romani Mecenate e Orazio non esistono più: ci siamo noi, oggi. E noi, oggi, entriamo e usciamo dalle loro case varcandone dove ci pare le mura ridotte ai minimi termini: che ce ne importa, a noi, di dove Mecenate e Orazio volevano che si passasse per entrarvi? Così, con la medesima noncuranza, quelli che hanno “giocato” ai non Umani passerebbero attraverso il poco che resterà di noi, se ancora per un po’ anche noi ce ne andassimo per Anticoli come se niente fosse, come se Cristian e i suoi fratelli non fossero mai esistiti. Spariremmo anche noi. Saremmo come gli antichi Romani, morti e sepolti da un pezzo. E non resterebbero che loro: quelli che scacciando e facendo sparire gli Umani, hanno fatto sparire l’Umano da dentro di sé.

 

Vi chiedo scusa, Cristian, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica, per averci messo sei mesi a scrivervi, a salutarvi, a separarmi dagli Alunni che brillantemente si son separati da me dopo tre anni di eccellente e impegnativo lavoro. Vi faccio le mie scuse e vi lascio la mia “scusa”, se volete, come mio ulteriore insegnamento: ci ho messo tanto perché non è facile separarsi da una classe che ha finito le Medie con un alunno di meno. Una classe in cui è avvenuta una sparizione che altri ci hanno imposto ― altri, sì, ma non tutti di fuori Anticoli ― ma che io non sono riuscito a impedire.

 

Il dolore non passerà. Tornerà a farsi sentire ogni volta che ricorderò l’anno scolastico 2008-2009. Ma ha perduto, finalmente, il potere di impedirmi di scrivervi.

 

Poi, combinazione, Cristian è anche il primo di Voi in ordine alfabetico ― per nome e per cognome ― e quindi era da lui che dovevo iniziare. E a cominciar da lui mi ci son voluti ben sei mesi, e nonostante ciò non ho ancora scritto alcunché, di lui: ho parlato solo degli squallidi individui che con lui e i suoi hanno “giocato” a fare i non Umani. Come se dopo tutto fossero riusciti a farlo sparire ― e Voi insieme a lui ― anche dal mio cuore e dalla mia mente. A far sì che invece di lui riuscissi a scrivere tutt’al più di loro.

 

Certo non è facile scrivere di Cristian. I pochi mesi che è stato con noi, le numerose assenze ― tutte per giustificati motivi ― la mia completa ignoranza del Rumeno e la sua scarsa conoscenza dell’Italiano mi hanno permesso di conoscerlo poco. E così, penso, sarà stato per Voi. Anche perché lui (bisogna dirlo) non vi aiutava moltissimo: forse perché più grande, forse perché separato da Voi da esperienze così distanti dalle vostre ― la lontananza dal padre per tre anni, l’emigrazione, la disoccupazione, il freddo, la fame ― spesso si isolava, se ne stava per conto suo, non cercava di partecipare ai vostri discorsi, ai vostri scherzi. Eppure ha giocato a calcio con Voi, qualche volta; era bravo, in Romania era una piccola “promessa”... Com’è andata? Perché non ha continuato? Son tante le cose che non so, che nessuno mi ha mai detto, sulla vita di Cristian (e dei suoi) fuori dalla Scuola, ad Anticoli Corrado. Cose che illuminerebbero i miei ricordi. Ma è difficile che qualcuno venga a raccontarti quel che ti aiuterebbe a vedere, a capire, a farti più intelligente. Dalla televisione o all’orecchio, a parlarti degli altri e del mondo son più spesso quelli come il “pezzo grosso”, che sputando veleno tentano invece di istupidirti e di farti impazzire.

 

Almeno due volte, però, ho visto anche Cristian così bene da poter essere sicuro che per me non sparirà, proprio come non sparirete Voi. Due momenti che non dimenticherò mai, e che fra me e me potrò rivedere ― e soprattutto risentire ― ogni volta che lo desidero. A testimonianza che sia io che lui ci siamo visti e soprattutto sentiti, dopo tutto, malgrado ci sia stato permesso di vederci e sentirci così poco.

 

Il primo è stato il giorno in cui ci siamo conosciuti, a settembre, quando il papà di Cristian ha suonato al citofono e mi ha pregato di scendere, perché con tutta la famiglia era venuto a presentarmi il figlio.

 

Sapevo già di avere un nuovo alunno non italiano ― la mamma di Sofia, ottima amica e gentilissima padrona di casa, me ne aveva parlato: aveva incontrato Cristian e i suoi mentre salivano a piedi ad Anticoli e aveva dato loro un passaggio e i primi ragguagli sulla Scuola e su come iscriversi ― e questa notizia mi stava già mettendo alla prova: non è facile inserire in una classe un alunno che non conosce la lingua e lavorare bene con lui senza costringere gli altri ad attese che la scarsità di tempo ― i furti di tempo, cioè, che la Scuola ha subìto negli ultimi dieci anni da parte della Destra, della finta “sinistra” e poi di nuovo della Destra ― può tramutare in perdite anche gravi di opportunità d’insegnamento... Ero preoccupato, dunque, e al tempo stesso detestavo la mia preoccupazione perché mi faceva temere di non essere del tutto diverso ― non quanto credevo e desideravo ― dagli squallidi individui che fomentano odio contro i Migranti. Ma Cristian e i suoi quel giorno in pochi istanti curarono la mia preoccupazione contro di loro ― e la mia ansia contro di me ― con un farmaco del tutto naturale: la gentilezza. La gentilezza del papà e della mamma, che disturbandosi a venire a conoscermi mi certificavano l’importanza che annettevano all’istruzione del figlio e la collaborazione su cui avrei potuto contare da parte loro. E soprattutto la gentilezza di Cristian ― ed è questa la scena indimenticabile, impressa nel mio cuore e nella mia mente come se fosse avvenuta pochi minuti fa ― quando, al casuale apparire di Sofia, non solo la salutò con un bel sorriso, ma stringendole la mano, mentre io gliela presentavo, accennò verso di lei un inchino che prima di allora avevo visto solo nei film di quand’ero piccolo.

 

Quella volta seppi corrispondere al rapporto che Cristian stabiliva con me: guarii dall’ansia, cioè, e fui di nuovo (e un nuovo) me stesso. Non così la volta successiva ― l’altro indimenticabile momento ― del nostro breve percorso comune. Quando Cristian, un bel mattino di qualche mese dopo, accolse il mio ingresso in aula con un invito clamoroso: “Professore!” esclamò, alzandosi, il tono e i gesti vivacemente diversi dal “basso profilo” ― fin troppo basso, invero ― che teneva costantemente a Scuola nel tentativo di realizzare una sua immagine ideale di presenza, serietà e irreprensibilità che le difficoltà linguistiche non facevano che sabotare. “Professore! Oggi facciamo qualcosa diverso, per favore!”

 

“Che cosa?” domandai io. Cortese. Sorridente. Ma anche, purtroppo, guardingo.

 

“Che so?... Usciamo! Andiamo a giocare!” spiegò lui, lasciandomi a bocca aperta.

 

In quel momento avrei dovuto capire che rispondere alla sua proposta nel modo più ovvio, come purtroppo feci, anche se affabilmente ― “Mi dispiace, Cristian, non possiamo: siamo qui per studiare, per imparare, è a questo gioco che dobbiamo riuscire a giocare” ― sarebbe andato bene se ad avanzarla fosse stato uno di Voi, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica; ma che rispondere così a Cristian era non rispondergli. Era abbandonarlo. Era farlo sparire. Avrei dovuto capire, ma non capii ― e ci ho messo, a capire, sei mesi senza poter scrivere ― che se di solito era valido fare il possibile perché Cristian fosse considerato e trattato e si sentisse come gli altri, come Voi, questa volta invece no, doveva avere una risposta speciale, tutta sua, che lo distinguesse da Voi quanto la sua speciale situazione richiedeva: “Sì! Sì, Cristian, è vero, e grazie per coraggiosamente aver fatto sì che lo capissi anch’io: dobbiamo lasciar perdere tutto, dobbiamo uscire di qui, dobbiamo andare a giocare, insieme ― con me nel ruolo di giocatore-arbitro, diciamo, o inventore di giochi, ma pur sempre giocatore ― e non rientrare a Scuola finché non avremo abbattuto, giocando, il muro con cui l’altra squadra, “giocando” il proprio orribile “gioco”, ti divide dai Compagni, dagli Insegnanti e da Tutti. Come dovrebbe fare l’Italia intera, come dovrebbe fare Anticoli Corrado, niente nell’emergenza può continuare come se niente fosse: dobbiamo stare con te finché non saremo riusciti a incontrarci ― e i ragazzi si incontrano giocando, non c’è altro modo, e la Scuola è l’interruzione del gioco che è ammissibile, che può esistere, solo se il gioco c’è, ma che diventa immediatamente violenza (pur con tutte le buone intenzioni contrarie) se il gioco non c’è: così come il Lavoro, l’Economia, la Società, la Giustizia, la Politica, diventano immediatamente violenti se qualcuno vi è preso come in un ingranaggio senza poter essere con gli altri anche in tutto ciò che è intorno al Lavoro, all’Economia, alla Società; se da qualcuno si pretende che faccia come gli altri ma senza mai poter essere insieme agli altri anche al di fuori e oltre il suo fare come loro. Dobbiamo fare di te uno di Noi e di Noi degli altri come te, Cristian, con la medesima, totale “implicitudine” che ci permette, io, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica, di mettere tra parentesi ciò che è esterno alla Scuola per l’assoluta certezza che quell’esterno ― come l’acqua per i pesci anche quando non “pensano” a essa ― assolutamente c’è per Tutti quanti e ci racchiude e ci sostiene completamente senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

 

Questo avrei dovuto rispondere a Cristian quel giorno. E poi via, a giocare il gioco umano che fa sparire il “gioco” al non Umano. Non necessariamente fuori dall’aula e da scuola, ma necessariamente a guardarsi, a vedersi, a sentirsi, a “placcarsi”, fino alla consumazione di ogni barriera. Per poi tornare a studiare ― per i giorni, non importa quanti, che ci sarebbero rimasti ― sicuri di non star facendo, pur con le migliori intenzioni, solo finta, e solo a scuola, che Cristian fosse uno di Noi. Invece risposi nell’altro modo, e lui non domandò mai più. I Bambini, i Ragazzi ― ma forse Tutti ― fanno così: non per il dispetto di non voler offrirti un’altra chance, ma perché quasi mai si sentono certi che i loro ingegnosi sforzi per abbattere muri come questi siano meritevoli di resistenza, se non son riusciti al primo tentativo.

 

Forse Cristian sbagliò a tentare solo con me? Sbagliò, forse ― più in generale ― a immaginare di poter fare un rapporto solo col prof, come Dersu Uzala col suo Capitano nel grande film di Akira Kurosawa del 1974? È possibile. Ma in realtà non lo so. Non so se fece tentativi come quello anche con Voi, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica, e in tal caso non so come siano andati. Sarebbe bello ― anche se dovesse essere doloroso ― se qualcuno insegnasse la Storia a me, qualche volta.

 

Dunque vedete che è della difficoltà di fare l’Insegnante che devo parlare con Voi della Classe 2006-2009. Capite, adesso, perché questo scritto s’intitola così ― Com’è difficile fare l’Insegnante ― e non Com’è bello, come quello che dedicai ai Compagni della Classe 2005-2008. Non certo perché con Voi sia stato meno bello ― sarebbe assurdo anche solo supporlo: per due anni su tre siete stati un’unica classe con Loro! ― ma perché la bellezza è a volte chiusa nella difficoltà come in una prigione, e non si può vederla né sentirla davvero se da quella prigione non si tenta di liberarla.

 

Di Lorenzo ― lui, infatti, è il secondo della lista! ― ciò che più mi ha colpito, nei tre anni che ho avuto la fortuna di essere un suo (e vostro) Insegnante, è stata la totale, irriducibile generosità della sua sudditanza a Voi, Ragazzi: a Natalia, a Sofia, a Stefano, a Veronica. A quelli che sono nati e hanno vissuto con lui dalla Scuola materna all’ultimo giorno d’esami della Terza media.

 

Non credo che abbiate mai visto Lorenzo davvero arrabbiato con qualcuno di Voi, in tutti quegli anni. (Del resto, se veniste a dirmi il contrario, non vi crederei). Lorenzo è stato l’unico suddito in una minuscola Società composta solo di regine e di un re, l’unico soldato semplice in un esercito fatto solo di generalesse e di un generale. Ed è stato suddito e soldato semplice ― badate bene! ― non per codardia o inettitudine a essere altro ― e men che mai per decreto di un inesistente “fato” ― ma appunto per la sua immensa generosità. Poiché sentiva, con l’intelligenza che solo dall’amore vero può scaturire, che a Voi faceva bene avere un suddito insieme al quale scoprire e aver la certezza di saper essere Compagni ed Eguali nei Diritti, tutti con ognuno e ognuno con tutti, indipendentemente dal ruolo che si svolge nella Società; e che nello scoprirlo e nell’esserne certi ― grazie a lui che generosamente ve lo permetteva ― mai e poi mai Voi avreste fatto alcunché per farlo soffrire della propria sudditanza.

 

Le “scene di vita vissuta” tra Voi e Lorenzo alle quali assistevo non visto durante le “pause” erano, così, piccole, deliziose rappresentazioni ― sceneggiature haiku, se mai sono esistite ― attraverso le quali ogni volta Lorenzo vi permetteva di confermarvi non semplicemente come Ragazzi che non vogliono ferire o che devono controllarsi per non farlo, ma come Ragazzi che non son capaci di offendere, di disistimare, di disprezzare un Altro ch’è indifeso: che non son capaci, insomma, di giudicare da meno non solo chi si dà da fare per mostrarsi pari, ma anche chi ― come Lorenzo― nella parte del suddito e del soldato semplice sfidava Voi a riconoscerlo e sentirlo pari anche in quei panni. Lui ogni volta vi metteva alla prova, e Voi ogni volta la superavate: non credo che sia mai esistito un suddito più felice di Lorenzo, né sovrani più in debito di Voi, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica, per il dono che Lorenzo vi ha fatto di scoprire in Voi stessi che gli Esseri Umani non sono Eguali perché sottomessi alle Costituzioni (e men che mai alle Fedi) che gli prescrivono di esserlo, ma perché nascono incapaci di non esserlo, e tali per sempre rimangono, se non si guastano. Se non si riducono a squallidi individui che “giocano” ai non Umani.

 

Ora che vi siete separati, però, e tu, caro Lorenzo, prosegui il tuo cammino con altri Ragazzi (con i quali, certo, hai lo stesso in comune l’Infanzia ― poiché tutti gli Esseri Umani d’ogni tempo e luogo hanno in comune almeno la nascita e i primi anni ― ma che materialmente non hai visto piccoli così come essi non han visto e sentito e giocato con te da piccolo) la proposta con cui anch’io ti lascio è quella di cambiare gioco. Dal 2006 a oggi sei cresciuto, da Bambino ti sei fatto Ragazzo, sei diventato più forte, e soprattutto hai visto e sentito e immaginato e pensato tanto: non lasciarlo sparire, non ricominciare da capo ― in un certo senso si ricomincia sempre da capo, lo so, ma intendo dire non da zero, non come se gli ultimi tre anni non ci fossero stati ― e sii tu il sovrano, ora, di questo tuo regno di esperienze, di sentimenti, di idee. E da sovrano della tua parte di mondo ― della parte di mondo virtualmente infinita che senza di te non ci sarebbe mai stata ― vai nella tua nuova Classe non soltanto con la generosità di chi a Natalia, a Sofia, a Stefano, a Veronica ha dato modo di confermare ed esser certi della loro validità, ma anche con la resistenza di saper aspettare, dai tuoi nuovi Compagni, che questa volta siano loro a scoprire la tua: senza farsi tuoi sudditi, se non vogliono ― o anche sì, se gli va, perché no?, tanto fra Umani (se non si diventa degli squallidi individui) la sudditanza e il dominio non possono essere che gioco ― ma senza mai immaginare neppure alla lontana che solo tu debba incamminarti verso di loro.

 

(Ciò che hai letto, Lorenzo, non è un tuo “ritratto”: un ritratto dovrebbe tentare di lasciar intravedere tutto di una personalità, mentre io potevo qui raffigurare per sommi capi solo un aspetto, una sfaccettatura dei gioielli che per tre anni mi sono stati affidati. Tuttavia le parole che ho scritto per ciascuno di Voi sono meno poche di quel che sembrano, poiché in ognuna di esse ― se ci ho saputo fare come spero ― c’è qualcosa di Tutti. O non sareste stati una Classe. Perciò non accontentatevi, non leggete solo le righe in cui spicca il vostro nome ― Cristian, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica: se guarderete e vedrete e sentirete bene, anche nelle altre ― anche negli altri ― troverete qualcosa di Voi!)

 

Di Natalia ― tocca a te, ora! ― mi piace qui ricordare soprattutto la calma e la dignità. Sempre, naturalmente, ma in particolar modo nei momenti di crisi.

 

Momenti di crisi accadono a tutti, prima o poi, e nella vita ben più di una volta. Le piccole crisi, poi, sono molto frequenti. Ma Natalia e Sofia, in questi tre anni, per quel che mi è parso, ne hanno attraversate, ciascuna a suo modo, anche di non piccole. Ed entrambe le hanno affrontate (e superate, mi sembra) con una calma e una dignità che non potrò mai dimenticare. Ma poiché Natalia viene prima, in ordine alfabetico ― per nome e per cognome ― è a te, Natalia, che voglio scrivere soprattutto di questo.

 

Tu sai a cosa mi riferisco, non occorre che entri in particolari. Il rapporto col prof non è facile, proprio no. Per molti motivi, ma soprattutto perché io non solo tento ma riesco (se non sempre, quasi) a portare gli Alunni nel mondo immaginario che è la mia parte di mondo ― la parte, virtualmente infinita, che senza di me non ci sarebbe mai stata. Tu qui penserai al Cineforum ― alla Materiachenoncè, come l’ho spesso chiamato ― ma il mondo immaginario in cui Voi mi seguivate (in cui non potevate non seguirmi) non era solo il venerdì pomeriggio: era sempre, o quasi. Tranne nei momenti ― come le interrogazioni, spiacevoli per Voi ma anche per me ― in cui per mia incapacità (o talvolta perché proprio non era possibile) non riuscivo a trovare, nelle cose che dovevamo fare, la porta per entrare in esso. Sì, perché alla Scuola, come a ogni dovere, Alunni e Insegnanti possono scampare solo creando le vie per fare quel che gli pare e piace. Ma facendone saltar fuori, come per magia, quel che la Scuola pretende da loro...

 

Entrare e uscire insieme a me dal mio mondo immaginario non era facile, lo so. Non perché tu, Natalia, e Cristian, Lorenzo, Sofia, Stefano, Veronica, non siate capaci di andare e venire dai mondi immaginari ― con ogni probabilità lo siete molto più di me ― ma perché non è stato facile, per Voi (come non lo sarebbe stato per nessuno) far coesistere quel mondo con gli altri nei quali vivete: il resto della Scuola, Anticoli, l’Italia, la Chiesa, la tivù, la Famiglia. Mondi che talvolta si credono troppo reali, o addirittura gli unici veri, per ammettere di buon grado d’esser pieni di porte e finestre, e visitati, attraverso esse, da un immenso viavai proveniente da altri mondi d’ogni sorta e qualità. Mondi che tentano spesso di chiuderle e sprangarle, quelle porte e finestre (se le vedono) e che mettono così in gravi difficoltà ― pur con le migliori intenzioni possibili ― i Bambini e i Ragazzi che per natura non possono soffrire alcun limite all’immaginazione che li rende umani. E che sentono, per quanto inconsapevolmente, che tentar di prendere in trappola l’immaginazione, essendo impossibile, rischia solo di istigarla a farsi oscura.

 

Per questo, penso, in questi tre anni qualche volta sei entrata in crisi, Natalia: il cammino da Scuola a Casa e da Casa a Scuola, che per te era materialmente il più breve ― pochi passi in salita o in discesa, non di rado in compagnia di Lorenzo, Sofia, Veronica (e con me, dietro, che cercavo almeno allora di non starvi troppo addosso) dai quali ti staccavi così presto con un ciao sempre così serio, come se partissi per un lungo viaggio ― alla tua immaginazione qualche volta doveva sembrare anche più difficile di un lungo viaggio. Difficile come lo fu per Bastian, il protagonista de La Storia Infinita, ammettere non solo di poter entrare e uscire dal mondo di Fantàsia, ma di poter salvarlo dall’invasione del Nulla.

 

Io, però, sebbene mi sia sempre accorto delle tue crisi dai risultati scolastici ― dagli alti e bassi nelle domande sui film, per esempio ― sempre ero rassicurato dalla calma e dalla dignità con cui tu le vivevi. Impossibile scambiarle per freddezza, per apatia, a contatto con le quali sia i tuoi Compagni che (spero) io saremmo stati male: noi stavamo bene! Ogni volta che eri in crisi ti guardavo, ti osservavo per un po’, e vedevo e sentivo che tu la vivevi non come se ti mancasse il terreno sotto i piedi ― assolutamente no ― ma come un tratto impegnativo di cammino da percorrere con attenzione, concentrandoti sui tuoi passi, saggiando sempre il terreno prima di affidargli il tuo peso. E penso di non dir niente di nuovo a chi ti conosce, cara Natalia, se affermo che proprio per questa tua certezza di Te (la calma) e degli altri (la dignità) nelle crisi, tu in questi tre anni hai fatto così bene ai tuoi Compagni (che di crisi hanno avuto le proprie) nonché al tuo Insegnante. E fai così bene ― penso ― a tutti quelli che ti sono vicini.

 

Ora dal mondo immaginario del prof sei uscita per sempre. E questa, fra le crisi del 2006-2009, potrebbe essere la più intensa. La Materiachenoncè sparirà, come per certuni è sparito Cristian? Non si creeranno più, per Anticoli Corrado e per il mondo, le porte per entrarvi e uscirne, così come non si vede più il banco di Cristian, sul quale il prof vigilava? No. Mi rassicurano la tua calma e la tua dignità, Natalia, che ho rivisto intatte, di recente, mentre suonavi per la Corale: tu continui a creare il tuo, di mondo immaginario ― la parte di mondo, virtualmente infinita, che senza di te non ci sarebbe mai ― e in esso, da qualche parte, magari in un angolino, anche il prof ― come direbbe E. T. ― sarà sempre lì.

 

(Ciò che hai letto, Natalia, non è un tuo “ritratto”: un ritratto dovrebbe tentare di lasciar intravedere tutto di una personalità, mentre io potevo qui raffigurare per sommi capi solo un aspetto, una sfaccettatura dei gioielli che per tre anni mi sono stati affidati. Tuttavia le parole che ho scritto per ciascuno di Voi sono meno poche di quel che sembrano, poiché in ognuna di esse ― se ci ho saputo fare come spero ― c’è qualcosa di Tutti. O non sareste stati una Classe. Perciò non accontentatevi, non leggete solo le righe in cui spicca il vostro nome ― Cristian, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica: se guarderete e vedrete e sentirete bene, anche nelle altre ― anche negli altri ― troverete qualcosa di Voi!)

 

Di Sofia ― eh sì, è arrivato il tuo turno! ― oltre l’intelligenza ― che potrei ben magnificare per centinaia di parole, se cavarmela così non fosse troppo facile ― e, come ho detto, la calma e la dignità che sono anche fra le tue migliori qualità, ciò che meno potrei dimenticare è la tenerezza di bimba che di quando in quando generosamente mi lasciavi intravedere, come una perla meravigliosa ― e che io, per il mio bene, riuscivo quasi sempre a non lasciarmi sfuggire ― entro la severità della tua decisione.

 

Di tutti gli Alunni di venticinque anni d’Insegnamento, Sofia (anche se non dobbiamo dimenticare che tu, Cristian, Lorenzo, Natalia, Stefano e Veronica siete stati una Classe, e che ogni riga che vi scrivo la scrivo a Tutti) tu, a parer mio, sei di gran lunga la più decisa. Decisa ― bada! ― non significa determinata (da qualcun o qualcos’altro), né testarda, né tanto meno ottusa, povera d’immaginazione. Decisa è chi ha obiettivi più che certi ― anche se non necessariamente li conosce, anzi: forse è meglio che li scopra a mano a mano ― e ha in sé la forza per procedere verso di essi, e mai, cascasse il mondo, se ne lascia allontanare o deviare. Ebbene: io non ho mai visto una ragazzina ― e di rado una persona adulta ― decisa come te. Lo si vede, benissimo, in ogni cosa: perfino nel modo di muoverti, di camminare.

 

Non è vero, penserai. Spesso mi sento incerta, timida. A volte non riesco neanche a parlare, per l’incertezza. Certo, lo so. Ma questo significa soltanto che sei decisa come può esserlo un’Umana. Altrimenti, senza incertezze né timidezze, lo saresti come una macchina. E io avrei scritto determinata. Per questo affermo che non dimenticherò mai non la tua decisione e basta, ma la tua tenerezza di bimba entro la severità della decisione. Poiché la determinazione, da sola, davvero non distingue chi n’è affetto da un congegno meccanico. O tutt’al più da un animale non umano. O al massimo, se di una bambina si vedesse e sentisse solo la decisione, da un’adulta mascherata da bambina. Che forse mi avrebbe fatto quasi paura. Mentre tu, è vero, mi sei sempre sembrata più grande di Lorenzo, di Natalia, di Stefano, di Veronica, pur avendo un anno meno di loro ― e perfino di Cristian, che ne ha due più di te ― ma mai un’adulta in un corpo di ragazzina ― e quindi mai mi hai fatto paura ― proprio perché di quando in quando, per il tuo ed il mio bene e per il bene dei tuoi Compagni ― ci lasciavi scorgere un indimenticabile, timido, incerto, tenero sorriso di bimba racchiuso come una perla entro la durezza della tua decisione.

 

Adesso, di giorno in giorno, di anno in anno, tu scoprirai quali sono i tuoi obiettivi ― certi in te già da un po’, ma non ancora visibili ― e col tempo li realizzerai. Son più che sicuro che la tua decisione non si affievolirà mai. La bambina, invece ― o la ragazzina, se vuoi ― necessariamente lascerà il posto alla giovane donna e alla donna: non esiste l’Isolachenoncè, meno male! ― esiste la Materiachenoncè, ma come hai visto lascia, alla fine, anche se con qualche resistenza, che i suoi piccoli Visitatori diventino grandi e con un sospiro di sollievo partano per altri lidi ― e così la perla meravigliosa che di quando in quando ci permettevi di scorgere, e che a vederla ci faceva star bene, a poco a poco si vedrà sempre meno. Ma forse sparirà? E noi, non vedendola ― come non vediamo più, in piazza delle Ville, Cristian e i suoi fratelli ― potremo pensare che non sia mai esistita? Come tu ben sai (avendo spesso viaggiato, più o meno di buon grado, nel mio mondo immaginario) la risposta è no: non tutto ciò che non si vede ― perfino quando non si vede non solo ad Anticoli ma (e meno male che non è il caso di Cristian) neppure in Romania e in nessun altro luogo al mondo ― non esiste più o addirittura non è mai esistito: la bambina Sofia ― che solo alcuni hanno avuto il privilegio di conoscere o almeno intravedere ― resterà sempre lì, nella giovane donna e poi nella donna (e anche nella vecchierella, se è per questo) perché tu la difenderai, entro la tua immaginazione, contro Tutti e tutto. Anche, se necessario, contro la tua stessa decisione. E tu saprai difenderla, poiché son proprio le decise come te ― nelle quali la decisione non è determinata da qualcun o qualcos’altro, ma umanamente “configurata” dalla nascita ― che meglio badano a che la bambina, e in seguito la donna, mai siano sacrificate a una realizzazione che altrimenti non sarebbe tale.

 

E sarà per questo, cara Sofia, che di quando in quando ti sorprenderai da sola, come se in te si nasconda per tutta la vita una Sofiachenoncè che invece c’è, e che può permettersi di far la misteriosa anche con sé stessa ― sì, mi raccomando la sorpresa: son cose che non si possono programmare ― regalando a te e agli altri, se saranno così in gamba da non lasciarsi sfuggire i tuoi doni, una (lieve) imperfezione, una (piccola, momentanea) inadeguatezza, un (pochino di) disordine, un (rimarginabile) strappo alle regole, una sorpresa mattutina, un’imprevedibilità, un’irruzione, un’ondata di incontrollabile creatività: senza scopo, solo per la gioia di vedere e sentire di nuovo affiorare dal profondo di te il timido, incerto sorriso di bimba che sembra domandare: ma proprio davvero son io così certa e decisa e forte?

 

(Ciò che hai letto, Sofia, non è un tuo “ritratto”: un ritratto dovrebbe tentare di lasciar intravedere tutto di una personalità, mentre io potevo qui raffigurare per sommi capi solo un aspetto, una sfaccettatura dei gioielli che per tre anni mi sono stati affidati. Tuttavia le parole che ho scritto per ciascuno di Voi sono meno poche di quel che sembrano, poiché in ognuna di esse ― se ci ho saputo fare come spero ― c’è qualcosa di Tutti. O non sareste stati una Classe. Perciò non accontentatevi, non leggete solo le righe in cui spicca il vostro nome ― Cristian, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica: se guarderete e vedrete e sentirete bene, anche nelle altre ― anche negli altri ― troverete qualcosa di Voi!)

 

Di Stefano ― ci sei tu, a questo punto, sul mio personale registro! ― quel che più mi è piaciuto è la certezza, e di conseguenza la responsabilità, con cui occupa il proprio posto nel mondo.

 

(Ho conosciuto, attraverso gli anni, più di un ragazzo serio, composto, coscienzioso, affidabile. Talvolta troppo. E allora tremavo, per lui, non meno che per gli Alunni “difficili”, poiché vedevo e sentivo che le sue apparenti “qualità” erano spie, perennemente sul rosso, di un forte disagio nei confronti degli altri e di sé stesso per il dubbio di non poter suscitare negli altri che dispiacere e disapprovazione; e che egli, nel tentativo di non soffrirne, si comportava come chi è colpito da lancinanti dolori: rimaneva immobile più che poteva, e per quando proprio doveva muoversi aveva pronte delle sequenze limitate di movimenti guardinghi, poco appariscenti, che ripeteva sempre identiche come piccole pantomime. Sembrava stabile, preciso, diligente, garbato fino alla raffinatezza, ma era un bambino, o un ragazzo, disprezzato e terrorizzato. E anche terrorizzante: un po’ come vedere accanto a sé, mentre si passeggia con calma, uno che invece cammina in punta di piedi e tremando come se attraversasse un campo minato.)

 

Anche tu, Stefano, ti mostri (quasi) sempre equilibrato, pieno di criterio, scrupoloso, responsabile: il bambino, e il ragazzo, su cui si può contare; un piccolo pilastro, poi a mano a mano più grandicello, della legge e dell’ordine in classe e fuori; e non perché ti atteggi a capo (un pochino sì, ma con grande discrezione: da eminenza grigia, più che da boss) ma per l’effetto dissuasivo esercitato dal tuo buon esempio. Eppure non sei mai riuscito a farmi tremare per te, a spingermi a temere che tu fossi troppo corretto per essere sereno, poiché veniva sempre il momento ― per quanto io sia facile a impensierirmi ― che tu mi rassicuravi lasciandomi scorgere in un angolino del tuo sguardo (o in qualche paroletta sparata a raffica verso i Compagni perché io non ne capissi il senso, ma mai così a razzo che non ne percepissi il tono) ciò che non si vede mai, purtroppo, in un bambino o in un ragazzo sparito in fondo a una manierata personcina: un guizzo d’ironia, la capacità di ridere, di sé e degli altri, che non è possibile ― specialmente in chi è molto giovane ― se con sé e con gli altri non ci si sente a proprio agio, almeno un poco.

 

Mi son convinto così, pensa un po’ ― sorprendendoti a ridere sotto i baffi, più di una volta, perfino di me ― che la tua flemmatica prudenza nell’agire, nel parlare, nell’immaginare e pensare, non è insicurezza, non consegue da intimidazioni subite ― e quindi non reca con sé alcun ottundimento ― ma è certezza, appunto, del posto che ti spetta nel mondo per esser nato umano, e di conseguenza è responsabilità: tu, caro Stefano, hai già quel che altri Bambini e Ragazzi realizzano solo col tempo e fra traversie più o meno pericolose, e che più d’uno non scopre nemmeno da adulto: il tuo mondo ― il mondo immaginario, virtualmente infinito, che senza di te non ci sarebbe stato ― cresce sulla certezza incrollabile che nel mondo che lo circonda, a partire da Anticoli Corrado, il tuo posto è sicuro: che nessuno possa farti sparire da piazza delle Ville come se non fossi mai esistito. Un posto che ami, che ci tieni a mantenere nelle migliori condizioni e a poco a poco ad ampliare e abbellire, e il cui possesso ti induce a una calma e a una saggezza a cui altri non arrivano neanche il giorno che hanno un lavoro, una casa e dei figli.

 

Il mondo che circonda il tuo diventerà sempre più grande, non solo per te ma anche per Natalia, Lorenzo, Sofia, Veronica ― per Cristian, purtroppo, lo è da un pezzo anche più del necessario ― ora che hai lasciato Anticoli Corrado, la Valle dell’Aniene e i suoi monti per addentrarti nelle Grandi Pianure. E nella sua vastità, e nelle innumerevoli e immense cose che scoprirai in esso ― alcune delle quali, purtroppo, come accade a tutti, penserai che sarebbe stato meglio non averle mai viste né sentite ― sarà più difficile difendere il tuo posto con le sole “armi” della certezza del tuo diritto di nascita e della calma e della saggezza che ne conseguono; specialmente quando ti renderai conto di quanti sono quelli che invece davvero si armano gli uni contro gli altri, come se pensassero che a nessuno (tranne che a loro) spetti un posto nel mondo, e che tutti gli altri debbano sparire. Ma io non ho dubbi che tu e i tuoi compagni, caro Stefano, non diventerete mai come quelli, se resisterete a vedere e sentire anche il posto ― il banco, la casa, il lavoro, il benessere, la felicità ― di chi accanto a Voi vien fatto sparire.

 

(Ciò che hai letto, Stefano, non è un tuo “ritratto”: un ritratto dovrebbe tentare di lasciar intravedere tutto di una personalità, mentre io potevo qui raffigurare per sommi capi solo un aspetto, una sfaccettatura dei gioielli che per tre anni mi sono stati affidati. Tuttavia le parole che ho scritto per ciascuno di Voi sono meno poche di quel che sembrano, poiché in ognuna di esse ― se ci ho saputo fare come spero ― c’è qualcosa di Tutti. O non sareste stati una Classe. Perciò non accontentatevi, non leggete solo le righe in cui spicca il vostro nome ― Cristian, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica: se guarderete e vedrete e sentirete bene, anche nelle altre ― anche negli altri ― troverete qualcosa di Voi!)

 

Di Veronica, poi ― eccoti qui per ultima come in un’interrogazione, ma l’interrogato sono io! ― ciò che mai potrò dimenticare è quanto sei simpatica. Non solo a me ― a me son sempre stati simpatici tutti gli Alunni, e non so come sia potuto accadere: ogni tanto ce n’erano di antipatici forte, eppure a me erano simpatici anche quelli perché anche quelli, come disse Long John Silver a Jim Hawkins, mi ricordavano me stesso quand’ero come loro ― ma a tutti quelli che non hanno perduto la capacità di provare simpatia. Tu, cara Veronica, non solo quando sorridi, o quando te n’esci con una di quelle tue battutine pungenti e tuttavia mai malevole: anche quando semplicemente parli, o stai zitta, o te ne vai per i fatti tuoi, sei sempre simpatica. Addirittura quando sei triste lo sei, al punto che mi verrebbe da pensare che riusciresti a suscitare simpatia perfino provando un sentimento antipatico, odioso, se non fossi più che certo che un sentimento del genere ― il sentimento, cioè, di essere e comportarti, nei confronti di un altro, come se fossi meno umana di lui ― tu non sia capace di provarlo né mai lo sarai.

 

Un tempo una simpatia come quella che tu, Veronica (ma anche Cristian, Lorenzo, Sofia e Stefano) diffondi intorno a te ― una simpatia che come per incanto fa del mondo, e di una classe, luoghi dov’è più dolce soggiornare, anche per un vecchio Insegnante ― l’avrebbero chiamata un dono (sottinteso: del Cielo) e così dicendo ne avrebbero fatto sparire il merito tuo e come per un malefizio l’avrebbero tramutata in antipatia. Ma io so bene quanta immaginazione, e creatività, e forza, e resistenza, ti ci son volute per arrivare a quattordici anni avendo ancora intatta, dentro di te e su di te ― anzi: avendola accresciuta, resa bambina e poi a mano a mano adolescente! ― tutta la simpatia con cui viene al mondo ogni neonato umano: in quattordici anni possono accadere molte cose che nel mondo di una bambina come te ― nel mondo immaginario che senza di te non ci sarebbe mai stato ― rischiano di oscurare o anche di spegnere l’innata intuizione di esservi i benvenuti e sempre benvoluti: a quattordici anni si può esser già stati costretti a emigrare, a soffrire la fame e il freddo, a non terminare un anno scolastico, a sparire da piazza delle Ville e dall’Italia... Dunque nessun dono: qualcuno ti avrà anche aiutato, non ne dubito (i genitori, i Compagni; e chissà ― sarebbe bello! ― magari, nei tre anni dal 2006 al 2009, un pochino anche il prof) ma al 90% la tua straordinaria simpatia è una realizzazione solo tua, personale, made in Veronica: è l’aspetto del tuo mondo là dove esso confina col mondo che lo circonda; è l’immaginazione che ti raffigura e prepara, anche quando nei dintorni imperversa l’inverno, le estati che prima o poi arriveranno; è la forza di non schierare tragiche file di uniformi a difesa delle tue frontiere; è l’intelligenza di vedere e sentire sempre presente, dalle tue parti ― mai troppo lontana anche nei momenti in cui i cinque sensi non la percepiscono ― almeno una simpatica possibilità di pensare e agire in modo degno di te.

 

Insomma: la tua simpatia, cara Veronica, è l’opposto assoluto dell’antipatia del dottor Stranamore di Stanley Kubrik, di cui son certo che simpaticamente ti ricordi: la tua simpatia è quel che si vede (da fuori) di qualcosa che è in te molto più possente; è l’eco gentile, apparentemente inerme, dell’arma-fine-del-mondo di un’immaginazione sana; è l’irresistibile “magnetismo” dei piccoli Umani, che obbliga ad accudirli ogni grande che non sia pazzo; è il dolce accento, apparentemente così diverso dal rombo dei tuoni, del Flauto magico che però fa impallidire e mette in fuga le Regine della Notte, gli squallidi individui che con occhi dai quali è sparita ogni simpatia “giocano” ai non Umani... Non lasciate mai inaridire le sorgenti profonde della vostra simpatia, Veronica, Stefano, Sofia, Natalia, Lorenzo, Cristian: benché nemmeno Voi sappiate dove siano, dentro di Voi ― e chissà, forse è un bene che sia così ― Voi tuttavia saprete e vi sentirete antipatici, se mai rischierete di danneggiarle, e in quello stesso momento saprete e sentirete ― se, come vi sarà già capitato, darete ascolto a Voi stessi ― che cosa rifiutare per non farlo.

 

(Ciò che hai letto, Veronica, non è un tuo “ritratto”: un ritratto dovrebbe tentare di lasciar intravedere tutto di una personalità, mentre io potevo qui raffigurare per sommi capi solo un aspetto, una sfaccettatura dei gioielli che per tre anni mi sono stati affidati. Tuttavia le parole che ho scritto per ciascuno di Voi sono meno poche di quel che sembrano, poiché in ognuna di esse ― se ci ho saputo fare come spero ― c’è qualcosa di Tutti. O non sareste stati una Classe. Perciò non accontentatevi, non leggete solo le righe in cui spicca il vostro nome ― Cristian, Lorenzo, Natalia, Sofia, Stefano, Veronica: se guarderete e vedrete e sentirete bene, anche nelle altre ― anche negli altri ― troverete qualcosa di Voi!)

 

Grazie, ex Alunni carissimi, per il privilegio (che non potevate non conferirmi, lo so, ma che non per questo ha minor valore in sé) d’essere stato il vostro “Virgilio”, per tre anni, nel mio mondo immaginario e nel viavai, non sempre paradisiaco, attraverso i suoi confini. È un gran dolore vedervi andar via. Dicono di no, dicono che è come con i figli, che è bello veder crescere e liberarsi e che si sarebbe pazzi come James Barrie, quello di Peter Pan, a voler trattenere nelletà in cui inizia la loro esultanza di non più dipendere da noi. E io son d’accordo, del tutto: mai ― neanche in cambio dell’eterna giovinezza ― vi chiuderei per sempre in quest’aula che non mi sembra più la stessa dacché per sempre ne siete usciti. Ma come con i figli non è, ecco tutto. I figli anche grandi rimangono in rapporto con te, se non sei stato uno di quei padri ch’è meglio perdere. Continui a seguirli, ad aiutarli, a sapere cosa gli accade, i dispiaceri, le gioie. Voi invece ve ne andate davvero, uscite dalla mia vita, e anche se di quando in quando vi rivedrò, e di molti (di tutti, spero) intuirò che avete conservato un buon ricordo di me, e potrò avere vostre notizie, e perfino riuscire anch’io a darvi ancora qualcosa di buono come ai vecchi tempi ― anche se tutto ciò è vero e importante, ed è anch’esso un privilegio che mi viene personalmente da Voi ― anche così la separazione è dolorosa come ben poche perché mi fa di nuovo un Insegnante e basta, e per di più un ex; mentre Voi, per me, restate e resterete ciò che siete stati in questi tre anni passati così in fretta: i soli amici davvero degni di me, i soli per i quali davvero m’importi di essere importante.

 

 

 

(Anticoli Corrado, luglio 2009 ― gennaio 2010)

 

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domenica 3 gennaio

 

Il Giorno

La Notte

Il Giorno e la Notte

 

Il Giorno e la Notte

 

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Fra i tanti e graditissimi messaggi di auguri che abbiamo ricevuto in questi giorni ― chiediamo scusa se per una volta, anziché alla Terra, da Anticoli Corrado guardiamo a noi stessi ― due ci hanno così colpito che non possiamo non trascriverli qui. Uno, della carissima Bruna Santini (che ci accolse a Roviano nel 1985 e per prima, assieme al grande Artemio Tacchia, ci mostrò come son fatti i veri Insegnanti) dice né più né meno così: Ti auguro che il nuovo anno ti porti tutto ciò che più desideri. Grazie delle meraviglie che sai scrivere. Un proverbio abruzzese dice: “Té ’na cocc ch’è nu brilland”! L’altro, di una collega di cui non faremo il nome, dice: Ok, non voglio più ricevere “aggiornamenti(su ScuolAnticoli, n.d.r.) in quanto in realtà sei tu che li chiami liberamente così, ma non aggiornano proprio su niente, essendo libere e unilaterali tue posizioni su fatti accaduti e spesso strumentalizzati per farne propaganda ideologica! Siamo in democrazia, ma non per offendere le idee degli altri o la religione! Da ora non riceverò più nulla perchè ti ho inserito tra i mittenti bloccati e spero che Brunetta continui a fare tranquillamente il suo lavoro, senza tener conto di quelli a cui farebbe piacere che tacesse, per continuare a fare il proprio comodo!

 

(Il riferimento al Brunetta è “motivato” dal fatto che la nostra mail, inviata ai colleghi, agli amici e ai parenti che sinteressano a ScuolAnticoli, scherzosamente si concludeva così: “Se non vuoi più ricevere questi aggiornamenti, faccelo sapere: prima di buttarci fra le braccia del Brunetta per la disperazione, ti accontenteremo senza por tempo in mezzo”).

 

Che dire di queste due letterine? A metterle a confronto per amore e odio, come va di moda dopo Tartaglia, son davvero Il Giorno e La Notte: lette (tra l’imperversare dei botti) nella tarda serata del 31 dicembre, quella della cara Bruna (Il Giorno) ci ha illuminato e riscaldato il Capodanno come un anticipo d’estate, che ci accompagnerà e ci renderà più forti almeno fino all’estate vera, mentre l’altra (La Notte) ci ha ripiombato (ma solo per qualche ora, eh?) nell’oscurità e nel gelo.

 

Anche perché son giorni, quelli che viviamo, nei quali essere accusati di aver offeso la religione può far paura. Il 1° gennaio, per esempio (tanto per inaugurare gli anni ’10 del XXI secolo ripetendo come automi i 2000 precedenti) un fondamentalista islamico ha cercato di uccidere un vignettista satirico danese e la sua nipotina di pochi anni; il disegnatore francese Plantu, commentando l’agghiacciante episodio, ha detto all’inviato de La Repubblica: “Qualche mese fa ho disegnato il Cristo dopo la moltiplicazione dei preservativi, anziché dei pani e dei pesci, assieme al papa e al cardinale Williamson che dicevano: Tanto l’Aids non è mai esistito. Ho ricevuto molte e-mail di protesta e poi minacce. Qualcuno ha addirittura scritto su Wikipedia che ero morto”.

 

Proprio così: i fondamentalisti cristiani non sono meno pericolosi di quelli islamici. Anzi: in quanto vicinissimi a noi, lo sono di più. Come ben sanno, negli Stati Uniti, i familiari delle centinaia di vittime del terrorista cristiano che nei primi anni ’90 fece saltare in aria un palazzo governativo, o quelli dei medici aggrediti e assassinati per non aver fatto “obiezione di coscienza” alla legge sullaborto.

 

Ciliegina sulla torta? Mentre in Italia l’ex neofascista e ministro della Difesa Ignazio La Russa augura la morte a Massimo Albertin e Soile Lautsi, “rei” di aver adito la Corte europea dei Diritti dell’Uomo contro la (incostituzionale) presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane, in Irlanda il governo ― incurante della Libertà di Espressione sancita da tutte le Costituzioni democratiche del mondo nonché degli scandali che negli ultimi anni hanno portato alla luce la Shoah pedofila dei Bambini nelle parrocchie, negli oratori e negli istituti religiosi di quel Paese ― ha chiesto e ottenuto dal Parlamento una legge che punisce con multe fino a 25.000 euro le affermazioni offensive contro qualsiasi credo religioso.

 

No, essere chiamati offensori della religione non è uno scherzo, nel mondo di oggi. Significa (sia pure alla lontana, come il classico finirai male! che tormentava Franti nel Cuore di De Amicis) prefigurare per l’“accusato” un più o meno prossimo pericolo di vita. Per questo, nelle ore immediatamente successive alla lettura della mail de La Notte, la nostra cocc ch’è nu brilland (grazie, carissima Bruna, carissima Giorno, per questo tuo dono luminoso: una capoccia così ci sarà non solo molto utile, ma di gran diletto nelle ore liete e d’immenso conforto nelle tristi!) non è quasi riuscita a pensare ad altro che a quelle brutte parole: offensore della religione! Giordano Bruno, siamo arrivati presuntuosamente a dirci, è stato bruciato vivo, per questo, ai tempi in cui i preti avevano potere di vita o di morte qui da noi come ce l’hanno altrove ancora oggi...

 

Ma poi ― potenza della cocc ch’è nu brilland! ― ci siamo a poco a poco calmati. In fondo ― è stata l’intuizione risolutiva ― La Notte non è la nostra povera mamma, che l’ossessivo rimuginare il nostro adolescente ateismo induceva a musi prolungati, con annessi occhiacci minacciosi, che a intervalli più o meno regolari sfociavano in spaventose scenate: La Notte è la mamma di qualcun altro. Non solo: non insegna neppure più nella nostra Scuola, dunque non potrà guardarci male ogni mattina nel tentativo di avvelenare la giornata a noi e ai nostri alunni.

 

Anzi: per dirla tutta (e soprattutto per non ricadere fuori tempo massimo nel razionalismo illuminista) in fondo La Notte non è poi così brutta come la dipingono. Di notte noi dormiamo meravigliosamente bene, ch’è la seconda migliore attività nostra. Di notte facciamo quasi sempre bei sogni, dai quali ci risvegliamo quasi sempre migliori di quando siamo andati a dormire. La Notte, dunque, non può farci paura, e neanche amareggiarci: la tua letterina, cara Notte, è solo un (tuo) brutto sogno che ci hai scaricato addosso. E noi non lo respingiamo, come un povero Migrante finito tra le grinfie dei Maroni e dei La Russa: noi ce lo prendiamo e ce lo portiamo a letto, il tuo brutto sogno, e lo terremo stretto fra le braccia nel sonno ― nel dolce sonno terapeutico della nostra cocc ch’è nu brilland ― come già teniamo quelli del Brunetta e tutti gli altri incubi che La Notte dell’Italia ci sta buttando addosso. E pian pianino, notte dopo notte, vedrai che lo guariremo. Come guariremo Tutti insieme l’Italia, ne siamo certi, noi che dormiamo bene, a forza di scoparci i vostri poveri incubi sperduti. Senza preservativo.

 

(Post scriptum. Sia chiaro, però, che noi non ce l’abbiamo né con le religioni né con i religiosi: noi auspichiamo la scomparsa della religione, in tutte le sue forme, della ideologia, e di ogni sorta di mentalità religiosa, ivi compreso l’ateismo vissuto come una fede. Ci piacciono gli Esseri Umani. E ci piacciono sani. Così sani da poter essere liberi senza paura).

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L’immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell’artista danese Viggo Rhode (1900-1976).

L’ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

 

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